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Rovistando nell’armadio

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di Francesco De Luca
Vecchio armadio

 

Non aprire quell’armadio… chi sa cosa ne esce ! Può venir fuori qualcosa di inopportuno perché negli armadi, chiusi da tempo, di solito è stipato quanto è ritenuto fuori moda, inappropriato. Non tanto però da essere buttato. Non da mostrare, ma ancora utilizzabile.

Le soffitte, gli sgabuzzini come gli armadi contengono l’inadatto, l’improprio, l’inappropriato.

Però… c’è da osservare che, se non si è buttata una cosa, un significato riposto lo mantiene ancora. È forse inattuale ma a distaccarsene provoca fastidio. Si mette lì a testimonianza di un’affezione, ormai non più viva ma a cui si è legati, nonostante il tempo passato o l’utilità venuta meno. Oppure si ripone ciò di cui non ci si vanta anche se ci rappresenta. Le malefatte, eseguite per puro divertimento, stanno lì insieme ai danni provocati per insufficiente riflessione, oppure con un accanito, cieco, convincimento.

Sono cose che non luccicano, non si fanno ammirare ma nemmeno sviliscono. Negli armadi, ben chiusi e perciò protetti, ci sono i vezzi non dichiarati, le inclinazioni non corrette, le tendenze riprovevoli, le manchevolezze malcelate.

Ciascuno crea la sua storia personale con le vicende della quotidianità, e produce residui di cui non vuole dar conto per pudore, o per vergogna.

Come un discorso trova completa comprensione attraverso quanto dice e in ciò che non dice, il significato della vita di ognuno si completa se, a quanto dichiarato, si aggiunge il riposto nell’armadio.

A chi fanno paura le insofferenze chiuse negli armadi?
(Risposta): A chi è disonesto con se stesso!

Chi ha deprecato nell’intimo le proprie cadute morali, chi le ha metabolizzate, riconoscendone la natura e le conseguenze, costui le ha portate alla superficie della coscienza ordinaria. Non le giustifica ma se ne attribuisce la paternità e le responsabilità connesse.

Si tiene ’a pettula
càgnela spisse,
’nte fa truvà comme Mmaculata
ca, pe ’na parte faceva ’u mestiere
e pe n’ata parte vuleva passà
pe signurina onorata.

“Mmaculà… cca nun simme cecàte,
tu tiene ’a pettula cacata!”.

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