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Nino Di Matteo a PonzaD’Autore

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di Rosanna Conte

Procuratore Nino Di Matteo

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Serata da silenzio assoluto nella platea della Caletta, ieri sera, mentre parlava il Pubblico Ministero della Procura Antimafia di Palermo, Nino Di Matteo, interrotto solo dagli applausi che hanno sottolineato i passaggi cruciali delle tematiche affrontate.

Ponza d'Autore

La chiarezza delle sue analisi sulla situazione della giustizia nella lotta alla mafia ha coinvolto i presenti che ne hanno colto la logica mentre ripercorreva fatti che hanno segnato la storia del nostro paese fin dallo sbarco degli alleati in Sicilia.

Le domande del giornalista Gianluigi Nuzzi hanno incalzato il magistrato sui temi più dibattuti da  giornali e  talk show dall’epoca di Craxi ad oggi, come il rapporto politica – mafia, riforma della giustizia, trattativa Stato-mafia, ma hanno toccato anche aspetti afferenti alla sfera umana delle emozioni.

Le risposte hanno fatto emergere un uomo che ha costruito se stesso intorno a valori ben precisi e ad un desiderio: riscattare la propria terra dalla piaga e vergogna della mafia.

E’ per questo che ha deciso di diventare magistrato, non perché avesse uno specifico interesse per la giurisprudenza o perché amasse fare il giudice: la magistratura era l’unica strada che potesse consentirgli di combattere la mafia e di estirparne le radici dalla sua terra.

E ad essa sta dedicando la sua vita.

Certo che sapeva che non sarebbe stato facile.

Era un giovane praticante alla procura di Palermo quando furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e l’emozione provata allora la rivive ancora oggi mentre ne parla.

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I giovani magistrati che hanno vissuto da vicino la correttezza morale dei due grandi uomini della magistratura, la loro certezza nell’andare avanti nonostante la consapevolezza di poter essere uccisi in qualsiasi momento per il lavoro che svolgevano, ne hanno ereditato lo spirito di dovere che non può fermarsi davanti a nessun altro potere costituito.

Ma hanno ereditato anche l’amarezza delle critiche e dell’isolamento di Falcone e Borsellino specie quando dalla lotta alla mafia ordinaria, passano alla lotta al sistema integrato che vede interconnessi mafia-politica-economia.

Quando si toccano queste commistioni, cominciano le alzate di scudi, le accuse di protagonismo, di ingerenza della magistratura in sfere che non le competono, reticenze istituzionali.

Purtroppo la politica, anche col governo Renzi, ha cancellato la questione mafia dalle sue priorità lasciando i magistrati privi di quegli interventi legislativi necessari a portare avanti la lotta al sistema integrato mafioso. Se oggi, gli affari si fanno utilizzando le minacce della mafia e la corruzione, ciò che serve è almeno un inasprimento delle pene per chi corrompe. Invece persiste una disparità nella gravità dello stesso reato se compiuto da un appartenente alla mafia strutturata o da altri, sia esso voto di scambio o appalto truccato.

In realtà, non si approda a nulla perché manca la volontà politica: l’impunità conviene alla maggioranza trasversale  e ad essa si giunge facilmente accoppiando alla pena minore la prescrizione di cui non ci si decide ad accorciare i tempi.

Così in Italia ci troviamo con 20 condannati per corruzione in via definitiva su 55000 detenuti, perché il 95% dei processi per corruzione va in prescrizione.

Di Matteo ha anche sottolineato il ruolo molto carente dell’informazione nel sostegno alla magistratura.
Si tralasciano, portandole all’oblìo, sentenze fondamentali per capire quanto l’intreccio fra politica e mafia abbia nociuto alla vita democratica del nostro paese, da quella su Andreotti a quella su Dell’Utri, a quella delle stragi del ’92-’93, così passa sotto silenzio anche la collaborazione di un Berlusconi, che ha goduto della protezione della mafia nella sua ascesa economica, dal ’74 al ’92, al progetto di riforma costituzionale di questo governo.

Ma guarda criticamente anche all’interno della sua istituzione dove, dal 2007, con la legge Mastella, sono stati rafforzati i poteri del procuratore capo col rischio di un eventuale assoggettamento alla politica se assume quella carica una persona sensibile all’opportunità politica, nemica della doverosità giuridica che il magistrato secondo la nostra Costituzione deve perseguire.

E’ questa doverosità che può garantire una giustizia uguale per tutti, mentre il discorso dell’opportunità politica dovrebbe preoccupare non poco i cittadini. E’ su questo filo che nascono contrasti fra politica e magistratura e che portano a parlare di lotta e di invasioni di campo.

Il realtà, dice Di Matteo, la lotta è fra una parte trasversale della politica contro quella parte della magistratura che predilige proprio la doverosità giuridica alla opportunità politica. Qui richiama sia gli interventi dei magistrati all’ILVA di Taranto che la vicenda del rifiuto di utilizzo delle intercettazioni del presidente Napolitano con difesa delle attribuzioni della Presidenza della Repubblica, ulteriore esempio, quest’ultimo, di scarsa informazione da parte della stampa che non ha ricordato casi simili precedenti risolti tranquillamente e senza contrasti.

Fondamentale, quindi, è per il magistrato palermitano far conoscere i fatti, farli conoscere in maniera corretta e recuperarli, anche a distanza di tempo e la lotta alla diffusa sensibilità corruttivo-mafiosa va fatta continuamente e intensamente da parte di tutti.

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E’ per questo che, nonostante i suoi gravosi impegni e le difficoltà, Di Matteo va nelle scuole e nelle università a parlare del fenomeno “vergogna della sua terra” diventato sistema integrato del malaffare in tutto il nostro paese.

Per questo ieri sera era anche qui a Ponza a sottolineare ancora una volta che non può esistere un rapporto indolore con la mafia.

Chi con essa ha avuto rapporti nel passato deve vivere nel terrore perché il mafioso, anche dopo venti trent’anni, verrà a chiedere il conto.

E a maggior ragione lo stato non deve mai e in nessun caso cercare di trattare con la mafia che, quando si sente cercata, si rafforza. Non sono solo le risorse economiche a renderla potente, ma anche, e forse principalmente, le armi del ricatto da usare con le persone di alto livello con cui ha avuto rapporti.

La politica deve stare lontano, molto lontano dalla mafia.

L’immagine di Pio La Torre, relatore di minoranza della commissione antimafia, che negli  anni ’70 fece nomi e cognomi dei politici siciliani collusi e citò fatti ben prima che ci fosse l’azione giudiziaria, è richiamata da Di Matteo come esempio di una politica alta, quella che è al servizio della cittadinanza.

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Essa è in contrasto col comportamento già rilevato da Paolo Borsellino, in un incontro con studenti in una scuola a Bassano del Grappa 15 giorni prima di essere assassinato, cioè quello della politica  che si rifugia dietro sentenze definitive prima di prendere un provvedimento.

Oggi, non solo permane questo attendismo autolesionistico della politica, ma si va anche oltre ponendo sotto accusa quella magistratura che, applicando la Costituzione, fa il suo dovere.

E la nostra Costituzione, grande baluardo della nostra vita democratica, più che essere riformata, va applicata.

Nino Di Matteo, sa che la sua strada è ancora impervia e faticosa, ma è determinato ad andare avanti nella lotta per scardinare quel pericolosissimo sistema mafioso integrato che sta divorando il nostro paese, per amore della sua terra, la Sicilia, e dell’Italia tutta.

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