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ep-02 u-01 foto-04 k2-9 hp0057 Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

Quando il vento si fa lupo e il mare si fa sciacallo…

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proposto da Sandro Russo

 

La storia vera dell’affondamento e la canzone di Fabrizio De André: “Parlando del naufragio della London Valour”

La mattina del 9 aprile 1970 la London Valour, una nave di 26.000 tonnellate costruita in Inghilterra nel 1956 come petroliera,  e in seguito trasformata in “bulk carrier” (nave portarinfusi) nei cantieri di La Spezia, attracca a circa 1300 metri a sud della barriera frangiflutti del porto di Genova. Il mare è calmo, il vento quasi assente. L’equipaggio è composto da marinai filippini, dal radiotelegrafista Eric Hill, dal comandante Edward Muir e dalla moglie.
Alle tredici e trenta, improvvisamente, un violento fortunale con vento di libeccio a 45 nodi si abbatte sulla città e il mare comincia ad agitarsi, arrivando in breve a forza nove.

Il naufragio della London Valour.BN.1
Verso le 14.30 la nave inizia a scarrocciare; sotto la spinta del vento l’ancora non fa più presa sul fondo; la London Valour non riesce ad avviare le macchine e per la violenza del mare, sbatte contro gli scogli della diga foranea “Duca di Galliera”.
I soccorsi arrivano sul posto con elicotteri e motovedette, mentre la gente dal molo osserva incredula la nave spezzarsi in due tronconi.

Il Naufragio della London Valour.2
Un doppio cavo di nylon venne gettato tra la diga e il ponte della nave per portare in salvo i passeggeri col metodo del “va-e-vieni”, attraverso un’imbragatura e una carrucola. La soluzione scelta si rivela presto disastrosa, poiché a causa dei movimenti della nave e del vento alcuni dei naufraghi imbragati vengono sbalzati in mare o finiscono sugli scogli. La moglie del capitano viene strappata dalla cintura e precipita in mare, sotto gli occhi del marito, nonostante i tentativi di salvataggio di un vigile del fuoco che si tuffa invano più volte.
Il capitano, assistendo direttamente alla tragedia, si slaccia il giubbotto di salvataggio e si getta in mare, lasciandosi andare.
Infine i depositi di nafta cedono e il combustibile, nero e denso come catrame, si sparge in mare e avviluppa i naufraghi caduti in acqua.

Delle 58 persone imbarcate sul mercantile, ne furono salvate solo 39. Il relitto, incagliato e semi-affondato, fu portata via da due rimorchiatori un anno dopo, per essere affondato nell’abisso delle Baleari. Lo scafo, però, affondò a sole novanta miglia al largo di Genova, dove si trova tuttora.
Vennero recuperati il timone a ruota, donato all’Ospedale San Martino che aveva assistito i superstiti, la campana, oggi conservata presso la Chiesa Anglicana della città, e la bandiera, consegnata alla Capitaneria di Porto.

London Valour. Targa

«Il vento si farà lupo di mare, si farà sciacallo. Le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli». Queste parole dalla canzone di De André si trovano, dal 2004, su una targa affissa al molo Vecchio di Genova per ricordare l’affondamento della London Valour davanti alla diga foranea
Eccezionali nel video che segue le reali immagini della tragedia e dei tentativi di porre in salvo i naufraghi.

Guarda e ascolta qui da YouTube: testo e musica di Fabrizio de André e Massimo Bubola, dall’album “Rimini”, 1978

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Parlando del naufragio della London Valour

I marinai foglie di coca digeriscono in coperta
il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall’Inghilterra
il pasticcere di via Roma sta scendendo le scale
ogni dozzina di gradini trova una mano da pestare
ha una frusta giocattolo sotto l’abito da tè.

E la radio di bordo è una sfera di cristallo
dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo
il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto
ride con gli occhi al circo Togni quando l’acrobata sbaglia il salto.

E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli
i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli
il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe
per far pace con gli applausi per sentirsi più distante
la sua stella si è oscurata da quando ha vinto la gara del sollevamento pesi.

E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva
ruba l’amore del capitano attorcigliandole la vita
il macellaio mani di seta si è dato un nome da battaglia
tiene fasciate dentro il frigo nove mascelle antiguerriglia
ha un grembiule antiproiettile tra il giornale e il gilè.

E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovarono sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni.

Il pezzo è costituito da un lungo ‘parlato’ inframezzato da stacchi musicali con un ritmo molto marcato dalla batteria.

Questa canzone è tra le più criptiche di Fabrizio De André, giocata nella doppia chiave della trasfigurazione poetica di una tragedia del mare, in associazione con delle metafore legate alla realtà politica del tempo in cui è stata scritta; in particolare espressione della delusione del cantautore genovese per la rottura con le idee del sindacato, maturata negli ultimi anni Settanta.

Oltre alla comune metafora del naufragio, spesso applicata alla rovina della società e forse alla “normalizzazione” della lotta rivoluzionaria della sinistra, il poeta descrive i comportamenti della massa (gli abitanti della zona portuale di Genova), che assiste al dramma spinta dal solo movente della curiosità.
“Più complessa è sicuramente l’interpretazione delle ultime figure citate nella canzone: nel ‘pasticciere di via Roma, che pesta una mano ogni dodici gradini’, molti hanno intravisto un riferimento al partito comunista, ‘nell’acrobata che sbaglia il salto’, un riferimento ai grilli parlanti di certa sinistra extra-parlamentare, poiché “ritrovandosi sul molo con sorrisi da cruciverba” decidono di dimenticarsi del capitano, ormai compatti nel rifiutare ogni rivoluzione, considerandola “naufragata”.
Infine dietro al “macellaio mani di seta” si potrebbe celare la figura del generale Dalla Chiesa, che alla fine distribuisce le munizioni: il pasticciere, il poeta e il paralitico dell’ultima strofa si alleano al macellaio, con le sue mascelle anti-guerriglia, “contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni”.

1978 Rimini

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