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Epicrisi 66. La Laziomar che non manca mai e l’isola dalle due facce

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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

Il lanternino

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La scorsa settimana sono stato a Ponza e l’isola mi è apparsa bella come sempre, vestita dei “panni” della primavera.
Il giallo ocra dei ‘uastaccette che ormai si va sfumando si combina con il giallo intenso delle ginestre che prende forma e consistenza un po’ dappertutto. E di questo mutamento in atto della natura ti accorgi appena entri, con la nave, nel porto.
Lo avverti nell’aria e un po’ ti stordisce.

Aniello, il tassista, a cui mi rivolgo per raggiungere gli Scotti quando ho con me qualche bagaglio in più, mi fa la classica domanda: “Come è andato il viaggio?” “Bene” gli rispondo e lui di rimando “Non poteva essere diversamente, sei venuto con il Quirino…”
Lungo il tragitto ci scambiamo – come avviene in genere con i tutti i tassisti – qualche domanda reciproca su come stiamo con la salute e su cosa si fa, chi a Formia o altrove e chi sull’isola che si sta preparando all’avvio della nuova stagione.
“A Pasqua non si è fatto molto – mi dice – è stato brutto tempo. Ora stiamo aspettando il ponte del 25 aprile, in giro c’è un gran fermento, speriamo che il tempo ci aiuti”.

Il tempo… è sempre il tempo quello che scandisce la vita di quest’isola, il tempo che disegna le abitudini e condiziona i comportamenti.

A casa mi accoglie l’albicocco in fiore. E’ un albero enorme e la sua grandezza si coniuga con il tempo che passa. Necessita di una potatura altrimenti c’è il rischio che non mi dia più frutti.
Nel vederlo penso ad Umbertone che mi aveva promesso, qualche tempo fa, di alleggerirlo ma, ahimè, Umbertone a febbraio dello scorso anno se n’è andato e, da allora, non ho trovato ancora nessuno disposto a potarlo. L’ho chiesto in giro a un po’ di persone ma, strano a credersi, tutti sono pieni di “fatica”.

Le ore di luce che mi rimangono del primo giorno se ne vanno per sistemare le cose che ho portato, rassettare casa, controllare i rubinetti e l’acqua se arriva, pulire il cortile che è pieno di foglie e di terriccio…
Il mattino successivo mi sveglio con l’odore del casatiello in testa. Quest’anno, per una serie di combinazioni avverse, non l’ho assaggiato e non vedo l’ora di scendere al porto per soddisfare questo primo “grande” desiderio ricorrendo alla collaudata esperienza di D’Atri o d’a Russiella.
Non è proprio una bellissima giornata ma che sia primavera me lo conferma l’odore intenso della fioritura di qualche glicine che sta nei paraggi e che una folata di ponentino spinge nella mia direzione fino ad accarezzarmi.
L’isola è vuota, i cortili e i muretti conservano quasi intatto il bianco dato per la Pasqua arrivata in anticipo quest’anno ma qualcuno  ha già pensato a ravvivarlo per l’imminente ponte di fine aprile.

ponza la banchina Di Fazio

Incrocio Giovanni, mi stringe sorridente la mano. Sono appena le nove e ha già fatto tanto lavoro tra gli animali che accudisce ed il giardino vicino casa. Stiamo in un punto in cui alzando lo sguardo abbiamo difronte il gran costone del Monte Guardia.

“Là ci stanno tante catene di terra, di proprietà della famiglia, che hanno bisogno di cure e braccia e i figli hanno altri interessi” mi dice. “Prima ci pensava mia suocera, ma ora ha preso un pezzetto di terra dalle parti di Formia con una casetta e quasi non vuole più tornare a Ponza” e continuando “Ha bisogno di un sacchetto di concime? va al Consorzio con la macchina, lo prende e lo porta fin dentro la terra”.
“Qui diventa tutto più difficile e tutto è più caro”.

