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i-20 i-29 g-01 ponza-frontone-matilde-conte-e-marito-antonio-mazzella-e-figlio-umberto-mazzella 84 Il crostaceo alieno: Percnon gibbesi

Facile retorica

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di Francesco De Luca

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Scrive Ernesto Prudente nel suo: Ponza – Il tempo della storia e quello del silenzio – a pag. 97 “Mons. Luigi M. Dies, parroco di Ponza, dona al com.te Miele una statuetta di S. Silverio da mettere sulla motonave Isola di Ponza, impiegata nel collegamento con il continente al posto della vetusta Equa. E’ la primavera del 1955”.

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La foto presenta in primo piano il parroco in abito da rito, con don Salvatore Tagliamonte che porta la statuetta. Vicino c’è l’ ins.te Valiante Gennaro. Ancora, accanto all’immensa figura di Dies c’è Rosaria Zecca, la bambina è AnnaMaria De Luca. Dietro la Zecca c’è Amedeo Guarino ‘u barbiere. Dietro al militare c’è il falegname Popolo Eugenio e dietro ancora Silverio De Luca (padre di Mariano). Nell’angolo destro in alto c’è Giuseppe De Luca. Dietro Amedeo riconosco Scarpati Giuseppe (il padre di Rosaria). Ancora, c’è Silverio Morrone e Ciro Iacono.
Questi sono quelli che riconosco, e ringrazio anticipatamente chi, riconoscendo altri, li indichi.

La foto appare come ritraente un fatto familiare, privo di cerimoniale. Ma, a ben guardare, essa rivela altro.
Anzitutto i paramenti di don Dies dicono che si andò dal capitano con l’intento di espletare una funzione pubblica. Se no perché la presenza di due sacerdoti? Manca però l’autorità civile e dunque la cosa fu partorita nell’ambito della parrocchia. E infatti molti dei presenti erano ferventi praticanti.
La presenza di Amedeo però suggerisce che anche il mondo imprenditoriale era interessato alla linea turistica Anzio-Ponza. Amedeo aveva aperto il ristorante (glorioso) L’Aragosta, era laico smaliziato, oppositore di Dies, eppure in quell’occasione era presente.
Una forte componente coesiva la esercitava indubbiamente il Parroco; basta vedere come domina la scena. Io ci trovo anche qualcos’altro. Cosa? Io ci vedo anche l’espressione sincera e presente di una comunità. Nelle sue varie componenti, che si esponeva e dichiarava la sua partecipazione.
Ecco far capolino la retorica. Eppoi… una vecchia foto quasi si china alla retorica. Troppo facile.
No, non è così. I “segnali” provenienti dalla foto qualcosa manifestano.
C’era una corrente di comunanza fra le persone, e, quando si esprimeva, la comunità tentava di raggiungere una unità. Deficitaria, scollata, desiderosa di fondersi.
Come non notare l’assenza dei Fornesi? La qual cosa dice come le due comunità si sentissero estranee l’una all’altra.
Questo finale inevitabilmente porta ad una domanda sullo stato attuale della comunità ponzese.
Non la farò… Lascio a voi la domanda e la risposta.

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5 commenti per Facile retorica

  • Prova a inserire Don Ramon in quella comunità fattoria e prova al contrario a mettere Dies in questa comunità villaggio turistico e prova a capire che per quei “Don Camilli” era tutto più semplice, far notare la “loro immensa presenza” se non c’era dall’altra parte un “Peppone”.

    Comunque hai sottolineato l’assenza dei Fornesi. I preti evidentemente non hanno mai unito né prima e né poi.

  • silverio lamonica1

    Dietro il Com.te Miele c’è Giovanni D’Atri. Dietro la signora in primo piano si intravede Silverio Morrone.
    L’assenza dei fornesi e dell’amministrazione: probabilmente si trattava di una cerimonia improvvisata da Dies che era solito “animare” la vita della comunità con improvvise “azioni spettacolari”. Ricordo l’accoglienza festosa che fece a Piccard dopo la leggendaria impresa, portandolo “in processione” fino a Sant’Antonio, dove era ospitato nell’appartamento al secondo piano sopra l’attuale bar “Onda Marina” Credo sia inutile rivangare atavici campanilismi e scomodare Guareschi, tanto più che allora il Dottore Sandolo non aveva le caratteristiche di Peppone.

