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2009-07-21_18-54-42 ep-04 u-35 sfb 91 L'interno della grotta

Su un’isola italiana, di Jessica Silvester. Dal N.Y.T. (1)

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traduzione di Silverio Lamonica

 

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto un Redazione la segnalazione di questo articolo – uscito sul New York Times il 13 marzo 2016 – da parte di Giovanni Hausmann (grazie!). Il giorno dopo anche, attraverso Isidoro Feola, da Emilio Iodice; da quest’ultima fonte abbiamo avuto anche informazioni sulle parentele isolane di Jessica Silvester (a chi appartiene..!) . Isodoro ci ha anche inviato delle foto in tempo reale (grazie!) della casa di cui si parla dell’articolo.
Il tutto è stato poi preso in carico da Silverio Lamonica per la successiva elaborazione.
Presentiamo il lavoro in due puntate con la versione in inglese allegata (in file .pdf).

 

Su un’isola italiana, come lui incontrò mia madre

di Jessica Silvester 8 Marzo 2016

The port of Ponza

Il porto di Ponza, sull’isola di Ponza, a due ore e mezza di navigazione da Napoli 

Quando entri nel porto di Ponza, una minuscola isola italiana tra Roma e Napoli, puoi vedere la casa natale di mio nonno. Prendi posizione all’esterno della parete di ‘terra-cotta’ del porto, a forma di mezzaluna. Dai una rapida occhiata ai riflessi del Mar Tirreno e lungo la costa occidentale, punteggiata da ‘casette di bambole’ dai colori pastello. Osserva più da vicino e scoprirai un’isolata, erosa ed imbiancata facciata ammaliante, il ridente anfiteatro simile ad una sacra apparizione: eccola là.

Non so esattamente quando stabilii che Ponza fosse il luogo dove Dan avrebbe ‘incontrato’ la mia defunta madre. Quando cominciammo a vederci gli raccontai della casa, un modo per impressionarlo. Tecnicamente ne ero comproprietaria assieme ad una manciata di parenti italo–americani. In realtà ciò significava poco dal punto di vista di una reale ed effettiva eredità del bene che era stato abbandonato per decenni e la famiglia, sia qui che all’estero, sembrava condannata a contenderselo per sempre – ma questi solo semplici dettagli.

La casa e l’isola erano anche un modo indiretto per parlare di mia madre senza rattristarci. Ella morì a causa di un cancro al colon pochi mesi prima che Dan ed io ci mettessimo insieme, quando io avevo 23 anni e lei 55. Ero distrutta dal dolore, uno zombi rivestito da una bronzea pelle artificiale, tra caldi bagliori biondi, cercando con disperazione di non apparire deprimente. (ai ragazzi piacevano le ragazze solari e le avventure di viaggio). Citavo mia madre solo in contesti gioiosi, come l’isola incantevole dove crebbe suo padre: per i Romani era una mini Nantucket, su molte carte geografiche non appariva e le case non avevano l’indirizzo.

Raccontai dettagliatamente gli istanti di un viaggio fatto con la mia famiglia nel 1996 – i miei genitori e il loro unico figlio maschio, mio zio John, zia Anna e due cugini – quando attraversammo a remi le grotte azzurre e di un eccezionale risotto al nero di seppia. Sebbene quel viaggio fosse stato l’unico e la sola volta in cui lei visitasse Ponza, mia madre mai permise che io dimenticassi: “Quello è il tuo patrimonio”. Se vincevo una gara di nuoto nella piscina della nostra città, si piegava su di me con la sua luccicante permanente nera e diceva: “E’ il tuo sangue ponzese!” Se manifestavo gradimento per i suoi calamari imbottiti e i granchi blu cotti al forno alla Vigilia di Natale, mi schiacciava le guance con le sue unghie acriliche levigate: “La mia piccola ponzese”. Tuttora non sono certa se mi piacesse veramente il sapore dei pesci oppure il modo con cui mia madre gradiva vedermi mangiare.

Durante la mia relazione con Dan, col passare degli anni, naturalmente io mi dilungavo a parlare di mia madre, ben oltre l’argomento “Ponza”. Di solito Dan si mostrava tranquillo mentre il suo ampio collo arrossiva da un capo all’altro; era cresciuto in una sorta di parodia cinematografica, in un ambiente familiare cattolico-irlandese del Massachussets, dove le emozioni erano per lo più riservate alle gare (di baseball – N.d.T.) dei Red Sox. Ma pur emozionandosi come un italiano, non cambiava il fatto che non l’avesse mai conosciuta. Non avrebbe mai assaggiato il suo cibo, non avrebbe mai visto i gesti delle sue mani ben curate, mai ci avrebbe sentito ridere come facemmo a Ponza quando mio padre, mentre russava, si svegliò terrorizzato al canto del gallo fuori dalla nostra pensione senza aria condizionata.

