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Epicrisi 73. Divagazioni sulla comunicazione

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di Sandro Russo

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Le regole della comunicazione, nel linguaggio parlato e scritto, sono estremamente complesse. C’è uno sfasamento tra chi dice/scrive e chi ascolta/legge; la comprensione arriva per gradi, spesso incompleta o distorta, gli equivoci sono frequenti.
Una ‘prima impressione’ derivata da quanto si è letto, si può modificare alle letture successive.
La scrittura richiede tempo e concentrazione; la lettura dovrebbe averne altrettanto, ma spesso si ascolta distrattamente (o si legge velocemente) così che la complessità e profondità della comunicazione rischiano di perdersi.

La tendenza dei nostri tempi è verso la semplificazione, il disimpegno, il vaniloquio. Il linguaggio dei social ne è un esempio; altri se ne trovano nei fumetti; in televisione gli esempi sono tanti; nei film sempre più frequenti.
Siamo molto lontani da quelle “buone norme” che si insegnavano a scuola ai miei tempi, come la “regola delle 10 P”: “Prima Pensa Poi Parla Perché Parole Poco Pensate Portano Pena”. Forse vigevano nella scuola di Pasquale Scarpati; oggi sono “fuori moda”. Peccato perché i ricordi vividi e sfaccettati che il nostro compare fa rivivere si perdono, ad una lettura superficiale, come nota anche Franco cui lo scritto è dedicato in exergo.

Alcune considerazioni in tema sono parte dei due articoli – Ri/flessione (1) e (2) – che Franco De Luca ha dedicato alle modalità di espressione e aggregazione dei ponzesi, con un ricordo di altre esperienze effettuate in tempi precedenti a Ponzaracconta. Cita Ponza mia (1965) e Vivere Ponza (1986), ma altre ce ne sono state, come “Punto rosso”, negli anni ’72-’73 e “Il dibattito”, più o meno in concomitanza con Vivere Ponza. E non si possono passare sotto silenzio l’esperienza radiofonica di “Radio Ponza top spin” di Rino Cordella (negli anni intorno al 1975-’76) e l’aggregazione attraverso il teatro che con i gruppi de ’A Priezza e del Nuovo Teatro Ponzese è tuttora operante ed ha il suo antecedente ‘storico’ nella rappresentazione di “U come Uomo” del Natale 1975.

Partecipazione

Vari commenti su aggregazione e condivisione delle esperienze in ambito isolano si ritrovano anche in embrione in una Lettera aperta alla Redazione di Pasquale Scarpati dell’aprile 2014; come pure in una “auto-intervista” di Vincenzo Ambrosino del febbraio 2015: “I Sang’ ‘i Retunne… chi sono?”  …Prima degli sviluppi attuali.

Certo che capire e farsi capire è difficile: non a caso la nostra lingua (più di molte altre) prevede una quantità di “figure retoriche” per suggerire, alludere, richiamare… Alcune, come la “metafora”, di uso comune, altre meno note, ma abbastanza usate in pratica, come… dire di non voler dire una cosa (per poi dirla) (…non ti dico cosa mi è successo!: “preterizione”), sminuirsi ad arte (certo non ho studiato come voi, ma… : “cleuasmo”); affermare un concetto attraverso la negazione del suo contrario (non troppo istruito = ignorante: “litote”).

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Per non parlare (ed ecco che ne parlo!) di “anacoluto”, di “apodittico” e di “tautologia”…

Un uso colto di queste figure retoriche si trova spesso negli scritti di Silverio Guarino come nel suo più recente Sindaco… Sindaco!, mentre chi coltiva quest’arte con genio naïf è il nostro Sang’ ’i Retunne.

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Ci parliamo… Scriviamo e leggiamo, ma non sempre ci capiamo… magari non subito, non completamente, a volte per niente!

Ci sono altre sfumature del cambio di significato di un evento anche a distanza di un sol giorno da quando è accaduto. Un esempio famoso è quello delle “lettere del giorno dopo”

In Giappone, intorno all’anno mille fioriva una raffinata cultura di cui è testimonianza un solo libro, immenso e modernissimo (per noi lettori di oggi), di Murasaki Shikibu, una dignitaria della corte di Kyoto, al tempo: “Genji monogatari”, tradotta in italiano come “La signora della barca – Il ponte dei sogni” [Bompiani (1981); Einaudi (1992)].

