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Varcando un sentiero che costeggia il mare

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di Silverio Lamonica

Mannucci

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Invio la recensione di “Varcando un sentiero che costeggia il mare” un saggio biografico di un ex confinato politico.
Silverio

Tempo fa il Sindaco di Ponza mi consegnò una lettera del Signor Giuseppe Mannucci, figlio di italiani stabilitisi in Francia verso la fine degli anni ’40, e cittadino italiano lui stesso, pregandomi di rispondere direttamente all’interessato.

Il Signor Mannucci, con quella lettera, chiedeva notizie del padre Danilo, confinato nella nostra Isola dal 19 agosto 1937 al 13 luglio 1939, quando –assieme a tanti altri compagni antifascisti – fu trasferito a Ventotene, subito dopo che fu abolita la Colonia Confinaria di Ponza. In particolare chiedeva notizie di alcuni testi che il padre aveva consultato nella ricca biblioteca dei confinati, durante il suo soggiorno forzato, per scrivere con certosina pazienza e a mano, un manuale di Storia dal Medioevo fino alla prima guerra mondiale (Ponza, 9 maggio 1939) controfirmato e composto di ben 226 ‘mezze pagine’ di quaderno.”

Con profondo rammarico risposi che non esiste più alcuna traccia della biblioteca che i confinati ci lasciarono, affinché potessimo arricchire ulteriormente la nostra cultura. Comunque gli fornii altre notizie sul confino di Ponza. Tutto ciò perché egli intendeva pubblicare un’altra monografia del padre, con l’aiuto di uno studioso italiano, cultore della storia contemporanea, integrando la biografia “Varcando un sentiero che costeggia il mare”, della quale è coautore assieme al Dr. Ubaldo Baldi (che ha curato la stesura e che è uno studioso salernitano del Movimento Operaio e dell’antifascismo). Di questo saggio mi ha inviato una copia omaggio con dedica, molto gradita.

***

Danilo Mannucci di Gastone, fervente repubblicano e mazziniano, nacque a Livorno alla fine dell’800. A causa delle sue idee antimonarchiche e antifasciste e della sua intensa attività negli Arditi del Popolo Livornesi, nel 1923 fu costretto ad emigrare in Francia da solo, clandestinamente, solo dopo due mesi si unì alla famiglia, senza mai tralasciare le battaglie in favore delle classi lavoratrici. A Marsiglia fu a capo di una squadra delle Centurie Proletarie “Luigi Gadda” e aderì al Partito Comunista Francese, chiamato anche a far parte della sottocommissione di Marsiglia per ben dieci anni. Si spostò nella città vicina di Gardenne, dove divenne segretario del Partito Comunista Cantonale e delegato sindacale GCTU dei minatori di carbone, organizzando parecchi scioperi, uno dei quali durò 76 giorni. Il 4 gennaio 1936 Danilo verrà estradato in Italia, come persona non gradita al governo di allora, presieduto da Pierre Laval, il quale aveva stretto un patto con Mussolini: mano libera del dittatore fascista in Etiopia, in cambio di un intervento italiano a favore della Francia in caso di aggressione da parte tedesca. Perciò la classe padronale francese, stanca degli scioperi che vedevano in prima fila Danilo Mannucci e facendo leva su Laval, ottiene l’estradizione in Italia di quel sindacalista e antifascista molto scomodo, impegnato e in contatto con i gruppi clandestini italiani, e una volta a Ventimiglia, la polizia francese lo consegna direttamente nelle mani delle camicie nere fasciste che l’aspettavano.

Mannucci trascorre sette anni di confino in varie sedi, tra cui Ponza, Ventotene e infine Baronissi dove si trova il 9 settembre 1943 quando gli alleati sbarcano a Salerno.

Quindi Danilo, finalmente libero, inizia un’attività politico-sindacale molto intensa: dal nulla ricostruisce la federazione salernitana del P.C.I. e la C.d.L. di Salerno e provincia, della quale fu il primo segretario del secondo dopoguerra. Purtroppo le sue idee politiche “bordighiane” configgono con il centralismo “a senso unico” del P.C.I. e con la sua struttura divenuta ormai piramidale, stalinista. Il P.C.I. per diventare “partito di massa” non esita ad imbarcare elementi di dubbia fede politica, perfino i “fascisti fino al 24 luglio”. Sono purtroppo anche questi ultimi elementi saliti, nel più opportunistico dei modi, sul “carro dei vincitori”, ad architettare la classica “macchina del fango” finché, nel luglio 1944 Danilo ed altri compagni apprendono dal giornale di essere stati espulsi dal partito, senza essere ascoltati, senza un processo sia pure sommario, senza diritto a replica difensiva, “per corruzione e indegnità”, sebbene Danilo, all’inizio del 1944, si fosse rivolto con due lettere a Togliatti, vero convitato di pietra, per denunciare quel modo di agire, tipicamente staliniano.

Infine nel 1949, dopo una breve militanza nel PSIUP, poi PSI, deluso dalle vane promesse di quei politici ormai “navigati” e costretto da una vita grama ed incerta con moglie e figli da mantenere, decide di incamminarsi di nuovo per quel sentiero che costeggia il mare che lo porterà con tutta la famiglia in Francia, questa volta definitivamente.

Il libro della “Editrice Gaia”, è stato pubblicato a cura dell’ANPPIA e in appendice sono riportati alcuni appunti molto interessanti sulla nascita di quest’Associazione, a cura di Fabio Ecca. Inoltre, allegati all’opera, numerosi sono i documenti atti a dimostrare la specchiata onestà morale ed intellettuale del protagonista.

Avendo anche io militato nelle fila del P.C.I. riconosco i limiti di quel partito: la mancanza di un vero e proprio dibattito interno (però, detto tra noi, molti partiti e movimenti di oggi soffrono, più o meno, della medesima carenza). Una struttura fin troppo rigida quella del P.C.I. che si sbriciolò assieme al “Muro di Berlino”. Ma di una tale carenza si accorsero, fin dal tempo della clandestinità, uomini del calibro di Umberto Terracini, Altiero Spinelli ed altri, anch’essi espulsi ed oggi dobbiamo riconoscere che si sono realizzate non le idee di Palmiro Togliatti, ma quelle dell’espulso Altiero Spinelli, sia pure con i vari limiti che tutti sappiamo.

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