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La violenza nelle parole

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di Rosanna Conte

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Con la barba di Torrigiani
ci faremo gli spazzolini
per pulire gli stivali
alla milizia nazionale
Sette, otto, nove, dieci bombe
bombe e sempre bombe
e carezze di pugnale!

E’ la canzonetta che ogni mattina i ragazzini di Ponza andavano a cantare sotto il palazzo Pinto dove all’ultimo piano, nelle stanze superiori della casa che apparteneva a zi’ ‘Ntuone, alloggiava Domizio Torrigiani, gran Maestro della Massoneria, confinato a Ponza.

palazzi Pinto e Irollo
Ponza, via Nuova. Di profilo sulla destra c’è palazzo Pinto;
Torrigiani abitava la stanza sovrapposta al balcone situato nella zona in bianco.
Adele abitava nel palazzo Irollo, di fronte, nella zona rossa coperta dall’albero.

Adele Conte, che ci testimonia il fatto, dice che Torrigiani alto, piuttosto calvo, col pizzetto, quando i ragazzini attaccavano il coro, si affacciava in posa imperiosa, con le mani appoggiate sul parapetto e guardava imperterrito in giù. Il suo viso non esprimeva segni emotivi e restava fermo in quella posizione fino al termine del canto, quando i bambini sghignazzando correvano via.

Domizio Torrigiani

Attraverso quella strofetta la violenza entrava a far parte della loro quotidianità, e uccidere e combattere diventavano valori per cui un giorno avrebbero dato la vita.
In meno di dieci anni sarebbero stati pronti a partire volontari per l’Africa cantando Faccetta nera e, nel giugno del ’40, avrebbero applaudito entusiasticamente l’entrata in guerra.

La manipolazione delle coscienze operata dalla propaganda, oltre ad avere effetti immediati, ha una resa a lungo termine, perciò, da che mondo è mondo, la propaganda privilegia i più piccini.

Renzi, appena nominato presidente del consiglio, è andato nelle scuole elementari a farsi accogliere da bambini plaudenti che i maestri, poco memori del loro ruolo formativo, avevano preparato con supino entusiasmo.
Ma anche gli adulti, quando non alzano la guardia davanti all’eccesso di immagini, parole e presenzialismi assorbono facilmente i messaggi emanati dalla propaganda che, come la pubblicità commerciale, arriva nella parte inconscia del nostro cervello e da lì influisce più o meno su quello che a noi sembra il nostro pensiero spontaneo.
Utilizzando tecniche retoriche sempre più raffinate, in grado di vendere il beato niente o addirittura ciò che potrebbe danneggiarci, i messaggi sono confezionati scegliendo tono, parole e immagini tali da suscitare in chi li riceve empatia, antipatia, odio, simpatia insomma tutta la gamma di emozioni e percezioni che servono a chi gestisce il rapporto comunicativo per manipolare le masse.
Si arriva anche a disprezzare apertamente la cultura, tacciando di saccente chiunque voglia parlare di contenuti perché è preferibile non abituare la mente alla riflessione, e intanto chi gestisce il potere si applica a studiare i metodi della comunicazione perché consentono di far arrivare immediatamente qualsiasi contenuto nella parte più arcaica della nostra mente sottraendolo alla decifrazione di senso.

Denigrare il sapere contribuisce a rendere i cittadini popolo bue (quello di mussoliniana memoria, che esegue senza contestare, ma applaudendo) e consente di usare impunemente il bel parlare, l’arte retorica.

Nell’ultimo trentennio c’è stato un intensificarsi del beceresco nella propaganda e un imbarbarimento della comunicazione pubblica che ha improntato, purtroppo, anche il gusto comune.
Così a parole diciamo di essere contro la violenza, ma la violenza è continuamente presente nelle nostre parole.
In una solida democrazia il buon politico o buon amministratore non usa un linguaggio violento e sprezzante, non crea il nemico su cui far convergere le insoddisfazioni dei cittadini che non può o non intende eliminare, non cura gli interessi di una parte, ma mira al miglioramento della comunità nel suo complesso senza mettere gli uni contro gli altri, confrontandosi in maniera civile, col dialogo costruttivo: media per includere.

Chissà se potrà esserci un recupero, in campo politico, delle relazioni umane improntate al rispetto dell’avversario.
Per ora, la strofetta iniziale contro Torrigiani di cui Adele qui ci fa sentire il motivo…

…ci ricorda che una volta colui che la pensava diversamente da chi governava era il nemico e come tale doveva perdere la sua connotazione umana diventando, in questo caso, spazzolino per stivali.

Poi ci chiediamo come sia potuta succedere la barbarie della Shoah!

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1 commento per La violenza nelle parole

  • Rita Bosso

    Nella versione del Porto la canzoncina era: ”Con i baffi di Torrigiani/noi faremo spazzolini/per pulire gli stivali/di Benito Mussolini.” Torrigiani abitava allora in una casa sopra alla trattoria La Lanterna e veniva allietato dal canto sguaiato dei militi. L’episodio mi fu riferito da Maria Scarpati.

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