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Ci salveranno le parracine?

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di Giuseppe Mazzella
Parracina

 

Nel leggere i diversi contributi che vengono ospitati sul nostro sito, mi sforzo di farlo con occhio distante – non solo fisico – dal teatro isolano, ma anche affettivo. Cerco di analizzare con occhio terzo e equanime, si fa per dire, quello che accade ed è raccontato. E sono rimasto sorpreso dagli effetti a valanga che hanno originato gli articoli sul dialetto, non solo per analisi sottili e circostanziate, che sottintendono un amore profondo e una conoscenza accorta del nostro linguaggio isolano, ma fanno trapelare anche altri problemi. Insomma il dialetto punta di un iceberg di un malessere diffuso che serpeggia tra i ponzesi e che si manifesta attraverso uno dei cardini della nostra identità, il dialetto appunto.

Le analisi dei diversi fonemi e le relative “corrette” trascrizioni hanno appassionato tanti sul sito e anche sui social network, fino ad arrivare a posizioni rigide che hanno portato in un caso anche all’abbandono del campo – per la sua collaborazione al sito – di un amico che a Ponza e al suo dialetto ha dedicato una appassionata e significativa produzione poetica.

Mi sono allora chiesto del perché questa reazione… È questo un segnale che allerta e allarma e fa affiorare inquietudini profonde che attengono non solo ai timori della perdita delle nostre radici, ma soprattutto del nostro futuro.

Tutti sappiamo che il dialetto, come le lingue in genere, mutano continuamente e l’uso rafforza una o l’altra espressione; tutti sappiamo che un dialetto – ma questo vale anche per ogni lingua – ha bisogno di convenzioni per essere trascritta; tutti sappiamo che le stesse parole italiane hanno fonemi che a secondo le Regioni vengono di fatto osservate o disattese. Figuriamoci quando si tratta di trascrivere “correttamente” un suono, dal momento che la stessa parola ha inflessioni diverse nella stessa isola a seconda se a pronunciarla sia uno del Porto o uno di Le Forna.
E questo anche a causa delle diverse provenienze ‘coloniche’ fino ai moderni apporti nazionali e internazionali. Parlare di ‘purismo’ non solo è antipatico o improduttivo, ma assolutamente manieristico. Questo non significa che non bisogna trovare accordi per una trascrizione il più possibile condivisa.
Anche le grandi “trascrizioni” del Belli, del Porta e del Di Giacomo hanno dovuto affrontare e risolvere questioni simili.

A tal proposito mi sono venute in mente le fantasiose interpretazioni che da anni rincorriamo per il termine parracina, al quale il nostro sito ha dedicato grande attenzione con preziosi contributi, anche se per la verità per quanto contenevano e proteggevano: i preziosi vitigni da cui si ricava un vino che a detta di esperti è un vero nettare “di-vino”.
Il fonema lo accostavamo alle desinenza di Terracina, ad antiche muraglie orientali, ad etimi nuragici, mentre l’origine sembra essere molto più prosastica e vicina a noi.
“Parracina”, infatti, deriverebbe da ‘paracinto’, riparo di pietra, sacchi e terra, utilizzato a difesa di una postazione, che la tradizione orale ha trasformato nel corso dei secoli nella parola che tutti ancora oggi conosciamo. Questo per riaffermare ancora una volta che bisogna tenere i piedi per terra e non azzuffarsi in questioni senza costrutto.

Vorrei aggiungere un’ultima considerazione. Quel che resterà delle nostre tradizioni e della poesia ponzese non deriverà dall’esatta trascrizione – tanto per citare il più grande degli italiani, Dante, la cui ‘Commedia’ ancora oggi appassiona i filologi nel lavoro di esatta “trascrizione” dei suoi versi -, ma dalla bontà del messaggio poetico in essa contenuta.
Anche perché, è sotto gli occhi di tutti, la lingua e i dialetti sono continuamente assaliti e invasi da termini nuovi, nostrani e internazionali, tanto da rimodellarsi, come è anche già stato scritto per alcuni arnesi da lavoro provenienti dagli Stati Uniti e qui prontamente ribattezzati.
Fermarne l’evoluzione è come dire vita fermati!

Parracine.1

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