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L’identità mediterranea. L’antifascismo del mare

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giunto in redazione e tradotto da Sandro Russo
Mediterraneo. Copertina Dvd

 

Abbiamo ricevuto da Arturo Gallia (Università di Roma 3, Dipartimento di Studi umanistici) la segnalazione di una serie di saggi di interesse per la branca di cui si occupa. Tra gli altri anche un ponderoso saggio sul Mediterraneo di una studiosa americana, Kristin Lawler (Chair Associate Professor of Sociology Ph. D., College of Mount Saint Vincent – 6301 Riverdale Avenue, Riverdale, New York 10471) dal titolo alquanto oscuro: The Mediterranean Imaginary: A Nationalism of the Sun, a Communism of the Sea – “L’immaginario mediterraneo: un nazionalismo del sole, un comunismo del mare”
Il lavoro completo in inglese è scaricabile qui: https://www.academia.edu/15392777/The_Mediterranean_Imaginary_a_Nationalism_of_the_Sun_a_Communism_of_the_Sea

Il saggio si compone di diversi capitoli, subito affidati a Silverio Lamonica per traduzione ed eventuali commenti; ho trattenuto per me per curiosità e vivo interesse, man mano che leggevo, la parte che sviluppa l’approfondimento di un film: “Mediterraneo”, di Gabriele Salvatores (1991); premio Oscar 1992 per il miglior film straniero.

La lettura è risultata interessantissima e densa di spunti storici, etnici e antropologi, includendo anche un’incursione nell’economia e nei recenti eventi socio-economici su scala europea/mondiale. Un metodo che attraverso l’analisi di un film approfondisce tematiche e relazioni complesse.

In appendice una breve scheda del film “Mediterraneo” (trailer incluso) che spingerà molti a riconsiderarlo e – come anche a me è successo – a volerlo rivedere sotto una nuova luce.

Mediterraneo. Foto di scena.1. Mancano i due fratelli


L’antifascismo del mare
di Kristine Lawler

Così come il mare in se stesso è sede di un gran contrasto tra l’idea di piacere e quella della violenza, così lo è anche nella sua rappresentazione popolare. Il film di Gabriele Salvatores del 1991, “Mediterraneo” su un gruppo di soldati italiani che rimangono bloccati su un’idilliaca isola greca è un perfetto esempio della classica immagine del Mediterraneo come luogo di amore e di dolce far niente, potenzialmente molto più forte del suo opposto violento, nazionalista e autoritario.

Mediterraneo. L'arrivo sull'isola

Le prime inquadrature del film lo mostrano chiaramente. La prima è una citazione da Henry Laborit: “In tempi come questi, la fuga è il solo modo di rimanere vivi e di continuare a sognare”. Subito dopo vediamo una nave da guerra con i cannoni puntati verso il mare. Come sempre, l’immagine è doppia. Ma nel film, come più in generale nell’immaginario del Mediterraneo il sogno dell’amore e del piacere è più forte del pensiero di una guerra senza fine. Il film racconta la storia di un gruppo di soldati italiani mandati in missione nella II Guerra in una remota isola greca nell’Egeo che, come ci viene detto, non ha alcun valore strategico.
I soldati sono la classica banda di ‘sfigati’ – due fratelli col mal di mare, uno innamorato di un’asina, un disertore, un esteta – un gruppo che sembra la conferma dell’affermazione di Churchill che l’Italia era “il ventre molle dell’Asse”

È toccata qui la prima corda del coro del Mediterraneo: in qualche modo gli italiani sono proprio ‘culturalmente’ incapaci ad essere i freddi, fanatici fascisti che furono in guerra i tedeschi nell’immaginazione popolare. Quando al primo approdo sull’isola, una scritta in greco dà il benvenuto ai visitatori (agli ‘invasori’) con queste parole: “La Grecia sarà la tomba degli italiani”.

Mediterraneo. L'arrivo sull'isola che appare deserta

Quando, attraverso tutta una serie di contrattempi, i soldati perdono le comunicazioni radio con il mondo esterno e il loro uomo di collegamento con la madrepatria crede che essi sono stati spazzati via con la nave che è andata a recuperarli, essi si immergono nella cultura ospite e diventano come i nativi. L’isola greca è stata davvero la morte della fantasia nazionalista italiana.

