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Fantasticherie. Major e Minor (1)

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di Pasquale Scarpati

 

Il grande fiume scende lentamente. Gli argini, ora bassi ora alti, si lasciano accarezzare dall’acqua. A volte alte canne, in cui si nascondono prede e predatori, rendono la riva, qua e là, meno monotona.
Il fiume dà la vita non solo perché pescoso, perché le sue acque irrigano i campi, ma anche perché è navigabile. Si vedono sfrecciare, infatti, oltre alle chiatte che avanzano lentamente con la prua che affonda nell’acqua aprendosi un varco rigonfio come solco profondo, anche natanti di ogni genere: da quelli maestosi, a quelli più piccoli; da quelli sospinti da potenti motori a quelli dotati di una semplice vela che rassomiglia a un piccolo lenzuolo.

Se qualcuno, spinto dalla curiosità o da altra motivazione, vuol conoscere da dove proviene o dove si dirige questo gran numero di natanti, non deve far altro che seguirli per breve tratto.
Si accorge, così, che quelli vanno tutti ad ormeggiarsi a molteplici pontili che si allungano nel fiume spezzando la sua corrente. Qualcuno li fa assomigliare a dita pronte a ghermire qualsiasi cosa che passi a tiro. Essi sono per lo più fatti da vecchi assi o tavoloni che ondeggiano e scricchiolano anche sotto un passo leggero. I piloni che li reggono sono avvinghiati dall’erba e, neri e sporchi, sembrano a mala pena sorreggere quel peso. Brutti a vedersi, questi manufatti deturpano in modo vistoso il ridente paesaggio anche perché si protendono nel fiume oltre il limite consentito. Intorno ai piloni e/o tra di essi, immersi totalmente nell’acqua o appena affioranti vi sono pezzi di reti o ferri arrugginiti che non fanno passare nulla o quasi; insomma, raccolgono, come si dice da qualche parte alegh’ e pisce, praticamente tutto.

Ma gli abitanti del paese sono fieramente e fermamente attaccati ad essi ritenendoli la fonte primaria del loro guadagno. In effetti pochi sono i mezzi di comunicazione per arrivare in quel paese: vecchi battelli che probabilmente avevano visto sbarcare gli alleati in Normandia; qualcuno aveva navigato nel periglioso Mare del Nord al tempo del Titanic; qualche altro, costruito per altri motivi, era stato, nel tempo, adattato alle nuove esigenze.
Insomma, pochi, obsoleti e soprattutto lenti erano i mezzi che mettevano in comunicazione quel paese con il resto del mondo. Si diceva che la lentezza fosse dovuta al fatto che quelli, costruiti per navigare sul mare, erano utilizzati per la navigazione fluviale. Ma ciò era abituale in quel luogo poiché i suoi abitanti sapevano riutilizzare e/o riadattare tutto ciò che possedevano.

Quella gente semplice che viveva semplicemente, in pace con tutti e senza fronzoli per la testa, offriva ai numerosissimi turisti quel poco che aveva: gli squisiti prodotti culinari locali, grotte adibite a case con arredi spartani, vecchie barche da pesca riadattate, qualche vecchia zattera che una volta serviva per andare in cerca di tronchi d’alberi che il grande fiume aveva trasportato e abbandonato su una delle sue rive, una strada tappezzata di buche con i cigli sporchi soprattutto di escrementi di animali detti “amici dell’uomo” i quali, adibiti per la caccia ad altri esseri viventi, in quel luogo potevano gironzolare tranquillamente e soddisfare ovunque e liberamente i propri bisogni.
Insomma niente di complicato; la vita scorreva, pertanto, serena, semplice e lineare, secondo i costumi degli abitanti di quell’amena località che portava il nome di Major.

Ma la vita del borgo che scorreva quasi sonnolenta e placida per la maggior parte dell’anno, come il grande fiume che lambiva le rive ora sabbiose ora cosparse di sassi ben levigati, era interrotta, oserei dire flagellata, durante un breve periodo dell’anno, da orde fameliche o per meglio dire assetate (per effetto della stagione), ansiose di gustare ed ammirare i tesori che l’amena località possedeva.

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Non possedeva spazi amplissimi, né strade facilmente percorribili, anzi piuttosto strette e a volte tortuose, né i confort a cui molti anelano, ma nel corso dei secoli pittori e scultori di tutti i generi si erano sbizzarriti a dipingere sui muri, su teli e sulle pareti, oppure a scolpire forme a volte bizzarre. Si dice, infatti, che di lì fossero passati grandi pittori tra cui Giotto e Raffaello.

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Pare che anche il Pinturicchio si fosse ispirato ai suoi colori per affrescare la Cappella Baglioni in quel di Spello e si racconta ancora che il Caravaggio, nel suo girovagare, passando di là avesse visto per la prima volta quel famoso nero che fa da sfondo ai suoi celeberrimi quadri.

Cappella Baglioni di Spello by Pinturicchio

Cappella Baglioni di Spello del Pinturicchio

Qualcuno osa affermare addirittura che lui stesso abbia messo mano al pennello per dare una tinta alle pareti per vederne l’effetto. Però, per non creare cacofonia, ognuno di essi si era riservato uno spazio o per meglio dire una parete, per cui bastava girare un angolo per vedere, sulle pareti, la mano di un artista diverso dal precedente. Così gli scenari non erano sempre gli stessi ma mutavano in continuazione. Poteva anche succedere, comunque, che, come nel chiostro dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore oppure come nella cappella di S. Brizio situata nel celeberrimo Tempio, dal bellissimo rosone ricamato, eretto dal Maitani oppure altrove, due o più artisti avessero lasciato la loro impronta di colore nello stesso luogo.

Ma questo non solo non inficiava la sua bellezza ma la rendeva ancor più seducente, tant’è che l’occhio non sapeva da quale lato guardare per cui molti avrebbero voluto la medesima facoltà degli occhi dei camaleonti che possono guardare dappertutto ed in modo indipendente.

Chiostro Grande dell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore

Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore

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Rosone del Duomo di Orvieto

Non sono mancati poi, anche gli scultori che hanno preso le idee dal suo mondo ed inoltre hanno scolpito colà forme a volte bizzarre. Non voglio parlare di Michelangelo che ha lasciato colà sculture incomplete, né del Bernini che da una parte si è ispirato e dall’altra ha scolpito forme barocche nella roccia, né di quelli che tagliarono dalle pareti il nero marmo, già perfettamente inciso, che fa da pavimento al Duomo senese e gelosamente custodito, ma probabilmente anche gli archi progettati per il Palazzo della Civiltà in Roma furono ideati dopo avere visto e/o modellato in quella zona altri archi di simile forma ma rupestri.

Capo Bianco. Verso Chiaia di Luna copia

Calainferno Trou copia

Sarebbe troppo lungo citare tutti gli artisti che sono passati di là. Sta di fatto che in quel paese avvenne un meraviglioso “scambio di amorosi sensi” tra la natura e l’uomo o, per meglio dire tra il Creatore e quest’ultimo. Così tutti restano ancora oggi stupefatti nel vedere tanta bellezza e, di conseguenza, la “Fama” che, si sa, ama salire alta nel cielo ed espandersi come gigantesco pennacchio di fumo, grida per ogni dove.

Bernini fontana quattro fiumi

Bernini. Fontana dei quattro fiumi a piazza Navona

Palmarola Cattedrale. Verde

 

[Fantasticherie. Major e Minor (1) – Continua]

 

 

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