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L’esperienza e la memoria. (5). Vita di collegio

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di Pasquale Scarpati  la cultura

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L’anno scolastico iniziava il primo di ottobre e terminava più o meno nella prima decade di giugno. Esso era costellato da vari giorni festivi anche di natura religiosa. Così già giorno 4 ottobre si festeggiava S. Francesco, patrono d’Italia ed era festa il primo di novembre, ognissanti, il due, commemorazione dei defunti ed il 4 di novembre giorno della vittoria nella Grande guerra detta anche quarta guerra d’indipendenza. Ovviamente giorno 3 era di “ponte”.
Delle altre feste soppresse voglio ricordare il: 19 marzo, S. Giuseppe, ed i giorni dell’Ascensione e del Corpus Domini che cadevano sempre di giovedì cosicché nel mese di maggio i giovedì di scuola si alternavano a quelli di festa.
Il giovedì antecedente il carnevale, detto giovedì grasso, in genere si teneva lectio brevis, cioè si usciva prima da scuola. In collegio si festeggiavano anche il giorno del santo fondatore, il 24 maggio ed anche 11 di febbraio giorno della conciliazione tra Stato e Chiesa. Sembrava un anno breve ma era intenso per gli sforzi scolastici profusi.

Alle 6 e un quarto di ogni mattina (la domenica alle 6 e mezzo), il gracchiante suono di una campana che si diffondeva da un altoparlante posto su uno dei tre muri che delimitavano uno dei cortili del vasto edificio, fracassava il dolce sonno di noi preadolescenti. Un battito di mani, un “sia lodato Gesù Cristo” e l’accendersi delle luci ci facevano balzare dal letto.
Immediatamente venivano aperte, a dispetto di qualsiasi tempo, le finestre della camerata perché “doveva essere cambiata l’aria”. Non potevano soffermarci ed indugiare perché in circa venti minuti bisogna lavarsi (con acqua sempre fredda), vestirsi e rifare il letto.
Ad un cenno dell’assistente dovevamo metterci in fila, (non senza che questi ci avesse controllato la pulizia del collo e delle orecchie) per recarci nella vasta sala chiamata “ studio”, dove per prima cosa dovevamo preparare tutto l’occorrente per le lezioni del giorno e poi ripassare ciò che avevamo studiato il giorno precedente.
Il tutto fino alle 7 e venti circa.

dali il tempo

Dopo di che andavamo a Messa che a quel tempo era detta in latino e si stava quasi sempre in ginocchio. La panca della chiesa, però, avendo pietà della postura, sempre diritta, spesso si spostava appoggiandosi alle natiche. Questo movimento, come altri fatti fuori luogo, era un po’ pericoloso perché dava il pretesto a qualcuno che, simile ad antenna di radar, guardava dappertutto, di comminare punizioni che andavano dallo stare fermo in un angolo del cortile, mentre tutti gli altri giocavano oppure di correre intorno al perimetro del cortile per un numero di volte deciso dal “committente” oppure, peggio ancora, di rimanere ai piedi del letto, appoggiato alla spalliera, fino a che l’assistente non permetteva di infilarsi sotto le coltri e gioire del dolce sonno, mentre gli altri dormivano.
Questa punizione era comminata soprattutto per chi si attardava, la sera, nel mettersi sotto le coltri nel momento in cui l’assistente spegneva la luce e augurava la buona notte. Ciò era un grave problema soprattutto il martedì ed il sabato, quando la mattina, invece di rifare il letto, dovevamo piegare lenzuola, coperte e materasso perché la camerata era pulita dagli addetti alle pulizie.
La sera, quindi, nel breve spazio di venti minuti non solo bisognava adempiere a tutte le cose che si facevano usualmente ma bisognava rifare anche il letto. Era una correre frenetico, un volare di lenzuola e coperte, un andirivieni, come formiche che si intrecciano nell’incedere veloce e senza sosta.
Io, che aborrivo più di tutte le altre la punizione di “stare ai piedi del letto”, se per caso notavo che il tempo stava per scadere perché mi ero attardato in bagno o per qualsiasi altro accidenti, mi infilavo velocemente sotto le coltri con tutti i vestiti pur di non incappare in quell’orribile punizione. Poi, quando notavo che l’assistente (che dormiva con noi dietro un paravento) spegneva la luce della sua lampada, piano piano cercavo di indossare il pigiama.

Alle 7 e cinquanta ci recavamo in refettorio per fare la prima colazione che era composta da latte ed orzo con pane non troppo fresco perché, si sa, il pane fresco inzuppato nel latte può ostruire la trachea oppure rendere difficile la digestione! Una breve ricreazione e poi in classe per assistere alle lezioni.

regole

Terminate le ore di lezione si accedeva al refettorio, dove ci aspettava un “lauto” pranzo, composto da un primo (martedì, giovedì e domenica: pasta asciutta), gli altri giorni minestra molto acquosa per rinfrescare l’intestino, un secondo con contorno ed una frutta. Il secondo era composto di varie pietanze: una volta uno spicchio di frittata, un’altra pesce (il venerdì), o due uova sode ed altro. La carne probabilmente proveniva da bovini o cresciuti allo stato brado oppure erano stati longevi come gli antichi patriarchi: il più delle volte, infatti, era talmente dura che se un calzolaio l’avesse incollata sotto le scarpe, esse potevano, senza ombra di dubbio, fungere da suola che, come ho già scritto altrove, era in quel tempo per lo più inesistente.
E che dire della cena della domenica sera. Una leggera minestrina e per secondo quattro “pastette” con due formaggini di “cioccolato” quelli che a volte avevano nel loro involucro le “figurine”.
D’altronde non poteva essere diversamente: il pranzo della domenica aveva avuto una sostanziosa appendice: una “pastarella” (pasticcino)!