Il personaggio più importante del film, il sergente LoRusso, del tipo ‘macho’ militarista e nazionalista, che si arrostisce al sole e con l’hashish turco fino a somigliare ai nativi egli stesso, abbandonando il suo interesse per le attività militaristiche, la dice lunga sugli effetti dell’ozio isolano. In una scena chiave un marinaio turco sbarca sull’isola con nessuna notizia dal fronte, ma con una grossa quantità di hashish e una nuova versione di quello che è il tormentone del film: “Turchi e Greci, una faccia, una razza” (una simile affermazione, valida anche per i Greci e gli Italiani aleggia per tutto il film).

I due fratelli di vedettaIntanto la musica di sottofondo vira verso sonorità più ‘ottomane’ mentre il marinaio ‘tira su’ i soldati e ne consegue una classica conversazione sulla guerra, del tipo: “Perché ci preoccupiamo? Di cosa si tratta, in fondo?”. Perfino LoRusso la butta sul ridere cominciando a capire l’assurdità del combattere per una nazione. Egli finalmente cede, dopo aver strenuamente insistito per un ritorno al fronte, dicendo infine: “Beh, che vadano a quel paese!”.

Mediterraneo. Il turco scappa con le armi

Quando al mattino diventa chiaro che il marinaio turco ha rubato tutte le armi degli italiani, Lo Russo ne è dapprima terrorizzato: “E adesso come la occupiamo, l’isola?” – ma più tardi nella giornata, mentre si sta facendo fare un massaggio e sta fumando ancora l’hashish turco, dice: “Forse è andata meglio così, che ha preso i nostri fucili e ci ha lasciato questa ‘roba’ in cambio!”.

Mediterraneo. Il massaggio

È questa trasformazione la metafora centrale dell’impatto dello stile di vita ‘mediterraneo’: il sole, la sabbia, l’amore, il piacere la vincono largamente sui nazionalismi di ogni tempo. Il paese riesce ad ammorbidire perfino il fascismo, i rigidi confini del quale semplicemente non possono competere con le onde, la sabbia e l’amore. E quando al prete greco viene mostrato che gli Italiani non hanno più le loro armi e quindi non possono più a rigore “occupare” l’isola, egli apre un nascondiglio segreto per mostrare che gli isolani hanno sempre avuto armi in quantità. “Noi siamo amici, è chiaro??, dice al luogotenente, volendo significare che la loro pace non era tenuta con le armi o con una occupazione forzata, ma con la cultura isolana e una ospitalità rilassata.

Mediterraneo. Il tenente e il pope

Il pope non aveva dubbi al riguardo: all’inizio del film chiede al tenente di ridipingere gli antichi affreschi della chiesa e chiaramente per un amatore della pittura è un sogno che diventa realtà; anche gli altri realizzano la cosa che a loro piace di più: LoRusso organizza incontri di calcio in stile olimpionico, i due fratelli (inizialmente col mal di mare) incontrano una procace pastorella che semplicemente vuole fare l’amore con loro, l’altro soldato trova una nuova asina da amare.

Mediterraneo. La scoperta dell'amore

E la classica storia libido-batte-destrudo. La maggior parte dell’esperienza dei soldati sull’isola ha a che fare con una sessualità non convenzionale, come il profondo amore di uno per la sua asina, i due fratelli nel piacevole rapporto a tre con la ragazza, l’improvvisa ammissione di una omosessualità. Le identità nazionali e sessuali si affievoliscono e la guerra comincia a sembrar loro piuttosto stupida.

