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Fra narrativa e cronaca. Il 20 giugno

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di Francesco De Luca
San Silverio per mare. Retail

 

L’estate aveva già preso la sua propria fisionomia. La stessa dell’infanzia: scuole chiuse, ritorno all’isola, riaggancio delle amicizie, desiderio di condividere la vita dei compaesani. Papà mi avrebbe portato a pescare con le nasse, a totani, e con gli amici avremmo avuto esperienze. Di solito queste si concretizzavano nel fare il bagno in compagnia. C’erano le ragazze: la sorella di Silverio, e Ida, l’amica che si portava da Ferrara. Noi maschi eravamo quattro, talora cinque. Tutti iscritti all’università. Amici d’infanzia, non inseriti nei gruppi paesani, dovevamo vedercela da noi. Cosa che non ci dispiaceva. A disposizione c’erano la barchetta di Dario col fuoribordo, e il mio canuttiello, piccolo, leggero, a remi.

Quell’anno ebbi l’esame di letteratura a giugno, Roma, giorno 19. Il mattino dopo, ero ad Anzio per il traghetto (Falerno) alle 8,00, arrivo a Ponza alle 11 del giorno 20.

Fu un’emozione unica arrivare in porto, la banda ci aspettava al Molo Musco, e tutto il Corso abbellito dalle bandiere stese sui tetti del Municipio, dalle ghirlande di murtella . Il Falerno suonò la sua gioia per la festa e le altre barche trassero motivo per unirsi al suono delle sirene.

Conoscevo bene quel cerimoniale per averlo visto più volte negli anni, eppure rimasi colpito. Smaniavo sul ponte esterno per immergermi da ponzese nei festeggiamenti di san Silverio. Da sempre giorno di gioia, di liberazione, di novità.

Gli isolani vivono la ricorrenza in modo complesso. C’è anzitutto l’isola che si mostra nel suo aspetto più bello. Profuma di ginestre. Sono loro che pullulano sui declivi e spandono l’afrore dovunque. È il 20 giugno, l’inizio dell’estate, e la data non poteva combinarsi meglio con quella religiosa.

Già questo connubio può ascriversi ai meriti di san Silverio. Ma poi sono combinati insieme in modo mirabile il periodo della pesca: il più fruttuoso per le aragoste, una volta vanto dei pescatori; e poi l’inizio delle vacanze scolastiche e dunque dell’abbandono delle città per lenire la pressione nervosa insita nella vita cittadina.

Ponza è nel mezzo di due metropoli: Roma e Napoli. La prima vorrebbe essere riconosciuta come la patria nobile degli isolani, debitori agli antichi Romani per le citazioni storiche, per i reperti, per le vicende qui consumate. La seconda sorride sorniona perché sa che la matrice della cultura isolana parla il suo dialetto, segue il filo della sua tradizione.

L’isola al centro, e le sue calette dissipano, col favore del sole, ogni ansia e affaticamento.

Di questo vive l’isola, di turismo, e cerca affannosamente di unire alle grazie che la natura ha profuso, richiami culturali che siano consoni al target dell’industria turistica.

Scesi dal traghetto. Vicino al bar di Pippo c’era tanta gente in attesa dell’uscita della processione. Mi sembrava d’essere un turista in arrivo, e la cosa non mi piaceva. Volevo partecipare alla gioia intima che il 20 giugno porta agli isolani.

La chiesa doveva essere stracolma, la banda si fermò sul sagrato e al momento giusto avrebbe preso posto nella processione. Ai tavolini fuori ai bar gente in attesa. Gli anziani coi loro abiti d’occasione: completo blu con cravatta, perché al Santo si devono gli onori dovuti.
Sgargianti gli abiti degli americani venuti dagli States. Le donne corpulente in rosa choccante, gli uomini con al mignolo un grosso anello.

Cercai una via di fuga puntando sulla salita Scarpellini. Trafelato e a disagio. “Gigino… Gigino” – sentii chiamare. Non mi voltai, quella calca di gente sconosciuta mi infastidiva.
“Gigino… dove corri ?”
Non stavo correndo ma non riuscii a non girarmi.
“Da dove vieni… così conciato..?”

Era una ragazza, alta come me, sorridente, viso sereno. “Non mi riconosci? Sono Barbara, la nipote di Siliuccia ’ncopp’a Draunara”.

Rapidamente misi a fuoco il tutto e la riconobbi. Ci eravamo conosciuti due o tre anni prima. Anche lei in vacanza presso la nonna. Studentessa, non inserita nei gruppi che si davano appuntamento dietro la Caletta.

Queste le ragioni che ci fecero conoscere. Un bagno, forse due, qualche critica alla scuola, un gelato a Santantuono d’a surecella, una chiacchierata sul piazzale del Lanternino.

In due anni però quante novità notevoli! Come era bella e come… così sorridente.

Le porsi la mano ma lei si accostò e mi baciò sulle guance. Non sapevo cosa fare. Dovevo andare a casa, rassicurare i miei, riprendere l’abito mentale del ponzese il giorno di san Silverio e invece Barbara mi impose un altro sentire.

In questi casi si dice che il cuore subisce un tonfo, che l’amore diviene il padrone dei sentimenti. Si dice. Oggi penso che la mia adolescenza sentimentale sia sbocciata quel giorno, in quel momento, con Barbara.

Proferii qualche parola banale perché la banda s’approssimava, i bambini della Prima Comunione davano il segno che la processione quasi ci toccava. Raggiunsi la salitella e la affrontai deciso, come un salvifico rifugio.

Quello fu l’anno della mia prima cotta. Quanta dolcezza mi dà oggi il suo ricordo. Trascorsi un’estate avvolto nella nuvola dell’amore. L’amaro lo assaporai dopo. Perché fragile è la consistenza del sentimento adolescenziale, e temporaneo. Costruito sulla leggerezza di qualcosa che è bello soltanto per te. Soltanto per te.

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