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Il Ponte di Montecristo, dieci anni sull’isola del tesoro

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di Martina Carannante

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Una sera d’estate come tante altre, ci si ritrova in piazza a parlare con un gruppo di amici.
Nella splendida cornice del porto borbonico pieno di barche a vela e yacht, più che di barche da pesca, proprio sul lavoro in mare di quest’ultime si apre il discorso…
“Eeeh, quante in più ce n’erano quando la maggior parte di noi neanche era nato!”
Spadare, aragostare, corallare, cianciole, paranze, per non parlare dei gozzi e barche da pesca minori che in ogni caso riuscivano a mantenere intere famiglie seppur numerose. La conduzione era per lo più familiare: padre, figli, qualche nipote o parente stretto se la barca era più grande o gli eredi mancavano.
Le acque di Ponza sono sempre state ricche, ma non le uniche esplorate. Per lunghi periodi e a seconda della pescosità e della stagione, si andava in Sardegna, in Toscana  o addirittura più su verso la Corsica.
Proprio mentre prendeva piede questo discorso sulla vecchia marineria ponzese, da sfoggiare con gli amici curiosi “frastieri”, un buon pescatore tra i narratori dice: “Ah ti devo prestare un libro, è bello sai, all’interno c’è anche una sorpresa che a casa ha stupito tutti”.
Incuriosita lo chiedo in prestito e puntualmente qualche giorno dopo arriva:

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Cosa potevo trovarci in un altro libro riguardante Montecristo proprio non immaginavo, perchè io, più del libro più famoso e relativo telefilm girato anche a Ponza poco o nulla sapevo…

“Fare il guardiano dell’isola di Montecristo per una decina d’anni è un’esperienza umana, di abbinamento al mare e alla natura, di ricerca interiore. Una delle isole più belle d’Italia viene così presentata a tutti gli amanti del mare e della natura da qualcuno che l’ha vissuta davvero da vicino, nel bene e nel male. Le rievocazioni storiche e leggendarie, gli intoppi burocratici legati alla gestione dell’isola come riserva naturale, le piccole attività quotidiane per la sopravvivenza in isolamento, il rapporto con il mare e con la montagna, con i pescatori, con i visitatori, con gli animali. Un libro che invoglia coloro che non ci sono mai stati ad innamorarsi di questo scoglio fantastico in mezzo al Tirreno” (leggo dalla presentazione del libro).

Controllo i risvolti di copertina e la biografia dell’autore, ma ancora non trovo nulla che possa sorprendermi; certo mi può interessare leggere la storia di uno che ha vissuto per dieci anni come guardiano di un’isola, ma forse quello che il mio amico voleva suggerirmi era altro…
Vado a leggere il seguito. Quasi nella parte centrale del libro c’è un capitolo intitolato: Il ” Nuovo Severino”, che lì per lì nulla mi dice, ma poco dopo tutto comincia ad essere più chiaro.
Così come molte barche da pesca che lasciavano Ponza per mari più pescosi, anche questo peschereccio lo aveva fatto alla volta della Toscana. Capitan Carmine, fornese doc, era il capitano del “nuovo Severino” e come equipaggio aveva i fratelli Salvatore e Guido nonchè il cognato ed il figlio.
Montecristo, così come spesso viene sottolineato nel libro, era ed è zona protetta, interdetta alla caccia e alla pesca; il Nuovo Severino si aggirava in quelle acque, ma poteva pescarne solo a largo, a distanza regolamentare. Ciò non impediva però di poter scendere a terra e fare amicizia con il guardiano e la sua famiglia. Si instaura così un rapporto di rispetto reciproco ed amicizia…

Nel capitolo dedicato al Nuovo Severino, viene raccontato il salvataggio effettuato da Paolo, l’autore del libro, di Carmine, del suo equipaggio e della motonave in avaria. Non fu un salvataggio semplice e la paura fu molta, non solo per la barca e per le persone, ma perché quelli erano amici da salvare.
Dopo questa avventura a buon fine, l’amicizia tra Paolo e Camine fu ancora più solida, tanto che il guardiano si guadagnò il nome di Salvatore.

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Questo è solo un capitolo all’interno della biografia di una persona che ha scelto di vivere e difendere per dieci anni l’isola di Montecristo, ma chissà quanti naviganti ha incontrato e chissà quante storie di marinai ponzesi ci sono ancora da raccontare.

L’autore
Paolo Del Lama è nato a Piombino nel 1960. Sottufficiale della Capitaneria di Porto decide di rinunciare alla sua carriera per affrontare l’esperienza di isolamento volontario all’isola di Montecristo. In questa avventura viene accompagnato da sua moglie Serenella e da lì a pochi anni nascerà sua figlia Chiara. L’abbandono dell’isola sarà legato all’esigenza di agevolare gli impegni scolastici della figlia.

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