Mediterraneo. La danza

Il tenente, insegnante di storia alle scuole superiori e artista per hobby, aveva sempre desiderato di recarsi in Grecia, ma non aveva mai potuto permetterselo prima. “Sarà che era destino”, dice, confortando il suo protetto, soldato semplice Farina, un orfano con tendenza alla malinconia. Il tenente spiega che 2500 anni prima la Grecia era il centro della filosofia, delle arti, dell’apprendimento, dei guerrieri e la casa degli Dei… “Ogni cosa è nata qui… noi tutti siamo i loro discendenti. Perfino tu puoi trovare qui le tue origini”. Farina risponde divorando libri di poesia lirica greca e dichiarando il suo amore per la prostituta dell’isola, una ragazza dal cuor d’oro. Quando alla fine andare via dall’isola è finalmente possibile, dopo parecchi anni, è proprio Farina che rifiuta l’opportunità e si nasconde in modo da rimanere, per aprire una taverna col suo nuovo amore Vassilissa. Egli ha finalmente trovato il suo posto nel mondo.

Mediterraneo. Farina si nasconde per non tornare in Italia

Mediterraneo. Vassilissa e Farina

Quando arrivano gli Inglesi, verso la fine del film, per rimpatriare tutti gli isolani che erano stati fatti prigionieri dai Tedeschi, e per scortare gli Italiani via dall’isola, è chiaro che i Greci hanno molto più in comune con gli Italiani che con i loro alleati Britannici. Nel film l’identità mediterranea è di gran lunga più potente che l’alleanza tra gli imperialisti che sarà chiamata a dar nuova forma al mondo alla fine della II Guerra Mondiale con lo sguardo del 1990 su di essa. LoRusso, malgrado anch’esso sia cambiato per effetto delle trasformazioni indotte dalla vita sull’isola, non ha perso del tutto il suo avventurismo militarista e nazionalista e le sue tendenze quasi-imperialiste; ed è lui la figura in cui è riposta la morale del film.

Nell’epilogo, il tenente ritorna sull’isola da vecchio per rivedere gli affreschi ormai sbiaditi che aveva dipinto tanti anni prima. Egli va a trovare Farina, ora vedovo alla fine di quella che è stata una vita felice trascorsa nella taverna con la sua Vassilissa da poco defunta, e con gran sorpresa del tenente, anche LoRusso è là.

LoRusso da vecchio

– La vita non era poi un granché, in Italia – egli dice – …Non ci hanno permesso di cambiare niente..!
I tre anziani uomini chiudono il film ridendo e pelando melanzane, mentre un’altra scritta riempie l’ultima inquadratura: “Dedicato a tutti quelli che stanno fuggendo”.

 

Mediterraneo. Copertina Dvd. Retail

Deduzioni ed estrapolazioni dal film
Spendere l’immagine popolare della cultura Mediterranea in Italia, negli Stati Uniti (dove Mediterraneo ha vinto l’Oscar come miglior film straniero) è certamente una fuga, come lo è il consumo delle esperienze turistiche lungo la costa. È una fuga dal regime di lavoro senza fine e di aggressività stressogena che questo modello di sviluppo inevitabilmente impone. C’è una opposizione che si va estendendo (seminale) alle politiche lavorative di questo regime e il desiderio di sfuggirne: dal momento che le strategie neoliberali di profitto spingono a lavorare sempre di più, globalmente, il mercato è inondato di lavoro, che invariabilmente ne abbassa in prezzo. Così la gente si impoverisce sempre di più, per quanto duramente lavori. Chi non sognerebbe di sfuggire a questi meccanismi?

Per gli Europei del sud, con il loro rilassato ritmo di lavoro, l’austerità è la punizione con cui il capitale spera di ricondurli alla disciplina a causa della loro cultura “non realistica” che privilegia il piacere a scapito della produttività. Non è sorprendente, quindi, che la regione è stata all’avanguardia nella lotta contro le logiche di austerità e di lavoro senza fine, così come contro qualunque forma di autoritarismo e le politiche aggressive che tendono a rinforzarlo. Da Syntagma (il movimento di piazza greco di democrazia diretta – NdT), agli indignados (spagnoli), ai movimenti della ‘primavera araba’, al crescente potere elettorale dei movimenti anti-austerità, in tutto il Mediterraneo, specialmente in Spagna e in Grecia, l’immaginario Mediterraneo è definito non soltanto da una cultura edonistica, dal contatto con la natura, il cosmopolitismo delle città dotate di un porto, ma anche dal da una lotta molto reale per difendere questi valori contro la logica del capitale e il nazionalismo, che è così spesso la debole e immorale risposta ad essi.

