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Vivere Ponza (2)

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proposto da Silverio Lamonica 

Rist. Tramonto

per la prima parte (leggi qui)

Vivere a Ponza, Italy di Helen Shulman
(http://www.travelandleisure.com/articles/instant-home)

Ponza è davvero, davvero piccola. Una volta incontrate Gail e Laura, ci imbattemmo in loro per tutto il tempo: in pizzeria, al mercatino all’aperto di frutta e verdura, al bancomat. Ci sono solo due paesi, (ufficialmente le chiamano zone): Ponza, il porto, e Le Forna (che è un po’ più grande di Santa Maria) sull’altro versante dell’isola.
Un bus circola su e giù per la strada principale che le unisce, gli fai cenno di fermarsi prima che ti superi con la sua mole. Le Forna è la sede delle Piscine Naturali, una serie di grotte naturali che racchiudono piscine d’ acqua di mare, raccolte in vasche di roccia lavica.
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Passammo gran parte della settimana sia lì che a Frontone, quando non noleggiavamo barche per le escursioni alle spiagge lungo le coste sinuose dell’isola. Alle Piscine Naturali devi scendere per una ripida scala in pietra verso l’acqua, mentre adolescenti ponzesi smaliziati, sghignazzano e fumano sulla scogliera circostante, spesso uno di loro si esibisce tuffandosi, sfidando la morte del cigno, per impressionare gli altri. C’è una “spiaggia” in fondo alla roccia (pure lavica) e sedie in affitto, qualora la ruvida superficie rocciosa si rivela troppo dura per le tue vertebre. C’era un “trucchetto” per scivolare nel mare dalla scogliera, aldilà dei ricci, ma poi le ammalianti grotte con le stupende cavità ti inducono ad attraversarle a nuoto per giungere nelle piscine di lava dove vale proprio la pena immergersi. Perfino alcune punture di meduse non ci toglievano quel piacere.

A sera il fidanzato di Gail, Luca, arrivò per il weekend, ci portò tutti a cena nel suo ristorante preferito, Il Tramonto, vicino alla casa della sua famiglia, uno dei punti più alti dell’isola. La stradina era molto ripida, come se il taxi si inerpicasse su una montagna, con Luca, dal carattere affascinante, che faceva fermare l’auto di tanto in tanto per cogliere tanti fiori per noi. Quando uscimmo in strada da casa sua, la via era completamente vuota e con il tramonto del sole ci sembrava di essere trasportati dritti in una nuvola.

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Fumando accanitamente per tutto il tragitto, Luca condusse Gail e Bruce al ristorante, ma i bambini ed io non eravamo tanto convinti. Sua figlia Laura desiderava portare i nostri bambini con lei in un prato vicino a vedere delle caprette. Esitai. Eravamo in un posto sperduto (un favoloso posto sperduto, ma sempre tale) in cima ad una collina, i miei bambini non parlavano italiano, Laura non parlava inglese, tutti avevano otto anni e anche meno e, del resto, conoscevamo a mala pena questa bella gente. Mi accinsi a seguirli, quando apparve il proprietario del ristorante che mi attirava all’interno con un bicchiere di prosecco in mano.

I miei bambini o il prosecco. I miei bambini o il prosecco.

Mentre valutavo le opzioni, i miei figli sparirono oltre la strada. Presi il bicchiere di champagne ed entrai.

I tavoli sul terrazzo fuori al Tramonto, hanno la migliore veduta di tutta Ponza. Aldilà del mare – che al crepuscolo assumeva un caldo colore argenteo, mentre il sole arancione al tramonto coi suoi raggi sanguinava nel mare – c’era l’isola disabitata di Palmarola. C’eravamo stati con Laura e Gail all’inizio della settimana. Fummo avvertite che Palmarola era perfino più affascinante di Ponza, il che sembrava quasi impossibile, però era vero.

