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h-34 f4-2 ss03 39 hydravion2 Una cintura di cistoseria a pelo d'acqua

L’esperienza e la memoria (3). L’istruzione

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di Pasquale Scarpati
gabbia

 

con dedica a Franco De Luca

 

La scuola (continuazione)
Gaetano, invece, che aveva frequentato l’alta facoltà di ingegneria navale con sede, all’aperto, giù alla banchina, là dove la brava onda cullava e culla, ancora oggi, equamente, sia il piccolo canotto nero e sporco sia ’a zaccalena austera e presuntuosa, mentre il gozzo faceva a cazzotti, come noi monelli di strada, dimenandosi tra le barche di pari stazza, anche se grosse gomme di camion cercavano, come i guantoni di pugile che sta in guardia, di attenuare i colpi sulle paratie, laggiù dove per l’aria gironzolavano e si mescolavano vari odori tra cui quello di pesce crudo e pesce cotto ed il basolato era asperso di chicchi di granone e polvere di crusca ed una rete da pesca era in attesa di salire su un gozzo per assolvere al proprio dovere, era abile nella costruzione di barchette di carta di tutte le dimensioni che apparivano all’improvviso sul banco; ma, per mancanza dell’elemento naturale per cui esse sono costruite, erano costrette a rimanere ferme oppure a spostarsi, con l’ausilio della mano, avanzando beccheggiando più che rullando in mancanza di venti trasversali.

Aeroplanini di carta.1

Non mancava chi, invece, aveva frequentato non senza un certo profitto, la facoltà di ingegneria aereo-spaziale che aveva succursali un po’ dappertutto: sugli Scotti, a Chiaia di Luna, sulla Dragonara, nella Padura ed in altre località. Ognuno palesava il suo estro nella costruzione di aeroplani di tutte le forme. Alcuni erano molto semplici altri più sofisticati. C’era chi aveva un’unica struttura e chi, invece, era formato da più parti perché al muso e alla coda si aggiungevano ali di varia fattura. Si lanciavano in aria con un colpo secco del braccio.
Silverio, memore, forse, del padre che, prima di dare la spinta sul volano del rumoroso motore del gozzo, riscaldava il bulbo con la fiamma ossidrica, prima di lanciarlo in aria, alitava sul muso dell’aereo come a voler riscaldare i motori.
L’altro Silverio invece, avendo, forse qualche volta, frequentato la dimora dove l’occhio notturno gira intorno spezzando e poi scrutando il buio spesso quasi tangibile del mare, cercava di far assomigliare le ali del suo “gioiello” a quelle dei pennuti che si librano leggeri e senza sforzo sulle procelle. Solo qualcuno di questi aeromobili, però, planava dolcemente; i più, invece , dopo avere fatto delle piroette in aria, cadevano in picchiata, urtando il suolo o un banco e restavano malinconicamente sul posto in attesa di essere spinti di nuovo a volare dopo le necessarie modifiche.

Volare
L’aliante di Rafele, che abitava là dove poteva studiare i venti e le correnti aeree, attraverso i vetri delle finestre di casa o sul vecchio muricciolo che delimitava la spiaggia a cui noi accedevamo saltando a piè pari dallo stesso, slogandoci a volte le caviglie e prendendo ovviamente “il resto” a casa, ma mai scendendo per i vecchi gradini perché questa “comodità” la lasciavamo agli adulti o per meglio dire ai “vecchi”, planò dolcemente sulla cattedra proprio nel momento in cui entrava l’insegnante e stette lì, mollemente adagiato su un fianco in attesa che qualcuno lo facesse di nuovo librare in aria.
Quello, però, non parve apprezzare per nulla l’estro del valente ingegnere perché non solo fece a mille pezzi “l’invenzione” e la cestinò ma, afferrato l’inventore per un orecchio, lo portò dietro la lavagna e lì lo fece rimanere con il viso rivolto verso il muro per buona parte della lezione, quasi a dover nascondere la faccia per la vergogna. Ma lui, ogni tanto, spinto dalla curiosità e voglioso di stare con gli altri, cercava di voltarsi, anzi al compagno seduto al primo banco che sottovoce lo sfruguliava (prendeva in giro), accennava anche a un marameo, in barba a tutte le paure.
L’insegnante dopo un po’ gli concesse di ritornare al suo posto. Sicuramente, però, costui non si dimostrò al passo con i tempi né di ampia apertura mentale! Era, in definitiva, un… matusa (come sicuramente sarebbe stato definito alcuni anni dopo).

