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Sanità a Ponza: un ricordo di cinquant’anni fa…

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di Giovanni Ronca
Bruegel. La parabola dei ciechi

 

Era l’estate del 1963. Ero tornato dagli Stati Uniti a Ponza per la seconda volta per godermi la tanto sognata vacanza. Ponza era bellissima: il turismo era agli esordi, tutti si preparavano ad accogliere questa occasione di benessere dopo gli anni tristi e poveri della guerra. Ricordo ancora oggi l’atmosfera di fervida attesa e di speranza che si respirava.
Allora amministrava Ponza il dott. Francesco Sandolo, il segretario comunale era Aniello De Luca. Tra i compiti del Comune vi era quello di gestire la sanità pubblica. Proprio in quei giorni si presentò un caso di una certa urgenza riguardante due nostri compaesani che dovevano essere ricoverati al Policlinico Umberto I di Roma per un’operazione delicata agli occhi.
I nostri amici, che molti ricorderanno, erano Gennarino (Cialì) ed un sordomuto di Santa Maria che si chiamava Gioacchino.
Per le loro condizioni non erano in grado di poter viaggiare sa soli: occorreva che qualcuno si prendesse la responsabilità di accompagnarli. Mi venne chiesto se ero disponibile di assumermi l’impegno, ed io, nonostante fossi in vacanza, non ebbi il coraggio di rifiutare.
Mi resi conto subito che per Gennarino non c’erano problemi, poteva vedere con un occhio e camminare da solo, mentre il sordomuto affetto da cataratta non vedeva per nulla, doveva essere tenuto per il braccio e ciò richiedeva un impegno continuo, senza peraltro poter comunicare in alcun modo. Nonostante queste difficoltà non mi persi di coraggio e decisi di intraprendere questo viaggio.
Alle cinque e trenta del mattino c’era il traghetto (il Margellina) che partiva per Formia. Trovai ad aspettarmi al porto don Salvatore Tagliamonte con i due pazienti: mi consegnò i documenti per il ricovero ed i biglietti per il viaggio. Prima di lasciarci Don Salvatore si volle assicurare che Gioacchino prendesse conoscenza del suo accompagnatore, pur senza sapere io chi fossi: facendo da tramite mi fece stringere forte la sua mano con la mia mentre appoggiavo l’altra mano sulla sua spalla. Il sordomuto in questo modo capì che sarei stata la persona che si sarebbe presa cura di lui durante il viaggio. Per Gennarino, come ho già detto, non c’erano problemi, anzi, si manifestò molto utile offrendosi di portare e custodire le due borse con i loro indumenti.
Durante la traversata ogni tanto facevo sentire la mia presenza appoggiando la mano sulla spalla di Gioacchino come avevo fatto al primo incontro e questo gesto si rivelò essere il modo più sicuro per comunicare con lui e tranquillizzarlo durante tutto il viaggio, prima in nave poi in treno. Arrivati a Roma con un taxi raggiungemmo l’ospedale dove con amara sorpresa incontrai molte difficoltà all’accettazione per indisponibilità di posti letto!
Mi chiesero infatti di tornare il giorno dopo, nella speranza che si liberasse qualcosa.
A quel punto, senza farmi prendere dallo sconforto, tirai fuori tutto il buon senso a disposizione e con tanta calma feci vivere al personale ospedaliero tutto il calvario iniziato alle cinque del mattino all’imbarco del traghetto al porto di Ponza, sperando di far comprendere l’eccezionalità della situazione.
Presero il caso con particolare considerazione. Ci fecero attendere fino al pomeriggio, nel frattempo procurai qualche cosa da mangiare.
Arrivò finalmente la notizia che li avrebbero ricoverati in un altro ospedale che si trovava nella zona di Monteverde, sempre a Roma. Non ci mandarono con l’autoambulanza, dovetti riprendere un taxi.
A quel punto, risalendo di nuovo in taxi, Gioacchino intuì che le cose non stavano andando per il giusto verso, e cominciò a perdere pazienza e fiducia nei miei confronti, manifestando nervosismo crescente, probabilmente pensando che stavamo tornando indietro.
Non avevo ovviamente il modo di spiegargli che stavamo andando verso un altro ospedale, ma con la solita stretta di mano e la pacca sulla spalla si calmò: la fiducia in me fu prorogata.
Gennarino paziente e laborioso non perdeva di vista le due borse e seguiva la vicenda senza un commento.
Arrivati in ospedale mi presentai all’accettazione: con grande mia sorpresa fummo bene accolti, mi resi conto che erano stati informati del nostro caso, e della difficoltà nel dover gestire una persona che per sua sfortuna era stata privata non solo della parola e dell’udito ma anche della vista.

Questa esperienza me la sono tenuta per me e per le poche persone che erano presenti al momento all’epoca dei fatti.
Mi è tornata alla mente ed ho voluto dopo tanti anni raccontarla dopo aver letto su Ponzaracconta la cronistoria delle problematiche legate al soccorso ed all’ospedalizzazione a Ponza ben descritte dal bravissimo Sandro Romano che ben conosco e che saluto con affetto.
In effetti, nonostante tutte le difficoltà attuali, progressi ne sono stati fatti!

 

P.S.
Ebbi l’occasione di visitare in ospedale Gioacchino non più cieco: fu operato con successo e così pure Gennarino. Gioacchino capì chi ero, solo dopo avergli stretto la mano e data la pacca sulla spalla come era successo durante il viaggio. Ci lasciammo con un abbraccio e qualche lacrima di commozione.
Lo rividi a Ponza camminare lentamente ma da solo.

 

Immagine di copertina. “La parabola dei ciechi” è uno degli ultimi quadri che Pieter Bruegel il Vecchio (1525–1569) dipinse, un anno prima della morte. E’ conservato alla Galleria nazionale di Capodimonte

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