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Su un’isola italiana, di Jessica Silvester. (2). Dal N.Y.T.

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traduzione di Silverio Lamonica
The abandoned house of the author’s grandfather

 

Per l’articolo precedente, leggi qui

Su un’isola italiana, come lui incontrò mia madre
di Jessica Silvester 8 marzo 2016

Prima di sporgere il suo testone dal finestrino, Dan strinse il suo indice umidiccio al mio. Joe ci condusse su una ripida scalinata di calcestruzzo e attraverso un sentiero stretto e sporco, là c’era un blocco di pietra rovinato dalle intemperie, contiguo ad un pezzo di pietra più friabile che era la casa originale; i miei antenati l’avevano intagliata direttamente nella parete rocciosa oltre un secolo fa.

C’era un tetto ricurvo progettato per raccogliere l’acqua piovana, frammenti di piastrelle di ceramica, un pozzo asciutto, porte sbarrate con assi di legno. Nel cortile antistante erba alta e ruvida, sentii dire che mio nonno una volta la usava per spazzare i pavimenti, ora aprivano la via alle viti cresciute oltremisura di fianco a spruzzi di finocchio selvatico e liquirizia. Dan, come me, rimase a bocca aperta, ma non disse molto. Scattò delle foto, con difficoltà azzardò dei numeri su quante centinaia di piedi sul mare potesse trovarsi la casa.

Ricciola marinated in oil, rosemary and chile at Oresteria
Ricciola marinata in olio, rosmarino e peperoncino da “Oresteria”, un ristorante a base di pesce al porto

Guardammo in giù, verso il porto – di conseguenza la casa era visibile da laggiù – e cercavo di sentirmi immersa nella luce di mia madre. Cercavo di percepire un segno riconoscibile nei tremolanti occhi verdi indecifrabili di Dan, come uno scatto improvviso del busto sotto il suo tee (supporto su cui si poggia la palla n. d. t.) del Red Sox, il restringersi del gap che lo separava da tutti i miei maggiori ricordi. Ma sono del tutto sicura che ciò non accadde.

Perché stabilii che Ponza fosse un ‘luogo così pieno di significato’? Sì, mi piaceva dire che possedevo una proprietà su un’isoletta italiana, di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Si, mia madre ne parlava e ne era orgogliosa. Sì, vi saremmo dovuti stare insieme. Andammo a Ponza una sola volta; ella andò a Ponza una sola volta. Suo padre partì ancora adolescente, per una vita migliore e morì prima che io lo potessi incontrare; nel corso della sua ultima visita, quando tornò, la sua famiglia lo evitò perché li aveva abbandonati. Ed ora i nostri parenti di Ponza non vogliono avere più niente a che fare con noi, oltre a litigare per la casa. Nei primi giorni in cui Dan mi corteggiava, Ponza era semplicemente un ‘vascello’ per parlare di mia madre; non c’era alcun motivo perché ne approfondisse la conoscenza come attualmente.

Nello stesso tempo, è fantastico trascorrere del tempo su un’isoletta italiana, di cui mai nessuno aveva sentito parlare. Ci siamo tornati due volte dopo la luna di miele.

Ogni sabato ci si informa sui viaggi, ci si assicura sulle destinazioni, foto di tutto il mondo ed altro ancora.

Anna Fendi una volta disse di Ponza “è l’unico posto che negli ultimi trent’anni sia rimasto lo stesso”. In verità molte cose non sono cambiate nell’isola da quando la visitai con mia madre e probabilmente da quando ci viveva mio nonno. L’acqua potabile viene ancora trasportata con le bettoline da Napoli, non ci sono cinematografi o ospedali veri e propri (sebbene ci siano quattro chiese), usano il latte del fico per trattare la micosi (delle unghie) ai piedi ed indossano strane collane a girocollo di conchiglie di Ponza. Sulla chiesa principale sventolava una bandiera con l’effige di San Silverio, il Santo Patrono dell’isola, in cima ad un mappamondo; non c’è bisogno di dire che in questa versione, sulla terra esiste un solo continente e quello è Ponza.