  • Silverio Tomeo

    Niente, non si riesce ancora a fare davvero i conti con la figura invadente, preponderante, ingombrante, del parroco storico che dal Regime fascista al dopoguerra diede un’imprinting tanto pesante alla comunità isolana. Il contrario della damnatio memoriae, per gli antichi romani, era l’apoteosi, e di questo si tratta, almeno per molti. Non bisogna né dimenticare né santificare una figura di questo calibro. A questo serve la storia come memoria critica, documentata, ricostruita, narrata. Basterebbero le citazioni del parroco nell’indice dei nomi dei libri di Silverio Corvisieri e nella memorialistica dei confinati per evitare ogni apoteosi. Basterebbero le stesse dannunziane pubblicazioni del parroco per capire chi fosse e quale fosse il suo ruolo politico e culturale. Discorso a parte, ma non collaterale, è quello dell’antropologia religiosa della comunità isolana e persino della diaspora migrante. Una forma di religiosità esasperata, quasi superstiziosa, radicata e radicale, con il senso della precarietà della vita sull’isoletta, dei legami familiari spezzati dall’emigrazione, spesso esibita ed esibizionista nei riti. Quasi un esorcismo continuo contro i pericoli del mare in burrasca, i collegamenti incerti con la terraferma, come di fronte all’incombenza continua di disgrazie e pericoli. Non servono i ricordi familiari, i quadretti macchiettistici, le rammemorazioni estasiate delle lepidezze dei riti che il parroco inventava a iosa, a dare conto della sua figura che è come incistata nella memoria collettiva della comunità residente. Quindi né damnatio memoriae né apoteosi, ma è uno sforzo critico e riflessivo quello che ancora ci manca su questa figura. Oggi l’uso politico di questa traccia mnestica è flebile, ormai tramontato, ma non così per quello della credulità popolare e quello della particolare forma popolare della religiosità sul’isola.

  • La Redazione

    L’ultimo commento di Vincenzo Ambrosino che riportava una mail ricevuta da Antonio De Luca, offensiva nei confronti dell’Autore dell’articolo di base, è stato rimosso dalla Redazione.
    Ringraziamo Vincenzo che, come ha fatto in passato con i pensieri di Vigorelli, li raccoglie a li trasferisce al sito, ma riteniamo che ciascuno sia libero di scegliere la sede in cui intervenire e i contenuti da comunicare, senza bisogno di mediazioni.

  • Quella e-mail di Antonio De Luca che la redazione ha ritenuto doveroso eliminare (comprendo la scelta), voglio precisare che non era offensiva, dava in modo chiaro e forte un giudizio su un prete che troppo spesso viene osannato senza peraltro inserirlo in quel contesto storico, assolutamente predato da personaggi padri-padroni.

    Tra l’altro quella e-mail cercava, in una maniera molto sincera, senza false ipocrisie, di dire a Franco De Luca (“l’intellettuale-lo storico- il poeta dialettale- il politologo” nonché parente dell’autore di quella e-mail”) di rompere il cordone ombelicale con quella sagrestia vissuta in un’altra vita non da un uomo consapevole ma da un adolescente, se veramente voleva ancora essere presente in questa attualità fatta di agili mercenari liberisti e diventarne in qualche modo ispiratore di una fase nuova.

    “Finché c’è vita c’è speranza” ed per questo che io ho ritenuto di pubblicare quella e-mail ovviamente con il permesso dell’autore.

    In quella e-mail, c’è uno stile di uso del linguaggio caratteristica di Antonio, che non da’ giudizi sulla persona ma sulle idee che la persona esprime a maggior ragione quando queste idee hanno la presunzione di volersi far ascoltare.

    Quando si scrivono di queste e-mail che sono fatte per essere divulgate perché a mio avviso, producono un messaggio che va analizzato: “come è possibile amare la lettura, la cultura, magari la filosofia, conoscere la realtà e proporsi come punto di riferimento per gli altri e poi rimanere ancora impressionati da quel: “maestro immenso che nel dolce profumo dell’incenso suonava l’organo con le sue mani possenti e agili e melodiosi cori di voci bianche, di fanciulli, estasiati si elevavano verso la volta celeste, mentre fuori tutto era buio?”.

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