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Omaggio a mio padre

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di Enzo Di Fazio

 

ricordi

(appunti di domenica 5 giugno)

Sono da poco passate le sei del mattino.
La baia di Sant’Antonio è colma di barche, i pontili di Giancos pieni di motoscafi così come quello che prolunga la passerella di Gennarino a mare. Saltando di barca in barca dalla banchina nuova si potrebbe arrivare allo scoglio di Frisio senza quasi mai toccare il pelo dell’acqua. E la calma oleosa di questa mattina invita a farlo.
Da qui, dagli Scotti, sembrano giocattoli e ti verrebbe voglia di spostarli e mischiarli senza regole e senza logica come farebbe un bambino.

Un pienone questo primo long week-end di giugno… l’altra sera per attraversare piazza Carlo Pisacane in corrispondenza con il Bar Tripoli bisognava chiedere permesso tanta la calca dei giovani presenti. Passarvi in mezzo è stato come appropriarsi un po’ dell’entusiasmo, della spensieratezza, della voglia di vivere che incredibilmente tutti esprimevano…
Mio padre al posto mio avrebbe esclamato “’u popolo è impazzito”… lui abituato ai silenzi dei fari e alle “chiacchiere” normali, prevedibili della natura come il frastuono del mare, l’infrangersi delle onde contro gli scogli, l’andirivieni della risacca, l’ululato del vento di tramontana, le folate di scirocco, le sferzate di ponente.

Oggi è forse la giornata più bella di questo fine settimana e tra poco i filari di barche cominceranno a sgranarsi man mano i mezzi lasceranno l’approdo per raggiungere ‘u spaccapurpe, l’ansa dello Schiavone, cala Inferno, cala Feola, le felci, i faraglioni di Lucia Rosa, Palmarola, Zannone.
E dal balcone di casa guardando quest’ammasso di scafi, stretti quasi a voler difendere la ricchezza di cui sono simbolo, mio padre intento a radersi, tra una pennellata e l’altra di sapone, avrebbe ancora esclamato “’u popolo è impazzito”.
Ma non si sarebbe distratto e, come d’abitudine, avrebbe continuato a radersi dopo essersi abbondantemente insaponato con il pennello girato e rigirato nella scodella d’alluminio dove il sapone ha ormai al centro un buco che ha la forma di un cratere.
Lo vedo lì, nella sua figura snella col capo bianco, mentre si rade volgendomi le spalle.
Vicina una sedia su cui è poggiata la bacinella con l’acqua calda. Di fronte, appeso alla linguetta dello scuro, uno specchio sbilenco con la cornice di legno… tutte le sue “comodità” come amava definirle e che non trovava da nessun’altra parte… nemmeno in un albergo a cinque stelle.

La sincerità della luce di un mattino limpido di Ponza non l’avrebbe nemmeno cercata altrove.
Così come il sapore intenso delle lenticchie in cottura di là sul fornello acceso alle prime luci dell’alba o il profumo delle foglie di basilico sul tavolo ancora umide di rugiada pronte a contaminare il cibo.

Per un attimo avverto l’odore della sua presenza, mi sfiora quasi ad accarezzarmi portandosi dietro la semplicità di certe abitudini e la capacità di darvi valore…

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