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2 giugno. C’è ancora voglia di Repubblica?

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di Rosanna Conte
2 giugno. Festa della Repubblica

A 70 anni dallo storico plebiscito in cui gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia, accanto alle celebrazioni che coinvolgono le massime cariche istituzionali, qualche considerazione va pur fatta.

Il 2 giugno del ’46  i milioni di italiani che si recarono alle urne avevano voglia di votare. Le donne non avevano mai votato e, a loro volta, gli uomini nel ventennio fascista non avevano potuto esercitare il diritto di voto se non in forma coatta e intimidatoria giungendo ad esiti plebiscitari.

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Si veniva fuori da una guerra distruttiva e tutto il paese necessitava di essere ricostruito. Rifondarne i principi istituzionali era il primo e più importante passo, specie per coloro che erano orientati per la repubblica.
Bisognava voltare veramente pagina, creare uno stato democratico e porre dei paletti per evitare che in futuro si tornasse a forme di governo orientate a limitare le libertà e la partecipazione dei cittadini alla vita politica e culturale del paese.

A questo doveva mirare l’Assemblea Costituente in caso di vittoria della repubblica.

Insomma c’era entusiasmo, consapevolezza e volontà di essere parte di questo processo di cambiamento.

A distanza di 70 anni, fra gli italiani non c’è più tutto questo.

Decenni di malcostume politico hanno creato un’incrostazione di diffidenza, disinteresse, sfiducia ed anche il ricordo del 2 giugno si è completamente sbiadito nella festa delle forze armate che sfilano mentre le frecce tricolori fanno le acrobazie in cielo.

E’ vero, negli ultimissimi anni si è cercato di trasformarla in festa civile e Renzi ha chiesto, quest’anno, ai sindaci di sfilare con la fascia tricolore in rappresentanza delle comunità italiane, ma non è con un’immagine innovativa che si recupera quanto decenni di mala politica hanno scavato nell’animo e nella coscienza della gente comune lasciando un vuoto.

Oggi sono in molti a guardare con distacco la Festa della Repubblica che non si sa cosa sia, proprio quando, invece, sarebbe necessario essere attenti e partecipi, visto che i cambiamenti apportati alla Costituzione repubblicana redatta 68 anni fa – fu promulgata il 1° gennaio 1948 – saranno sottoposti a referendum in autunno.

E’ vero che anche 10 anni fa ci siamo trovati nella stessa situazione e gli italiani decisero che i cambiamenti proposti allora non andavano bene. Ma dieci anni sono abbastanza per cancellare il ricordo delle motivazioni e riesce un po’ nebuloso il confronto con i cambiamenti di oggi, non dico negli aspetti particolari, ma  almeno negli esiti.

La crisi economica avviata nel 2008 si è innestata su una crisi culturale che la politica ha favorito, preoccupandosi solo di se stessa, ricadendo pesantemente sulla qualità del tessuto sociale. Sull’urgenza del presente si sono appiattiti tutti gli aspetti della vita e, oggi, se chiediamo su quali cambiamenti apportati alla Costituzione andremo a votare, molti non sapranno rispondere o ripeteranno pedissequamente gli slogan che si sentono in TV.

Eppure la Costituzione non è un pezzo di carta collocato su Marte, ma è la legge fondamentale dello Stato, quella a cui si devono ispirare tutte le altre leggi, quelle ordinarie, quelle che regolano la nostra vita quotidiana.

Oggi, più che mai, ciò che preoccupa non è solo l’assenza di informazione – piuttosto inquinata, manipolata, distorta se e quando c’è – sulla  regolamentazione vitale della nostra Repubblica,  ma  l’indifferenza sia di chi gioca con essa per questioni di potere sia di chi assiste passivamente, ignaro della gravità del danno se la riforma della nostra Carta dovesse scompaginarne l’equilibrio che la caratterizza invece che renderla più fruibile.

E' nata la Repubblica italiana

 

 

 

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