Tanto è stato scritto su questa idea del Mediterraneo che io non potrei anche volendo renderne conto in questa sede. Ma vorrei citare un paio di lavori scolastici che io credo siano stati particolarmente influenti nel formare il senso di quel che il Mediterraneo rappresenta, in particolare le parti che ci aiutano a capire perché questa regione può essere vista come uno spazio di speranza nel mondo attuale. Sto pensando in particolare al lavori di Braudel, di Kahanoff e sopra tutti di Camus.

[Kristine Lawler]

Kastelorizo. Megisti

“Mediterraneo”: il film

Mediterraneo (1991), premiato con l’Oscar nel 1992 come miglior film straniero, forma la cosiddetta “tetralogia della fuga” di Gabriele Salvatores, insieme a Marrakech Express (1989), Turné (1990), e Puerto Escondido (1992). Oltre ai temi ricorrenti della nostalgia del gruppo e del viaggio, in tutti questi film domina il tema della fuga da una realtà che non si comprende o non si vuole accettare e che si ritiene inutile provare a cambiare.

“Mediterraneo” è stato girato nell’isola greca di Castelrosso (Kastelorizo), nel Dodecaneso, a sud-est di Rodi, con Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Claudio Bigagli, Claudio Bisio, Gigio Alberti e altri…

Qui il trailer del film da YouTube:

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Mediterraneo è un film ‘generazionale’, ovvero un’opera che identifica, esprime e incarna la riflessione storica di una determinata generazione. La generazione alla quale il regista appartiene e alla quale si rivolge è quella che agli inizi degli anni novanta si ritrova orfana di un impegno politico «in bilico tra una utopia che sfuma e un realismo che incombe» [ Note critiche riprese da Comingsoon.it e Roberto Escobar su Mymovies.it ]

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1 commento per L’identità mediterranea. L’antifascismo del mare

  • Enzo Di Fazio

    Molto interessante questo lavoro di Sandro e, alla luce delle considerazioni che fa la Lawler, trovo il film attualissimo.
    Probabilmente le difficoltà che incontra l’Europa oggi a diventare un’ unione di stati federali è proprio nella matrice delle sue popolazioni. Quello che sta accadendo con il problema dei migranti sta mettendo in luce i limiti della politica europea le cui contraddizioni stanno minando fortemente gli ideali dei padri fondatori.
    Un tedesco, un nordico la penserà in maniera sempre diversa da un greco, un italiano, un tunisino.
    In un passaggio di quanto scritto dalla Lawler leggo che “gli italiani sono proprio culturalmente incapaci ad essere i freddi fanatici fascisti che furono in guerra i tedeschi nell’immaginario popolare”.
    Vedo lo sforzo dei soldati italiani di adattarsi all’isola greca come una qualità, è un modo come riprendersi la vita.
    Il contesto ha comunque la sua importanza. Uscire vivi da una guerra comprime le aspettative e alimenta la solidarietà.
    Lo studio della Lawler effettivamente dà lo spunto per fare anche delle considerazioni economiche.
    Oggi troppa umanità viene sacrificata sull’altare della produttività e alcuni tentativi di revisione dei principi edonistici (penso ad esempio alla teoria della decrescita di Serge Latouche) non riescono ad imporsi alla disumana logica del profitto. Lo vediamo con quello che sta succedendo in Austria, in Romania, in Norvegia, in Olanda, in Germania e, seppure in maniera limitata, anche in Italia: una disaffezione crescente verso gli ideali comunitari che non possono affermarsi se chi vive nel benessere non è disposto a sacrificare un po’ dei propri privilegi.
    A mio avviso solo uno shock provocato da un evento, per certi versi, simile ad una guerra (che so l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa) con tutte le conseguenze negative, politiche ed economiche, che ne deriverebbero potrebbe indurre a rivedere la politica comunitaria che finora appare, purtroppo, soccombente di fronte alle derive nazionaliste.

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