Ma alcune parti dell’isola sono progredite. Proprio di recente hanno ottenuto il primo semaforo, il primo bar birreria ‘alla Williamsburg’, la prima scuola ad indirizzo turistico (anche l’inglese nel curriculum!), il loro primo prodotto locale D.O.C.: il vino frizzante Biancolella, dal vago gusto di albicocca che non mi ha lasciato le sequele del giorno dopo. C’è un nuovo sindaco che sta cercando di far sì che il popolo paghi seriamente le tasse e che ha progettato di installare un impianto di desalinizzazione entro la fine del 2017.

È anche cambiato il modo con cui Dan ed io vediamo l’isola. Nel nostro viaggio più recente, lo scorso giugno, siamo andati per la festa di San Silverio, che si replicava nel Bronx, dove una volta si poteva trovare mia madre tutta agghindata nel suo vestitino bianco della prima comunione, col viso che tradiva le ‘zeppole’ appena mangiate. Dan ed io abbiamo partecipato all’intero rito così come si tramanda da secoli dall’inizio alla fine, godendoci la processione a terra e poi in barca, sul mare, in compagnia di circa 18.000 persone (la popolazione isolana, durante la bassa stagione, è di circa 3.000 abitanti, ma durante questo giorno di festa raggiunge il picco turistico). Sciami di barche suonavano le sirene, mentre fuochi d’artificio e garofani rossi colpivano l’aria come sacrari scoppiettanti. La gente piangeva ricordando i miracoli che il santo aveva fatto durante la loro vita: la guarigione di un bambino, placare una violenta tempesta …

Cliffs along the sea on the western side of the five-mile island

Rocce a strapiombo sul mare, sulla costa occidentale dell’isola

Nel nostro caso non accadde nulla di straordinariamente magico. La volta celeste non si squarciò facendo piovere i biscotti di mamma in bocca a Dan. Per quel che io possa dire, Ponza non è ancora diventato il luogo capace di collegare in termini metafisici mia madre e Dan. Però è diventato il nostro luogo.

Il giorno dopo la festa, prendemmo una barca guidata da un pescatore di nome Paolo. Transitammo lungo spiagge e rocce vulcaniche, le rovine di una villa di epoca augustea e archi naturali simili a un Duomo. Dan ed io sbirciavamo attraverso i raggi di luce mentre Paolo si immergeva col suo coltello da caccia a staccare conchiglie (patelle N.d.T.) dagli scogli. Le gustammo avidamente tra sorsi di prosecco freddo.

Come regalo d’addio, Paolo diede a ciascuno di noi una collana di conchiglie. Ritenni che Dan volesse opportunamente abbandonarla nel B & B di Fendi che avevamo affittato, ma in effetti se la tenne ben appiccicata intorno al collo taurino e non la levò per alcuni mesi. La indossava al lavoro sotto le camicie di percalle, la indossava nei week end sotto i maglioni di lana merinos. L’ha tolta solo di recente perché il filo cominciava a puzzare di muffa, ma talvolta la bacia ancora come portafortuna. È un gesto così estraneo al suo stile che mi chiedo se apprezza veramente la collana oppure gli piace quanto mi renda felice vedergliela indossare.
In realtà può darsi che non sappia la differenza.

 

Una versione di questo articolo compare in stampa il 13 marzo 2016 a pag. TR10 dell’edizione di The New York Times col titolo: Come incontrò mia madre.

 

Note

Le foto sono state tratte dall’originale inglese (con tutti i diritti di Susan Wright per The New York Times)

File .pdf del testo originale inglese: On an Italian Island. How He Met My Mother

 

[Su un’isola italiana. 2 – Fine]

 

Appendice all’articolo ripreso e tradotto dal N.Y.T.

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Casa. Retro

Due foto attuali della casa in questione, di fronte e dal retro, con uno scorcio di panorama del porto

La casa è effettivamente sopra Giancos, sulla via Panoramica, poco distante dal ristorante “La casa di Assunta”

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