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Zannone, boscosa a metà

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di Francesco De Luca

Zannone

 

Perché la parte settentrionale di Zannone è coperta da alta vegetazione al contrario della zona meridionale?

La lecceta, cupa e fresca in estate, copre, se mi si permette la semplificazione, dal Faro, fino al Convento e poi si inerpica fino al monte Pellegrino, lasciando alla mortella, al lentisco, alla macchia bassa insomma tutto il versante sud che scende fino al Varo.

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Le risposte sono tante.

Anzitutto c’è chi osserva che l’attuale lecceta di Zannone può suggerire l’immagine di come dovesse essere Ponza al tempo dei Romani. Urbanizzata soltanto nella zona dell’attuale Porto borbonico, il restante territorio doveva essere ricoperto di lecci, a seguire gli scritti degli storici di allora secondo i quali le navi vi venivano per rifornirsi di legna e di acqua. Senza l’opera incisiva dei terrazzamenti il terreno era dominato dai boschi. La colonizzazione borbonica impose il terrazzamento dei declivi per poter utilizzare il terreno per la coltivazione.

C’è però chi ricorda come il Re di Napoli avesse destinato l’isoletta al taglio dei pali ad uso de’ vigneti, de’ proprietari di Ponza, ed il frascame pel servizio dei panettieri e calciajuoli (pag. 260 – Tricoli – Monografia per le isole del gruppo ponziano)

La Cassa Allodiale affidava l’incarico ad uno che disciplinasse il taglio degli alberi da parte dei Ponzesi. L’ultimo fu tale Tommaso Pascale, il quale aveva pagato per quel compito, nel suo decennio, ducati 360.

Nel 1797 alcuni napoletani (Balzamo) chiesero al Re di ottenere in enfiteusi il permesso di portarvi dieci famiglie agricole, edificarvi caseggiati, fortificare al fine di viverci stabilmente. Il Re non aderì, anzi, ribadì il 2 luglio 1800 di concedersi a conto ai coloni di Ponza il taglio dei pali e piante crescenti nell’isola di Zannone, col distribuirsi il suolo boscoso fra quelli che in proporzione ànno di bisogno de’ pali per uso de’ vigneti (pag. 261 – Tricoli).

Zannone bosco di lecci

Tale decisione non fu gradita anzi fu osteggiata, tant’è che il marinaio Camillo Conte il 9 agosto successivo diede fuoco al bosco nella parte meridionale dell’isola. Per tre giorni arse l’incendio. Preservata rimase la zona settentrionale.

Perché quel tale fece quel gesto? Il Tricoli lo esplicita: perché egli avrebbe avuto grande utilità a divenire possessore di un bene demaniale.

La cosa non finì lì. Due anni dopo, nel 1802, a Napoli si decise che la zona boscosa fosse utilizzata dai coloni Ponzesi mentre quella bruciata potesse essere coltivata. Fu concesso a tale Nicola Mazzella per dieci anni il permesso di dissodare, seminare e allevare sul terreno bruciato.

Il buon uomo ci si mise d’impegno. Vi introdusse capre, vaccine, pecore, vi piantò il grano ma… Ma non terrazzò, non protesse il terreno. Che era, ed è, scosceso, teso verso il mare. Dove sprofondò ogni cosa con le acque piovane. Lasciando sul pendio poca terra. Tant’è che non vi crescono più alberi di alto fusto bensì basse piante (pag. 261 – Tricoli).

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