Luigino, invece, nel suo vagabondare per il mondo, aveva posto l’orecchio allo stridio dei freni dei treni o forse, più semplicemente, voleva riprodurre il medesimo sfrigolio della forgia di suo padre, per cui, afferrato un pezzo di gesso, lo strofinava con forza sulla lavagna: Trrr… e… zrrr – e la pelle si accapponava. Poi con occhio malizioso guardava soprattutto le bambine perché, più sensibili, erano quelle che non solo protestavano a gran voce ma con il corpo o con il viso dimostravano, con atteggiamenti diversi, la loro avversione se non la repulsione.
Brrr..! – dicevano – Luigi’a vuo’ furni’, sì o no? …Iddìch’ ’u maestr’.
Lui fingeva di avere paura, ma poi, prima di andar via dalla lavagna, non si esimeva di fare un ultimo strofinio come nota finale di una marcia sinfonica.

Alla lavagna

Qualcuno, invece, tra tutti questi alti professionisti, era un po’ più alla buona, come dire “ casareccio”. Non avendo girovagato né allungato lo sguardo oltre il suo piccolo orizzonte, si atteneva alla semplice realtà quotidiana. Egli, infatti, emulando la propria madre o qualcuno di famiglia che sbatteva fuori dal balcone o dalla finestra una pezza piena di polvere, faceva lo stesso con il vecchio strofinaccio, pieno zeppo di polvere di gesso, che fungeva da cancellino. Così, o per pigrizia oppure per non attraversare l’aula e affacciarsi alla finestra che non solo era pericoloso ma era anche proibito, preferiva assestare colpi sui bordi di legno della lavagna.
Così si levava un gran polverone bianco che, simile a nebbia, si spandeva dappertutto. Allorché si era posato si notava che il nero dei grembiuli era divenuto un po’ sbiadito e molti bambini, specialmente quelli che sedevano nei primi banchi, erano divenuti anziani anzitempo poiché i loro capelli erano alquanto… canuti.
Per riprendere, pertanto, un pochino l’assetto originale non restava che…. battere con le mani sui grembiuli, sugli indumenti e strofinare nei capelli (anche per evitare altresì che gli adulti lo facessero ma… in altro modo) per cui per un po’ di tempo si creava di nuovo un po’ di nebbia fino a che questa si dissolveva del tutto, andandosi a posare dappertutto (anche sul Crocifisso) riempiendo così ogni spazio come zucchero a velo su una torta.

Cancellino e lavagna

Per fortuna che “l’attualissima” cartina geografica, dai bordi sfilacciati, dove erano rappresentati ancora i Paesi baltici nati dopo il primo conflitto mondiale ed i confini dell’Italia comprendevano ancora l’Istria, era posta in alto quasi vicino al Crocifisso, altrimenti anche la sua sorte sarebbe stata segnata! In essa era posta ben in evidenza la città di Trieste a cui noi dedicavamo il canto: “ O Italia o Italia del mio cuore, tu mi vieni a liberar…”.
Liberato, invece, era un bimbo che, provenendo dagli Scotti, aveva sempre in serbo qualche filo d’erba o qualcosa di leggero con cui ciuculia’ (solleticare) il collo del compagno che sedeva davanti. Quello in un primo momento si limitava ad alzare le spalle e a cercare di fare entrare il collo nella camicia, poi, voltandosi all’improvviso, gli lanciava qualsiasi corpo contundente che aveva a portata di mano: poteva essere anche una gomma o una matita o la penna. Evidentemente non apprezzava per niente quel modo innocente per tenere desta l’attenzione che scemava a causa dei continui ritornelli di numerazioni ed altro che come cantasilene (cantilene) si ripetevano ogni momento da parte di tutti e con il medesimo insegnante.
Tommaso, invece, guardava sottecchi e sornione se la rideva. Partecipava poco ai variegati conflitti forse a causa della sorella che avrebbe potuto fare la “spia”; così se pure l’avesse fatta franca in classe, a casa avrebbe subito le terribili conseguenze.

