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“E andavamo tutti alla Caletta”. (8). La grotta di Pilato

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di Dante Taddia
Grotte di Pilato

 

Dopo la pausa delle festività di fine/inizio anno, riprende la saga dei racconti di Dante Taddia contenuti nella raccolta “E andavamo tutti alla Caletta”, che sta attualmente analizzando quella sorta di fase di iniziazione rappresentata nella Ponza degli anni Sessanta dal ‘crescendo’ di difficoltà dei tuffi in mare, passando dal ‘liquido amniotico’ dell’acqua della stessa Caletta a spazi più ampi e a differenti altezze degli scogli da cui tuffarsi. Un passaggio quasi naturale per i ragazzi di quegli anni: una crescita di difficoltà che corrispondeva più o meno a quella anagrafica, e che tanti di noi che all’epoca eravamo ragazzini ha vissuto e ricorda con emozione intatta.

 

Ne mancavano tre di limiti da superare che, ormai completamente fuori della grande madre Caletta, avrebbero maturato il giovane ponzese. La tappa successiva era la grotta di Pilato.

Il tuffo era impegnativo, solo dopo tanti, ma tanti tuffi dallo “scoglio giallo” più alto, ci si tuffava dalla gradinata interna della vasca nella grotta. Forse una descrizione della zona può rendere meglio l’idea della pericolosità e della perizia che occorre per fare il tuffo.

La vasca del murenario delle grotte di Pilato è una vasca rettangolare di circa dieci metri per venti, bordata da un doppio scalino sommerso in acqua. La scalinata parte dal piano del bordo della vasca che comunica con il mare aperto della rada del porto tramite una soglia, che le onde e l’alta marea superano agevolmente. C’è anche un cunicolo sottomarino.

Ci sono circa una decina di gradini che portano ad una specie di nicchia che è in alto, a picco, non sulla vasca, ma sul piano del bordo della vasca. Questo bordo é di circa un metro e mezzo di larghezza e parte da sotto la parete della scalinata. Il tuffo quindi deve essere studiato bene. Ci si accoccola in questa nicchia dato che in piedi non si riesce a stare a causa della scarsa altezza del soffitto, si calcola lo slancio da prendere verso l’alto, e giù un bel tuffo… a lisciare col naso il fondo dell’antico murenario. La profondità dell’acqua è di circa due metri e la larghezza è quella del lato corto della vasca.

Grotte-di-Pilato. Interno

Il tuffo descritto nel testo si faceva da quella specie di piattaforma, sul lato dx della foto

Quel tuffo però non lo fai da solo: ci occorre il pubblico, soprattutto quello femminile. Era prova di coraggio e perizia, e ci doveva essere qualcuno a testimoniare. Non era una smargiassata: “Ije nun so’ ‘nu sguarramazze, m’aggie menate veramente a mare ‘a inte ‘a Pilato. Ce steve ‘nu sacche ‘i gente… e t’o ponno dicere”.

Era la tappa importante che permetteva di accedere alla prova successiva, il tuffo dal finestrone esterno della grotta di Pilato. Alla prossima.

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