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I moti della terra e del cuore

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di Gabriella Nardacci

Terremoto ad Amatrice

 

In questi giorni ho ritenuto doveroso e rispettoso stare in silenzio e vicina a tutte quelle persone che hanno perso i propri cari e la propria casa nel brutto terremoto che ha colpito le regioni appenniniche del centro Italia.

Stanze sventrate e appese a qualche brandello di muro, peluche tra i sassi e tetti sull’asfalto spaccato: uno scenario che ricorda vecchi filmati di città distrutte dalle guerre o dalla violenza di altri elementi della natura.

Qualcuno avrà fatto la lista della spesa per l’indomani, altri avranno pulito tutta la casa per gli ospiti che sarebbero venuti in occasione della festa, altri ancora avranno fatto dei progetti…
E poi all’improvviso tutto finisce. Neanche il tempo di un saluto… Un attimo, un secondo e tutto crolla e nulla più si ritrova e nessuno più risponde al tuo richiamo.

La disperazione non ha età né razza e neanche è facile da spiegare. E’ un po’ come la mancanza: si può solo percepire.
L’ho percepita nelle mani tra i capelli di una donna che non aveva neanche più voce per urlare la sua disperazione.
L’ho percepita nelle parole di un padre che non sapeva dare un sentimento a ciò che provava per aver perso una figlia e averne ritrovata viva un’altra, l’ho percepita nelle parole smozzicate di una madre per aver perso il figlio e la nipote…
Difficile sopravvivere alla morte di un figlio, difficile pensare di non avere più la propria casa o nessuno che ti aspetta.

E poi i funerali con la pioggia …che già è tristissimo con il sole un funerale…
Lo smarrimento negli sguardi delle persone addolorate accanto alle bare dei propri cari, il rispondere con un accenno di sorriso forzato al Presidente della Repubblica e del Consiglio, i fazzoletti appallottolati nelle mani e la pioggia a unirsi a tutte quelle lacrime amare…

La prima scossa è stata la più forte! Sentir tremare forte quella casa che aveva rappresentato fino allora un rifugio sicuro, di certo, avrà fatto sobbalzare il cuore! Si pensa ai propri cari…
– Svelti! Presto! Scendiamo per la strada! – mentre la casa ti crolla addosso e ti seppellisce e magari sotto quelle macerie chiami i tuoi figli, tua madre, tuo padre, il tuo amico e nessuno risponde e mentre ti accorgi che stai morendo, muori già per non poter salvare nessuno e sapere di nessuno più…

I superstiti aguzzano la vista e l’udito. Piangendo chiamano forte… qualcuno risponde e partono gli aiuti per la salvezza. I cani amici annusano e abbaiano e i vigili del fuoco con i volontari, con mani esperte riescono a trovare alcuni bimbi vivi, altri che non ce l’hanno fatta e cominciano a contarsi i morti.

Certo sì, sono tanti… forse si poteva evitare questo scempio se solo le case fossero state costruite a regola d’arte e meno male che la scuola era chiusa mentre, a guardia di un cimitero di case, sta quella vecchia torre che pare si regga sulle lancette dell’orologio che segnano le ore 3 e 36…

Crocefisso

Le autorità dello Stato dicono che i soldi ci sono e che la ricostruzione avverrà nel più breve tempo possibile. Intanto si allestiscono le tendopoli ed si spera che non diventino permanenti. Siamo nelle zone appenniniche e lì, l’inverno è rigido; la neve potrebbe scendere anche prima di Natale…

E’ tutta una speranza ora… I paesi colpiti e abbattuti, torneranno in vita con le stesse strade e le stesse piazze ma certi discorsi delle donne affacciate alle finestre sono rimasti a metà così come le rivincite a scopa dei nonni nei tavolini davanti al bar…
Si farà presto a fare un nuovo censimento…
Così, mentre molte persone sono all’inizio dell’elaborazione dei lutti, altre decidono di rimanere comunque, pensando di ricostruire sulle macerie una nuova casa, stavolta fatta bene così da resistere alla furia della natura.

Certo la storia rimane, le radici saranno le stesse ed io spero che i nuovi muri e tetti, regalino al cuore di chi li abiterà, una tenera consolazione.

Scappa curri
Anche la scuola ricomincerà e mi piace che già si stia pensando a dare ai bambini la vecchia abitudine a scandire il tempo non più aspettando / temendo una nuova scossa di terremoto, bensì per aspettare il suono della campanella della ricreazione o del pranzo o per l’inizio delle lezioni o per la fine della giornata scolastica. E nel mezzo di tutto questo scampanellìo la voglia e la curiosità di conoscenza.

Certamente tornare in tenda su strade polverose con il sole e di fango con la pioggia, non è una gran cosa.
Forse qualche convento avrebbe potuto mettere a disposizione le stanze vuote e ce ne sono tanti di conventi quasi vuoti, di attici lussuosi, dove vivono persone che si professano cristiani …almeno per le giovani coppie con bambini o per gli anziani…

Forse persone dello sport e dello spettacolo avrebbero potuto fare donazioni sostanziose… Forse un po’ più di partecipazione da parte di chi può…
Basta con la frase fatta “il bene si fa e non si dice”… Ma chi l’ha coniata? A me piace sapere di persone facoltose che offrono davanti a tutti la loro solidarietà e il loro aiuto.
Ma il mondo va “alla riversa” come dice mia madre. Dovrebbe essere la povera gente e gli operai mal pagati a stare da parte mentre sono loro i primi a mettersi in avamposto quando serve aiuto e parlo dei volontari, dei giovani disoccupati, di chi ha donato il sangue, di Angelica che vive con una pensione di circa 400 euro e che si è preoccupata di inviare il suo contributo per questa povera gente.
Pensieri scomposti che si sono persi e ritrovati dentro lo scorrimento delle immagini trasmesse giorno dopo giorno e che hanno creato una voragine nel cuore.

E a proposito di questo mi è venuta in mente una poesia di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970) che ben si adatta a questo sfacelo che ne ricorda altri e che ricorda la guerra.
E’ stato un poeta dalla poesia sofferta, nata più in una trincea di guerra che in un clima letterario. Una poesia che ricorda corpi mutilati ridotti a brandelli, amici solidali nei sentimenti. E’ una poesia lirica presa da “Il porto sepolto” (1916).

La Grande Guerra 1915-18Una poesia che sembra scritta col singhiozzo del pianto, così mi appare il ritmo dei suoi versi:

San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato.

Mi è parsa una poesia capace di riflette davvero i sentimenti di tante persone.

Sposi

Due fatti mi son sembrati poetici, teneri, positivi: tre vasi di gerani rossi, rigogliosi e belli, in un balcone appeso a un muro. Sono certa che se qualcuno è rimasto di quella casa si sarà preoccupato di salvarli per curarli ancora e poi portarli nella nuova abitazione…

Tra le macerie è stato celebrato, a cielo aperto, il matrimonio di una ragazza nella data prestabilita. Quella ragazza ha pensato di salvare il suo abito da sposa… Bellissima immagine…

Un nuovo stato, un nuovo tempo e magari dei nuovi nati in un paese nuovo più forte e sicuro per regalare a tutti la speranza in un domani migliore.

Nessuna retorica… Spero di aver interpretato i sentimenti di molte persone.

Sagra

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