Attraverso il racconto di Giovanni intravedo l’isola che va perdendo la sua identità.
Le catene della Guardia e quelle del Fieno hanno fatto la storia dei coloni e hanno rappresentato la loro ricchezza ma non tutto è perduto. C’è un’altra faccia dell’isola che si impone a dispetto dei disagi del territorio. E’ quella del recupero dei vitigni per produrre dei vini di eccellenza che si stanno facendo strada fuori dai confini di Ponza andando, per esempio, a Vinitaly 2016. E’ il mondo che cambia e con il recupero della cultura del territorio può cambiare, in positivo, anche l’isola.

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Saluto Giovanni e continuo il mio “viaggio” verso il porto.

D’Atri non ha casatielli, riprenderà a farli per il 25 aprile; la scarsa domanda, in una logica economica, impone delle scelte.
Mi dirigo, allora, verso Giancos passando per corso Pisacane.
Pochi esercizi aperti, quelli essenziali. Nessuna boutique, nessun negozio di souvenir.
Pochissima gente, d’altronde è anche un giovedì.
Un signore di bell’aspetto, di possibile origine straniera visto i lineamenti, è fermo incuriosito a guardare la vetrina dove sono esposti gli articoli che recano il marchio “Confinato a Ponza”. Il negozio è chiuso ed è evidente, dal modo con cui si guarda intorno, che vorrebbe sapere se apre.
Interpreto il suo atteggiamento come una richiesta di aiuto e mi faccio avanti dicendogli prima in inglese “It’s closed” e subito dopo in francese “elle est fermée”. Mi risponde immediatamente in italiano “grazie” e questo agevola il dopo.
Ponza, isola di confino – dice – io molto interessato storia confinati” e – continuando – “esiste museo con raccolta documenti?” Ed in particolare mi chiede se c’è un modo per visitare la casa che ha ospitato Pertini.

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E’ tedesco e conta di ritornare a Ponza. Gli dò le coordinate del nostro sito e lo informo che l’isola si sta attivando per organizzare un museo dove sicuramente troveranno posto foto, documenti, storie legate al periodo del confino e a personaggi locali di grande personalità come la Maria Picicco del racconto di Rosanna.

Proseguo verso Sant’Antonio ed in prossimità della salita della Dragonara scorgo Benedetto sul terrazzo di casa indaffarato a realizzare una nassa. Poco più giù “Al Timone” alcuni operai, impegnati nei preparativi per la prossima apertura, sono intenti a rinnovare i legni della pedana dove saranno collocati i tavoli.

Sul muretto di Sant’Antonio una coppia di giovani turisti (dal modo di parlare sembrano inglesi) guardano compiaciuti il loro bimbo che sulla spiaggia di sotto gioca con un simpatico bassotto.
Bene, mi dico, questa è forse un’isola che può vivere anche al di fuori dell’intensità puramente estiva. E’ questa l’altra faccia dell’isola.

Sant'Antonio
Già in prossimità dello scoglio di Frisio mi invade l’intenso profumo dei casatielli della Russiella, probabilmente appena sfornati.

Sono di ritorno che è quasi mezzogiorno.
Passo di sotto per la banchina nuova dove in prossimità del ristorante “La scogliera” c’è, adagiata su un fianco, una barca di circa 6 metri con motore entrobordo. E’ di legno, di bella fattura, ben conservata ma, considerata la forma ed il legno utilizzato, deve avere la sua età.
Un uomo, seduto al suo fianco su uno sgabello, con scalpello e martello ottura le fessure spingendovi dentro la stoppa, un modo antico di curare le barche di legno. Mi avvicino e scambio con il proprietario qualche parola. Vengo così a sapere che è una barca che ha 45 anni ed è uscita dai cantieri Porzio di Santa Maria, maestro d’ascia il vecchio Biagio.

il restauro di una barca di 45 anni
In quella barca c’è una parte della storia di Ponza, nella sua tenuta l’attaccamento alla tradizione, il marchio dell’identità isolana
Nello scrivere queste cose oggi, penso al buon Attilio, uomo molto vicino all’arte di fare le barche, che ci ha lasciato in questa settimana, altra figura storica rappresentativa di un certo modo di comunicare e di affrontare la vita sull’isola.

