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Isolani, estimatori non possessori di isole

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di Francesco De Luca
Ponza. Veduta aerea

 

Una terra, un mare, un’isola hanno preso nome da un evento eccezionale lì manifestatosi, da una figura emerita che lì ha lasciato tracce, tanto da essere ricordato in quel posto, col nome appunto.

Furono i Greci a tramandare nella cultura occidentale il toponimo, ossia il nome proprio di un luogo fisico.

In altre parole si denomina un luogo riportandone il significato a qualcosa (o qualcuno) di importante. Per realizzare una osmosi fra la realtà fisica, materiale e informe, e quella umana, creativa e significativa.
La natura prendeva anima dal mito, dal racconto umano, e gli uomini divenivano ‘i custodi’, ‘i padroni’ di quel territorio. Perché della terra, come avverte l’antropologia, nessun popolo può vantare il possesso.
Semmai, gli abitanti di un luogo dicono le tribolazioni patite per trarne sostentamento, oppure cantano le bellezze che lo fa godere.
Ma il possesso, come lo esprime la rozza espressione chesta terra è ’a nosta è figlia dell’ignoranza e della mancata educazione al rispetto di quanto sta lì prima della nascita.

Il luogo attribuisce valore ai suoi abitanti, perché mantiene e protrae la sua storia, che è scritta dagli uomini.

‘L’ultimo vignaiuolo del Fieno’, indicando un vecchio ricurvo sulle viti, dice che quell’uomo sta incarnando e manifestando le grazie (naturali e viticole) di quell’angolo di Ponza.

– ‘Dove abiti?’
– ’Ncopp’u pizzo farcone’.

Totonno marchia il suo domicilio con una connotazione che lo distinguerà per sempre, e di cui lui non ha alcun merito. Eppure quel falco che prediligeva stare su quel masso di granito a perpendicolo sulla Parata, conferisce a lui una autorevolezza autentica (anche se gratuita e fittizia).

Alla luce di questo si può ben valutare l’insulsa affermazione chesta è zona nosta. Non solo non si avvera quel trasferimento di valore (fittizio e gratuito quanto si vuole) dal nome del luogo ai suoi temporanei fruitori, ma la pochezza qualitativa degli abitanti si ripercuote sul territorio e lo deprezza.

Qual è il merito che si ha per attribuirsi il possesso di una zona, di una spianata, di una isola? Quale intervento migliorativo può presentarsi come titolo di possesso?

La domanda è retorica. Se si dovesse rispondere veramente ci sarebbe da vergognarsi per gli scempi compiuti sul territorio. L’esserci nati non può riconoscersi come positività.
E allora?

Allora che il vanto sia nell’accogliere chi viene a visitare le isole, chi viene a documentare il loro stato, naturale e umano, fisico e culturale. Nel promuovere le loro particolarità, di cui la vita isolana è espressione.
Gli isolani possono connotarsi non come supini nativi e nemmeno come pazienti abitanti, bensì come orgogliosi estimatori di queste terre. Di cui tramandano lo stile di vita, lo custodiscono, lo promuovono.

L’insularità si apprezza nel confronto con altri stili di vita. Se si presenta chiusa, intollerante è in balìa soltanto del disprezzo.

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2 commenti per Isolani, estimatori non possessori di isole

  • Non vi è una sola insularità per quanto mi riguarda. La mia concezione dell’insularità si scontra quotidianamente contro l’insularità basata sul possesso e sulla vendita, basata sull’occupazione del territorio per cui sull’esclusione di altri.
    Ecco io penso che sia venuto il momento di cominciare a dire chiaramente che il fallimento in corso d’opera di quest’isola sta proprio in questa cultura di insularità basata sul possesso e sulla crescita per ulteriore possesso. Il bracconaggio è un aspetto di questa cultura.

  • Silverio Tomeo

    Ed allora si lavori per un’altra insularità! Per un’altra Ponza.
    Scriveva Edmond Jabès, a proposito dell’idea di isola: “Chi, cieco e dunque stupefatto, la chiamerebbe separazione dal momento che è un universo preservato nella sua interezza?”. Ed ancora, con parole profetiche: “Un giorno l’isola si mise a viaggiare”.
    Ma questo ancora non accade, l’isola non viaggia ancora nella transizione, nell’esodo, verso un destino migliore. Appare anzi sempre più come in quel vecchio detto citato da Benedetto Croce a proposito di Napoli, basta cambiarne il soggetto: “L’isola è un paradiso abitato da diavoli”. Cioè mica tutti, ovviamente….
    La cultura gretta, proprietaria, territorializzata (e poi su un’isola-scoglio!), non è solo una veste arcaica, ma una subcultura che ben si sposa con la promessa della modernità più affaristica e della società dell’immagine e dello spettacolo.
    Quindi come antidoto: partecipazione attiva, difesa dei beni comuni, maggior coraggio necessario al cambiamento culturale, sociale, amministrativo. Persino papa Francesco (a parte la difesa della natura e dell’ambiente dell’enciclica “Laudato si”), diceva alla gioventù del volontariato cattolico che la parola “conflitto” in cinese è fatta di due ideogrammi, uno sta per “rischio”, l’altro per “opportunità”, quindi non bisogna temere il conflitto, bensì vederlo come chiave e occasione di cambiamento.

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