Dopo il pranzo si sciamava nel cortile (se non pioveva) e si poteva fruire di molti giochi: bigliardino, pallacanestro, ping pong e soprattutto palloni di cuoio, talmente pesanti che quando si dava “il colpo di testa” le ossa del cranio tremavano tutte come le assi di legno del gozzo di Gigino spinto dal grosso motore: il solito bolindro (Bolinder).
Ci dividevamo in squadre improvvisate, ovviamente con l’esclusione dei puniti. E si giocava per circa un’ora. Al suono della campanella bisognava andare a riporre nel ripostiglio ogni cosa ed immediatamente mettersi in fila al proprio posto o nelle immediate vicinanze, perché quando “il consigliere”, con occhi grifagni, dopo avere dato uno sguardo intorno, faceva sentire il trillo del fischietto, immediatamente bisognava stare al proprio posto e soprattutto tacere. Se ciò non avveniva si era irrimediabilmente puniti.

silenzio

Studio programmato. Si doveva, infatti, fin dal principio pensare a cosa studiare e porre sul banco tutto l’occorrente. Nel caso in cui si aveva bisogno di qualcosa bisognava chiedere il permesso in silenzio alzando la mano. Se veniva concesso, si poteva alzare il ripiano del banco. Un giorno avevo urgente bisogno di chiedere un piccolo aiuto a Gennaro, mio vicino di banco, per un passo di una versione dal latino che dovevamo consegnare di lì a poco. Chiesi ed ottenni il permesso e così, nascondendomi dietro il ripiano alzato, mi rivolsi a lui. Ma in quel momento udii il fruscio della porta a vetri che stava alle mie spalle. Immediatamente richiusi il ripiano.
Sentii che in mezzo alla fila si avvicinava un passo lento e tranquillo: era il professore a cui avremmo dovuto consegnare il compito. Giunse, con molta calma, là dove ero seduto e poi fece un ulteriore piccolo passo in avanti. Avevo la testa abbassata e facevo finta di leggere, ma avevo il batticuore e nello stesso tempo, visto che mi aveva oltrepassato, pensavo di averla fatta franca. Invece… il tonfo di un solenne ceffone dato sul collo con la mano sinistra rimbombò nel silenzio assoluto dell’aula. Ci rimasi un po’ male non tanto per il ceffone quanto perché già pregustavo di aver scansato il pericolo. Ma di tutti gli insegnanti fu quello a cui rimasi più legato!

il sapere

Ognuno di noi aveva un numero di matricola e non era consentito uscire dal collegio, se non durante le festività natalizie, pasquali ed estive, neppure se venivano a visitarci i parenti e persino i genitori. Vi era, infatti, una stanza, nei pressi della portineria, detta “parlatorio” e lì si poteva conversare con essi, ma solo di sabato pomeriggio o di domenica, fino a che non si andava a pranzo o alla benedizione vespertina. A me, grazie alle comunicazioni… giornaliere e tempestive (sic!), o per meglio dire rare e lente, tra l’Isola e la terraferma era concesso il… privilegio di poter colloquiare con i miei a qualsiasi ora ed in qualsiasi giorno anche al di fuori del sabato e della domenica.
…E poi qualcuno ha o aveva anche il coraggio di lamentarsi dei collegamenti! Io avevo trovato il lato positivo del… disagio!

Ma tra le tante cose che quegli educatori mi hanno insegnato credo che la migliore di tutte sia stata questa: abituarsi all’esame di coscienza cioè a riflettere e di conseguenza a ponderare; per questo, durante l’anno, ci obbligavano a fare, in determinati giorni, le cosiddette ricreazioni in silenzio: passeggiare nel cortile in silenzio, meditando. Io però non ne soffrivo perché ero abituato ai lunghi silenzi che l’Isola offriva, quando, salendo su per i Conti o camminando per la Panoramica o recandomi a piedi alle Forna, respiravo a pieni polmoni il vento costante e allungavo lo sguardo sulle parracine, sulla macchia sempreverde, sulle colline o sull’ampia distesa del mare cristallino e multicolore che sembrava nascondere tesori in sé e possedere incognite oltre l’orizzonte.

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Spesso noi tutti (anche quelli che reggono le sorti della Terra) dimentichiamo che siamo stati, siamo e saremo sempre debitori a un semplice ed umile insegnante che ci ha presi letteralmente per mano e ci ha portati, da bambini,  alle soglie della conoscenza  motore del progresso e della civiltà.

Ma ora non voglio più tediarvi ulteriormente con siffatte bazzecole altrimenti rischio di essere rimandato a settembre se non addirittura bocciato!

raccontare i ricordi


[L’esperienza e la memoria (5). L’istruzione – Fine]

Nota: tutte le immagini inserite sono state scelte dalla Redazione

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