A sin il libro di Murakami Shikibu. A dx una stampa d'ambientazione Meji

L’atmosfera del tempo prefigura per grandi linee quella che fu da noi l’epoca dell’Amor Cortese, con complicati modi di esternare i propri sentimenti e precisi rituali nei rapporti tra le persone, a qualunque livello di intimità tra loro.
A quei tempi a corte era tutto un correre di messaggeri, ognuno recante un rotolo di pergamena avvolto con un nastro fermato con la ceralacca, a volte accompagnato dal rametto di una pianta; sia il colore del nastro che il fiore o le foglie che accompagnavano il messaggio erano fortemente simbolici e a volte completavano l’atmosfera e il significato dello scritto.

Il messaggio era precisamente definito: 5 – 7 – 5 sillabe (in quella lingua), 17 sillabe in tutto, a costituire un componimento poetico fulminante, l’haiku”, giunto attraverso i secoli fino ai tempi nostri, sostanzialmente immodificato.

È dalla appassionata lettura del librone di Murasaki (che risale a 32 anni fa, come vedo dalla recensione che ci ho ritrovato dentro – 1984!), che ho ricavato l’abitudine (a volte la necessità) della ‘lettera del giorno dopo’.

Come si capisce dal romanzo, già in quei tempi remoti avevano inventato la tecnica delle libere associazioni; le metafore erano di uso comune ed il gusto per il bello e l’essenziale erano molto più raffinati che di recente da noi.

Spesso, dopo un incontro di gruppo con persone che si conoscono anche molto bene, resta la sensazione che il grosso della conversazione sia stato sotterraneo, non detto; che molte cose, dietro e intorno alle molte o poche parole scambiate, siano restate indistinte.
La “lettera del giorno dopo” focalizza un punto, definisce le sensazioni sfuggenti che tra le chiacchiere vacue (del ‘giorno prima’) restavano sotto il pelo dell’acqua, presenti ma invisibili; a volte ribalta del tutto il senso di un colloquio. Così a volte un incontro pieno di risate e sorrisi viene ricordato come tristissimo; sfumature inapparenti di uno sguardo o di un gesto prendono solo il giorno successivo tutt’altro significato e importanza.

Un campo di applicazione particolarmente suggestivo della ‘lettera del giorno dopo’, al tempo, era dopo gli incontri d’amore…

Giappone. Fiori

 

Impressionante (e indelebile) l’esperienza fatta di persona di non riuscire ad applicare nessuno dei modelli di comunicazione cui siamo abituati. Il ricordo risale ad un mio viaggio in Cina (di oltre vent’anni fa), quando per una dimenticanza della capotreno che ci doveva svegliare ci trovammo (solo io e la mia compagna del tempo) su un treno che correva nella notte tra Kunming e Shangai, dopo aver ‘saltato’ la nostra fermata di Guilin. In quella situazione non riuscimmo a capire e a farci capire con nessuno dei sistemi conosciuti: non la lingua (inglese e francese erano sconosciuti); non i gesti (la mimica per dire “dove siamo?” o altre espressioni interrogative non sortirono effetti); né dispiegare una mappa tra i sedili e indicare con un dito servì a nulla!
Come andò a finire?
…Che scendemmo dal treno contro il parere dei nostri ‘ospiti’ alla prima fermata senza sapere dove ci trovavamo… e di lì cominciò una ben strana avventura nella Cina profonda, fuori da tutte le mappe (a quei tempi non si poteva viaggiare nel paese da soli, ma si era affidati costantemente ad una guida della China travel agency che ci prendeva all’arrivo (stazione o aeroporto) e ci scortava fino all’imbarco successivo. Il sistema saltò in quell’occasione e ne nacque quasi una crisi diplomatica!