A mano a mano che si cresceva si ideavano stratagemmi più sofisticati e al passo con i tempi. Quando, infatti, l’uomo si accinse ad andare nello spazio, sicuramente la forma dei missili, degli sputnik non la creò dal niente ma la desunse da quella ideata da un compagno che avvolgeva il solito foglio dandogli la forma di cono. Imbeveva la punta di abbondante saliva e poi, con un rapido gesto del braccio, lo lanciava verso l’alto. Quel “missile” attraversava tutto lo spazio e si andava ad attaccare sotto il soffitto. Era nato, anche, l’antenato dei faretti! Ad un certo punto quasi tutto il soffitto era pieno di questi “faretti”. Ma gli insegnanti non se ne accorgevano poiché, quando entravano, il loro occhio andava diritto verso il loro “centro di potere”: la cattedra. Ma “il faretto” che stava perpendicolarmente appeso sulla cattedra, forse per un soffio di vento o per risentimento perché un po’ più isolato dagli altri, si staccò dal soffitto e cadde sul registro personale nel momento in cui il professore di matematica scorreva l’elenco degli alunni per acciuffare il “capro espiatorio”. Alzò gli occhi e… vide. Orrore! Quel giorno nessuna ecatombe placò l’ira del dio. Molti caddero sul campo; tutti, poi, fummo oberati da esercizi e problemi assegnati, a iosa: dal numero tale… al numero tal altro, senza soluzione di continuità. Compiti che, oltretutto, dovevano essere eseguiti senza l’ausilio di calcolatrici dal momento che non esistevano !

Tavolozza colori

Non parliamo poi dei colori che erano come dei bottoni colorati su una tavolozza (tipo occhio di S. Lucia) che andavano bagnati con l’acqua; cosicché quando si utilizzavano, schizzi e pozzanghere lavavano il pavimento prima che Michelina, la bidella, facesse le pulizie: era sicuramente un modo originale di venire in suo aiuto!

Anche i pennelli erano adeguati ai tempi. Le setole, infatti, dopo un po’, con l’uso, rimanevano a una a una sul foglio di album dando così un tocco originale al disegno o scarabocchio che dir si voglia.
Quando uscirono le biro, le cosiddette “penne a sfera”, divenne più facile scrivere… Ma, allorché si rifiutavano di fare il loro dovere (non era raro, anzi…) poteva accadere il dramma. Innanzitutto si cercava in vari modi di ripristinare il suo funzionamento anche alitando sulla punta quasi a riscaldarla;, poi, se dopo avere strofinato più e più volte sul foglio fino a strapparlo, ugualmente si rifiutava di assolvere al proprio dovere, veniva smontata per poter soffiare dentro la cannuccia di plastica dove era contenuto l’inchiostro.
Questa operazione era un po’ pericolosa perché poteva succedere che l’inchiostro fuoriuscisse “scoppiando” come una bomba. Inzaccherava tutto: mani, grembiule, viso, ed anche la fronte ed i capelli. Più si tentava di toglierlo, più quello, come polpo che allunga i tentacoli, scivolando, si andava, ostinato, ad intrufolare dappertutto: sulle gambe e, oltrepassando il grembiulino, anche sulla camicia e sui pantaloni. Si chiedeva, allora di andare al bagno per pulirsi. Se ne usciva non solo inzaccherati ma anche bagnati o simili ai pellerossa quando si tingevano il viso per danzare intorno al fuoco la danza di guerra.
A casa, poi, avremmo trovato chi ci avrebbe consolato ed asciugato con un phon che però, a quei tempi, aveva la forma di un grosso battipanni, di una cucchiara di legno, uno scarpone e una currea a luvatore (cinghia che si toglie velocemente dai passanti, quando c’erano), così diceva mio padre [quelli erano gli strumenti del tempo per “dare calore”, se non la canna del famoso scupuliaturo di cui si dissertò a suo tempo (leggi qui) …ne so bene io! E chi s’u po’ scurda’! …Detto tra noi: agli occhi dei miei (che erano molto rigidi), io ero un po’ troppo (diciamo così) “birichino” –  NdA].