Seashells collected from the beach

Conchiglie di mare raccolte sulla spiaggia

Pensavo a tutte queste cose non conosciute, la sera di dicembre, quando Dan mi fece una proposta: “Trascorreremo Natale in giro, per te” disse con fiducia, dopo anni che, più o meno, mi rifiutavo di celebrare le festività senza mia madre. Lo pensavo il giorno delle nozze che venne e passò, senza i suoi biscotti per dessert fatti in casa. E lo pensavo durante la nostra luna di miele, quando ci dirigemmo a Ponza.

Nel viaggio a scossoni di due ore e mezzo da Napoli in aliscafo, cercai invano di fotografare la casa di mio nonno – rivivevo le emozioni della tipica quattordicenne preoccupata, durante quella vacanza con la mia famiglia nel 1996. Anche io ammettevo, forse per la prima volta, quanto minimamente avessi desiderato questa luna di miele, tutta impacchettata nell’abito da sposa e il fatto che mia madre non ci sarebbe stata. Oltre all’hotel raccomandato da mio zio John e i miei ricordi del risotto, andavamo alla cieca. Appena l’aliscafo rallentò, apparve una tavolozza di casette dipinte come in una scenografia da sogno di Wes Anderson; lo sapevo, Ponza era un “Luogo Pieno di Significati”.

Aspettammo quasi un’ora sotto il sole d’estate, il mezzo che ci portò a tutta birra su all’Hotel Chiaia di Luna. Lì, come annunciato sul sito web, la proprietà aveva un affaccio su una spettacolare parete di tufo a piombo, sbiancata dai venti di nord ovest. All’interno le stanze da 230 euro a notte, avevano uno spazio appena sufficiente per i bagagli e un condizionatore d’aria, puramente decorativo.

Map. 40 miles Rome Italy

Mappa. L’isola di Ponza nel Mar Tirreno a 40 miglia tra Roma e Napoli

Quindi c’era la sfida di trovare la casa di mio nonno. Tutto quel che sapevo era che si trovava in Via Sopra Giancos, al di sopra di un acquedotto dell’epoca romana. Contrariamente a quel che aveva assicurato zio John, in albergo nessuno sembrava sapere ciò di cui parlavo, soprattutto perché non parlavano inglese ed io, diversamente da mia madre, non ero in grado di esprimermi in italiano.

Tra quel pomeriggio e il mattino successivo, coi vari tentativi andati a vuoto di trovare qualcuno che ci indicasse la giusta direzione, nella mia mente la casa cominciò ad ingrandirsi sempre di più. Il nostro progetto confuso nel venire qui, sembrò cristallizzarsi in una missione in cui ‘qualcosa di significativo’ doveva accadere, l’occasione di trovare lo spirito di mia madre e per Dan di incontrarla, finalmente.

Alla fine un dipendente dell’albergo ci suggerì di chiamare Joe Mazzella, autodefinitosi l’unico tassista isolano in grado di parlare l’inglese. Un uomo che ben si conciliava con la mia parodia scenografica della famiglia italo-americana, condivideva il cognome Mazzella con mia madre che per i ponzesi equivale a Smith. Come lei è cresciuto nel Bronx, (sebbene – come affermava – non si siano mai conosciuti), prima di tornare in patria (“il paradiso”), circa 30 anni fa coi suoi genitori. Aveva una sensazione vaga circa la casa di cui parlavo – “quella abbandonata” – non si riusciva a localizzarla esattamente.

Il mini SUV di Joe avanzava scoppiettando lungo le cinque miglia della strada principale dell’isola, tra filari di viti e alberi di fichi lungo i terrazzamenti degradanti da un lato, statue religiose e chioschi con ‘pagliarelle’ per vivande, dall’altro. Durante la serie di false partenze e lungo le biforcazioni dei vari tornanti, Joe indicò le residenze di altri notabili. Una apparteneva ad Anna Fendi, quell’insigne sacerdotessa di tutte le borse dalla pelle zigrinata che mia madre non poteva permettersi con il suo stipendio di insegnante, ma comunque talvolta ne acquistava qualcuna d’occasione. “Fendi, baby!” aveva sentito sussurrare quando ci eravamo recati lì tanti anni prima, al riguardo del marchio collegato con Ponza.

Diverse persone del posto guidarono Joe sempre più vicino alla nostra meta. Finalmente parcheggiò su un pendio e disse che ce l’avevamo fatta.

The abandoned house of the author’s grandfather

 La casa abbandonata del nonno dell’autrice

Nota
Le foto sono state tratte dall’originale inglese (con tutti i diritti di Susan Wright per The New York Times)
File .pdf del testo originale inglese: On an Italian Island. How He Met My Mother

[Su un’isola italiana. 1 – Continua]

 

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