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“E andavamo tutti alla Caletta”. (9). Il finestrone di Pilato

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di Dante Taddia

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Anche se pensare in questo periodo a un tuffo in mare fa venire i brividi, ospitiamo su queste pagine un altro racconto della raccolta “E andavamo tutti alla Caletta” di Dante Taddia, che ha conosciuto Ponza nel 1963, innamorandosene perdutamente e per sempre. Prosegue con la pagina odierna la narrazione di quel periodo di ‘iniziazione’ che più o meno tutti i ponzesi hanno avuto modo di vivere negli anni Sessanta, e che ne ha caratterizzato il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza. Dai primi timidi tuffi dagli scogli posti all’interno della Caletta stessa, Dante è passato a descrivere le fasi dello scoglio giallo (più basso e più alto), spingendosi poi a quelli all’interno della Grotta di Pilato, con mille accortezze per schivare i gradini immersi del murenario. Con il racconto odierno si passa all’esterno della grotta stessa, in un punto proprio pochi metri sotto il cimitero, che dal mare può anche sembrare di poco conto, ma che visto da sopra è altissimo. E non finisce qui…

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Dalla grotta si accede tramite un corridoio scavato nel tufo bianco a un’apertura nella roccia detta “finestrone di Pilato” che si apre a strapiombo, fatto salvo un piccolo gradino di una trentina di centimetri di larghezza posto a circa un metro più in basso dell’apertura, su un imbuto di roccia bianca in cui un mare blu cobalto s’insinua respirando il suo moto ondoso. E’ il salto dal finestrone. Lontano dagli occhi di madri preoccupate e inquiete per l’assenza ‘dd’i uagliune’. Per una mamma i figli, “piezz’ e’ core, sso’ sempre figli pure si tenene cinquant’anne”: lei si deve comunque preoccupare. Fa parte dell’incombenza della madre isolana, anche se è un passo che tutti hanno fatto e faranno.

“Addo’ stanne ‘i uagliune…?” “Nun ’o sacce“. “Gennare ha ditte ch’a viste ‘i figlie vuoste vicino a Pilate…”. “U Ggesùmmaria, e chille sso’ gghiute ‘ncopp ù finestrone, pe’ se menà avasce”. “Noo, nun è ‘o vero, chille stevene inta a ‘rotta !” “Sansilverio mio, chillu uaglione me fa murì”. Ma grazie a Dio sembra che nessuno si sia mai fatto male, proprio perché le cose erano fatte per tappe e solo quando ci si sentiva preparati per superare la fase successiva si azzardava… il salto. C’era solo il problema della figuraccia, ma bastava: “Tato’ ije tenghe paura, nun me seng’ buone…”. E nessuno ti spingeva, anzi. Era forse l’aiuto di chi c’era passato per quella tappa che serviva a farti superare l’ostacolo, più della preoccupazione e del divieto della madre apprensiva. Dallo scoglio giallo una spintarella si dava pure, e senza paura. Da Pilato, no. Solo se ci si sentiva pronti si andava giù.

E per chi saltava, era uno scroscio di risate che si mescolava al tuffo in quel cobalto che per qualche attimo ti teneva prigioniero nel suo liquido abbraccio, nel silenzio della profondità interrotto solo dalle innumerevoli bollicine che, legate al tuffo, si erano create e ti mostravano la via d’uscita verso l’alto, dove l’acqua è più chiara, smeraldina. Una volta il balzo divenuto abitudine, si esitava apposta in quell’abbraccio di cobalto, si godeva di quel silenzio che la profondità dava e del chiacchierìo delle bollicine.

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C’erano pochissime barche a motore e i turisti venivano con quelle a remi, silenziosi mezzi di comunicazione col mare, con quanto il mare riesce a dire a chi lo vuole sentire e lo sa ascoltare. Il salto era un senso di liberazione della massa corporea, un quasi uscire dal corpo per abbandonarsi al grembo della grande madre liquida che aveva accompagnato la vita intrauterina prima e gli anni dalla nascita poi. Un senso di leggerezza che ti avvicinava a Dio, alla grandezza del creato e per un attimo ti rendeva partecipe di quel grande disegno che il Creatore ha preparato per ognuno di noi, questo per chi ci crede: l’incontro con lui senza l’ingombro del corpo ma solo con lo spirito, quella parte che lo sentiva, questo richiamo.

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NdR – Dei tuffi dalla parete di mezzogiorno delle grotte di Pilato ha anche raccontato Franco De Luca nel suo articolo “Un tuffo in acque giovanili

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