Mi dirigo verso l’attracco delle navi e lì al chiosco dell’imbarco incontro Gennaro (Zucculille) mentre sorseggia una birra, diventati amici da quando mi ha raccontato la storia del suo naufragio del febbraio di tre anni fa.
E’ scirocco e l’aria lo riporta a quei brutti momenti, perciò è a terra… i merluzzi possono anche aspettare.

E’ proprio vero: questa terra è un luogo pieno di significati come scrive Jessica Silvester nel suo racconto in due puntate dove traspare il richiamo dell’isola che prende forma e si riempie di contenuti attraverso il ricordo della madre. Dove non manca San Silverio, patrono dei ponzesi stanziali ma anche dei ponzesi emigrati, figura mitica e protettiva come il San Gennaro di Roberto Saviano.
La magia dei luoghi, l’essenza delle origini, il legame con le tradizioni: in queste cose vanno ricercate la forza e la capacità di resistere di cui parla Enzo Di Giovanni nel suo Genius loci.

Agave a Ponza

Prosegue il mio rientro a casa quando mi imbatto nella bella figura di una donna anziana che sta per entrare in auto aiutata dalla figlia.
Le metto una mano sulla spalla, lentamente lei si volta e mi sorride puntandomi in viso i suoi occhi verdi, ancora splendidi come li aveva visti Alfonso Gatto nel lontano 1955 quando intervistò il marito fanalista Filippo per un servizio da pubblicare su Epoca.
“E’ Enzo, il figlio di Velia, lo conosci?” le dice Silvia, la figlia.
“Eccome!, sì che lo conosco, ‘u figlie ‘i Velie ‘i coppi Scuott’. Mo’ che tuorne a’ casa portace i salute a’ mamma toia”.
Complice, Silvia mi sorride.
Ditemi voi come si fa a non amare quest’isola piena di significati?!
“C’è una trama invisibile che tiene uniti tutti noi” – ha scritto Franco De Luca nel suo articolo “La polvere corrode la montagna

Tre giorni passano in fretta ed il rientro a Formia è ancora con il Quirino.

L'uscita dal porto
In tre ore circa di viaggio si possono fare tante cose: leggere, lavorare al computer, chiacchierare. Mi avvicino ad un gruppo di amici che stanno parlando di Laziomar e dei disservizi che la contraddistinguono fin da quando “si è voltata pagina” con la osannata privatizzazione. Il giudizio è unanime “Non se ne può più…”
C’è chi aggiunge: “Forse è quello che ci meritiamo noi ponzesi, visto che siamo abituati a subire e non abbiamo la forza di ribellarci…”
Questo, domenica scorsa.

Nella settimana sono accadute tante cose, forse perché il vaso era colmo. Non c’è giorno che la stampa non se ne sia interessata. Leggiamo che perfino la Guardia di Finanza se ne sta occupando (Ultime di Laziomar e Fiamme Gialle).
Anche noi come Redazione stiamo facendo la nostra parte.
Ci saranno sicuramente degli sviluppi e ne sapremo di più prossimamente ma chissà quando cominceremo ad avere, come ricorda Monia Sciarra, un servizio orientato al rispetto della dignità e dei diritti dei viaggiatori, preoccupazione condivisa anche da Franco Ferraiuolo che pone in giusta evidenza come i recentissimi accordi tra sindaco e società non rappresentano altro che un ritorno al passato.

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Le due facce dell’isola: l’isola ruffiana e accogliente e l’isola che respinge, l’isola del rispetto e l’isola delle chiacchiere.
E’ probabile che siamo ad un bivio e il futuro dell’isola dipende molto dal miglioramento dei suoi collegamenti con la terraferma.
Negli anni 60 si raggiungeva Formia in tre ore con piccole navi come l’isola di Ponza ed il Falerno; dopo oltre mezzo secolo i tempi più o meno sono gli stessi con navi più grosse ma meno comode di quelle del passato. L’inefficienza dei collegamenti rappresenta il tallone d’Achille della nostra isola ed è, sicuramente,  una delle cause del suo spopolamento.

Se non spingiamo per il cambiamento le cose non cambieranno mai.

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