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Ora, sedendo con Luca e Gail sulla cima di Ponza, in alto e felici, e sul punto di lanciarci in una cena di quattr’ore, potevamo vedere la terraferma italiana alla nostra destra, appena sopra l’orizzonte. I bambini fecero ritorno sedendosi ad un tavolo pieno di cibi (degli sbuffi di alghe fritte ?) mentre i genitori erano totalmente ubriachi.

Da qui puoi vedere la forma del mondo” disse mia figlia.

Ed era vero. Anche se mi girava la testa, potevo vedere la curvatura del pianeta.

Alla fine venne l’ora di rincasare.

Nella nostra ultima sera, alle sei, fummo invitati sulla terrazza dei Mazzella al piano di sopra, per un brindisi di commiato. La graziosa moglie di Giovanni, Ofelia, ci offrì due piatti colmi di zeppole fritte,in uno erano cosparse di zucchero a velo e l’altro con cannella. Aveva pure cotto al forno delle torte e le aveva spalmate con Nutella a più strati, come tramezzini.

Era proprio come in una commedia brillante: coca-cola e patatine fritte per i bambini, anguria e per gli adulti caffè e vino. Furono invitati anche la zia di Maria,Clara e lo zio Joe, perché parlavano inglese. Parlammo di New York, dove avevano vissuto per trent’anni e di Ponza, dove si erano ritirati e piano piano trascorremmo piacevolmente il pomeriggio tra un bicchiere di vino ed un dessert. Poi zio Joe decise che bisognava offrire ai bambini un gelato. Così scendemmo le scale e percorremmo il vicolo fino al Zanzibar dove comprò i gelati per i bambini. Ritornammo dai Mazzella ed Ofelia ci invitò per la cena (la cena!), noi naturalmente accettammo.

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Non era roba da dilettanti. Ofelia teneva in serbo da tre giorni formaggio, tonno, olive, insalata di polpo, due diverse qualità di zucchini, un budino di patate, parmigiano e pancetta, che ritengo veramente fuori dall’ordinario e pane. Una pizza e poi la portata principale: pasta al sugo di scampi. Isaac, il nostro ragazzino, mormorò: “Non ce la faccio più! ”,quando Ofelia gli offrì pasta al burro. Che offesa stando a tavola!: “Non gli piace la cucina italiana?” chiese Clara.

Era difficile convincere qualcuno che era sazio. Mi poggiò la testolina in grembo e cominciò a lamentarsi. A seguire c’era la frutta, fragole in sciroppo di zucchero, caffè e Dio sa che altro ancora e a questo punto dicemmo basta. Ringraziammo profondamente i nostri ospiti e rotolammo giù per le scale alla volta dei nostri letti, pieni di gratitudine verso i Mazzella, provando la strana sensazione di averli delusi.

Quando mi sveglio il mattino dopo, mi sento ancora sazia. Inciampai in terrazza. C’erano vasi di gerani rosa, rossi e bianchi, grandi come la testa di un bambino. Una lucertolina spingeva col muso una pallina di cioccolato ai cereali che avevamo fatto cadere su una piastrella il mattino precedente, a colazione. Ritirai i panni stesi ad asciugare e annusavo l’aria dell’oceano nei nostri pigiami rigidi, ma puliti, cercando di memorizzarne il profumo prima di piegarli e sistemarli nelle valigie.

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Quando disfeci i bagagli, dopo essere tornati a casa, riuscivo ancora a sentire l’odore del sale marino.

 [Vivere Ponza (2) – fine]

Note
– Tutte le foto, ad eccezione di quella di copertina, sono state prese dal web ed inserite nell’articolo a cura della Redazione.
– Didascalia della foto di copertina di David Cicconi: “La terrazza del Ristorante Il Tramonto, in alto sul porto a Il Forno (sic) una delle due contrade di Ponza”.

(N. d. t. In calce all’articolo in originale, l’autrice fornisce dei consigli e recapiti di alcuni operatori turistici locali. Gli interessati possono prenderne nota).

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