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Zia Clorinda: un ritratto

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di Rosanna Conte
Clorinda e Vittorio sull'uscio di palazzo Tagliamonte anno 2006 (foto di Enzo Di Fazio)

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– Ho lavorato come un uomo! – è questo che, con un misto di orgoglio e soddisfazione, diceva zia Clorinda quando ripensava alla sua vita. Ed era vero.

Non sarebbe stato facile , negli anni ’40, trovare una donna che andasse in Sardegna a caricare il carbone da rivendere a Ponza. E con tutti i tempi! Eppure l’aveva fatto.

Impiegata giovanissima, in epoca fascista, nell’ufficio Annona del Comune, era impegnata anche a gestire il pescato che portavano suo padre e i fratelli andando a venderlo o a barattarlo, come spesso accadeva in tempo di guerra, con i prodotti della terra.

Nell’immediato dopoguerra non poteva stare senza lavoro ed aprì il suo primo Alimentari, il negozietto che dopo sposata  lasciò alla sorella per dedicarsi al commercio del carbone che, come  già detto,  andava a prendere in Sardegna dove veniva prodotto dai cugini del marito (leggi qui).

Quando, per l’evoluzione dei tempi, calò la richiesta di carbone, zia Clorinda aprì sul porto un altro negozio, quello che è rimasto nella memoria come Salumeria  di Clorinda. E’ qui che, con la sua lungimiranza e cortesia, offrendo prodotti di buona qualità, come il prosciutto San Daniele, riuscì a guadagnare tanto da poter acquistare la sede del vecchio municipio, il palazzo Tagliamonte, che trasformò in camere da fittare. E gestì per oltre 30 anni ambedue le attività, senza mai trascurare zio Vittorio e Cristina, la sua famigliola.

Nonostante il suo carattere forte, il suo piglio decisionale e le sue capacità, zia Clorinda non si sarebbe mai sognata di sconvolgere i tradizionali ruoli familiari in cui il marito è il capo-famiglia e la donna deve stare al suo posto.

Nasce da questa radicata convinzione l’orgoglio per il suo operato espresso nella frase: – Ho lavorato come un uomo!

Ma aveva anche un carattere ameno.
Amava stare in compagnia e restano per me memorabili le serate delle vacanze natalizie trascorse a casa sua a giocare a tombola, a sette e mezzo, a fanètt’ ecc. Eravamo in tanti, dai più grandi ai più piccoli, e lei si divertiva molto, specie se vinceva. Ho ancora nelle orecchie la sua risata della vittoria simile a quella spontanea del ragazzino quando la fortuna gli arride.

Zia Clorinda, del resto, dietro la sua coriacea scorza di donna forte e rigorosa, aveva un cuore tenero in cui l’emozione la faceva da padrona. Amava donare e manifestava il suo affetto con l’affabilità e la disponibilità.

La sua tenacia poteva sconfinare nella caparbietà, ma era anche pronta a riconoscere i suoi errori.

Se volessimo delineare i tratti della donna ponzese, non potremmo escludere la sua figura che ce ne fornisce alcuni: intraprendenza, tenacia, abilità e capacità nel proprio lavoro, riguardo per il tessuto sociale.

Ciao, zia Clorinda!

 

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