Ma il contenitore/cilindro trasparente di plastica della fu-penna biro diveniva una nuova ed efficiente piccola cerbottana…

La penna Biro

Tutto diveniva oltremodo pulito ed in ordine allorché si preannunciava la visita del direttore didattico. Grembiuli puliti, fiocchi al centro del colletto bianco, perfettamente annodati senza alcuna sbavatura (essi erano sempre i primi a subire le conseguenza in caso di appiccich’ (litigi) perché diventavano o nodi o strisce pendenti dal collo), banchi in ordine, aula a specchio, bagni turchi profumati di varecchina.
Al suo apparire ci alzavamo in piedi e ad un cenno del maestro cantavamo: Battiam, battiam le mani, arriva il direttor…”. Probabilmente faceva un discorso di circostanza e poi andava via lasciando, comunque, un’aria di solennità che ci faceva restare tranquilli e calmi per un po’ di tempo.

Il ciclo delle elementari terminava con l’esame di licenza. Se si era promossi (non fatti promossi), per chi volesse o avesse la facoltà di proseguire negli studi si aprivano due strade: o la frequenza dell’avviamento professionale oppure della scuola media. Nel primo caso però alla fine del ciclo triennale non si aveva l’accesso a tutte le scuole superiori. Erano infatti vietati i licei.

La frequenza degli Istituti Tecnici impediva, in seguito, anche l’accesso ad alcune facoltà universitarie.
La scuola che, invece, apriva tutte le porte delle superiori e dell’università era la scuola media. Ma, per accedervi, bisognava affrontare e superare il cosiddetto esame di “ammissione alle medie”. Così alcuni bambini, già durante l’anno, oltre alle discipline usuali, andavano a preparare presso altri insegnanti un programma prestabilito.
Gli adulti, pertanto, dovevano prendere decisioni per un bambino di appena dieci anni già valide per tutta la sua vita e, a sua volta, quest’ultimo doveva affrontare o, per meglio dire, sostenere sulle sue piccole spalle grosse difficoltà. Erano forse adeguate all’età o era segno dei tempi quando si nasceva già “adulti”!?
Già fin dall’inizio della pubertà, infatti, terminate le scuole elementari, eravamo definiti ragazzi oggi, per la stessa età, si parla ancora di… bambini (forse riprendendo il “puer” dei Romani che giungeva fino ai 17 anni).

IV-elementare.-10-dicembre-1955

Dopo un certa insistenza da parte della redazione, in particolare del “compare”, l’autore ha fornito qualche indicazione sulla foto della sua classe di IV elementare del 1955, per quello che ricorda:

“Comincio dal basso guardando la foto a destra (credo che molti li conosciate). Di alcuni di essi parlo nel mio racconto.
Seduti: Gaetano (Sogliuzzo); poi quello vicino mi sembra si chiamasse Enzo; poi (non ricordo); poi Silverio, il figlio del fanalista.
Le bambine: Adriana la figlia di Temistocle; poi (non so); poi Maria Paola la figlia ’i Bafarone; poi (non so); poi Clotina, la figlia di Maurino il meccanico; delle altre bambine non ricordo… mi sembra qualcuna stava dalle suore.
Poi sempre da dx:
c’est moi con i capelli semilisci; quelli vicino a me non li ricordo. Ecco la signora Lola, moglie del maestro Totonno Scotti (lui mi aveva accompagnato fino alla terza elementare), madre di Assunta e di Lia. Quello che sta vicino a lei (non ricordo). Di seguito Luigino (Zecca) il figlio del fabbro, poi Silverio Di Fazio (è il sacerdote che sta in America?). Gli altri due non li ricordo.
Alle mie spalle Liberato; poi (non so); poi Rafele (Abbenante); poi Silverio (Parisi); poi Tommaso i’ Bafarone; poi (non so) ed infine (mi sembra) Nino Picicco.
Ecco la bella… “compagnia di ventura”!”

…E (Pasquale) rilancia la palla ai suoi lettori e a tutti noi: potremmo “indagare” e aiutarlo a dire chi sono gli altri che lui non ricorda?


[L’esperienza e la memoria (3). L’istruzione – Continua]

Per la prima parte, leggi qui
Per la seconda parte, leggi qui

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