Comunque da allora mi è rimasta l’abitudine di non dare mai niente per scontato, nei codici comunicativi…

Cina Guilin. La pesca col cormorano sul fiume Lijiang

E per i frastieri i “codici” isolani sono solo un po’ meno incomprensibili di quelli “cinesi”; va solo un po’ meglio per i frastiere-punzise..!
Una delle modalità di comunicazione (mode, in inglese) è il silenzio. Varie sfumature di silenzio! Con coppola o senza; con alzata di sopracciglio; con grugnito di accompagnamento… Silenzio, a volte associato all’invio di una lettera “che deve restare segreta” o a una partenza improvvisa (per ignota destinazione, causa impegno urgente insorto là per là).

il-silenzio
Una particolare forma di incoerenza della comunicazione può avvenire per un eccesso opposto, quando delle asserzioni semplici e ingenue sono scambiate per una profonda saggezza, evidentemente per la sovrapposizione di aspettative da parte dell’interlocutore.
Emblematico al riguardo il film “Oltre il giardino” (Being There, 1979, di Hal Hashby con Peter Sellers e Shirley MacLaine).

Locandina Oltre il giardino

Le risposte di Chance il giardiniere, sempre molto semplici e invariabilmente riferite al mondo del giardinaggio, vengono scambiate per profonde metafore, proprie di una persona dalla grande saggezza e illuminante filosofia; quando qualcuno cerca di parlargli con una metafora, in forma allegorica, oppure con un doppio senso, Chance interpreta alla lettera, rispondendo in modo bizzarro. Le risposte vengono considerate espressione del suo alto senso dell’umorismo.

Non ho sottomano in link con un articolo della settimana in corso, ma è comunque una modalità che si è incontrata, sul sito.

Invece da un altro film, con una lettura in chiave storica, antropologica ed etnologica sono venute idee illuminanti su aspetti passati e attuali dei comportamenti nostri e dei popoli con cui interagiamo, in Europa e nel Mediterraneo (leggi qui: L’antifascismo del mare).

Comportamenti condivisi, radici antiche, una vera cultura isolana al cimento con i tempi che cambiano sono anche il tema dell’articolo di Giuseppe Mazzella: “Se l’attualità cancella la storia“.

Mediterraneo. Copertina Dvd. Retail

L’attualità – le notizie che riportiamo giornalmente in Rassegna Stampa – resistono fortemente agli slittamenti di senso… eppure di una notizia c’è un “prima” e un “dopo”: tutti aspetti che cerchiamo di seguire, settimana dopo settimana. Quando è possibile diamo qualche informazione sull’antefatto e (anche se raramente) un sobrio commento.

Ma per le cattive notizie, quelle che riguardano la scomparsa di una persona conosciuta, non c’è manipolazione che tenga; la” comare secca” si impone e si prende tutta la scena…

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A volte la comprensione è accessibile, ma attraverso canali diversi da quelli razionali abituali. Così è per la poesia e per la musica; e anche per quel capolavoro di lirica semplicità che è “Il piccolo Principe” di Antoine De St. Exupéry.
– Addio – disse la volpe – Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.
– L’essenziale è invisibile agli occhi – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

Il piccolo Principe. Modified
Molti scritti – specie le poesie – chiarissimi in partenza e nella loro essenza, lasciano un’impressione persistente che lavora nel tempo e si concretizza in un pensiero, in una musica. È quanto dice Franco della elaborazione musicale da parte di Nino Picicco di una poesia di Teresa: “Nino vi ha carpito qualcosa di eterno (…) e ha voluto vestire il tutto con una melodia lenta e dolce”.

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La fascinazione del canto, come nel recente pezzo di Tonino Esposito è in grado di attraversare strati di resistenza e incredulità per far accedere alla sincerità dell’intenzione.

Chiudo con un altro aspetto della comunicazione che per forza di cose non fa parte delle prerogative di un sito on-line, ma era stato molto apprezzato negli eventi pubblici che abbiamo organizzato, fino a che non ce li hanno tarpati: la partecipazione e l’atmosfera che si respirava ai nostri incontri a Ponza negli anni passati.

Ci ripensavo giusto leggendo i giornali in occasione della visita del presidente degli Stati Uniti a Hiroshima, nel punto in cui il giornalista di Repubblica (Roberto Toscano) notava: “le previsioni minimaliste avevano immaginato il suo discorso come un esercizio retorico di circostanza (…). Non è stato così, non solo per le parole pronunciate, ma per il tono sofferto e solenne, per quel body language che rivela un tono di scioltezza e di autenticità che nei politici è estremamente raro (…).

Buoni pensieri e buona domenica!

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