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’A lettera d’a ’Merica

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di Enzo Di Giovanni

 

Lo studio del dialetto sta occupando molte pagine di Ponza racconta. È un argomento importante: la salvaguardia di un patrimonio linguistico è tanto più necessaria laddove non ci sono particolari documenti scritti e di conseguenza il rischio di perderlo è alto.
Ed è il caso di Ponza: la nostra è essenzialmente una lingua parlata; per generazioni, preghiere, canzoni, proverbi e detti popolari venivano trasmessi oralmente.

Eppure c’è stato un momento, nemmeno tanti anni fa, in cui si scriveva, a Ponza, e non presso piccole dotte comunità elitarie. E non in dialetto, che è già difficile da parlare, figurarsi a scrivere.
A scrivere erano i nostri nonni, migranti, costretti dalla distanza a scoprire ed utilizzare una forma di contatto che non era loro usuale.

Una lettera dall'America

Non era, la lettera, l’unica forma di connessione con i propri cari rimasti sull’isola. C’era anche il pacco (’u pacc’ d’a Merica).

Ma il pacco era diverso: erano i profumi del nuovo mondo che attraversavano l’oceano per insinuarsi tra la salsedine del mediterraneo, sotto forma di ventagli, bottoni, fermagli per capelli, grembiuli, cioccolata.

Col pacco si donava, la lettera invece si scriveva per ricevere: una notizia, un pensiero, un affetto.

Ne conservo qualcuna, di queste lettere, le poche scampate all’oblio del tempo che passa, reliquie preziose del nostro bagaglio genetico.

Ma come si scriveva, ai tempi dell’America?

Su fogli a righi blu, di solito con margine rosso, che raramente veniva rispettato. A rileggerle adesso, un occhio disincantato direbbe che gran parte della lettera dava ampio spazio ai convenevoli, a quei “mia carissima sorella …… con una grande gioia e contentezza vengo arrispondere la tua cara lettera e io o piacere assai assai che tu stai bene di salute e pure nostro fratello ….. sta bene di salute e pure nostra sorella …….. sta bene di salute assieme a suo marito e assieme i suoi figli e pure nostro nipote …….. sta bene di salute e io o piacere che vie venuto a trovare”.

Convenevoli?

Non credo affatto: piuttosto una preghiera, un mantra per assaporare attraverso i suoni che trasparivano dalla carta l’eco del proprio mondo lontano, una sorta di saudade isolana, un filo che non bisognava spezzare.

E che occupava gran parte del foglio.

Di solito la lettera proseguiva svelando il motivo stesso della stessa, cioè la notizia che si voleva comunicare. Raramente lo spazio abbastava, ed ecco che allora la lettera si trasformava in uno strano intreccio. Persa irrimediabilmente la linearità geometrica di spazi e righi, assumeva una sua specifica e personale forma, in cui bisognava ricostruire un puzzle tra frasi che si rincorrevano in verticale, in parallelo, a cerchi concentrici.

Lettera dall'America. Lo scritto

Il risultato? Dietro una apparente anarchia formale ed espressiva, la lettera parla.

Asciutta era la vita, sia quella che si era lasciata alle spalle a Ponza, che quella a New York, vissuta ma distante, sconosciuta, anche dopo anni di duro lavoro. La lettera invece doveva rappresentare altro, attraverso l’amore per la famiglia bisognava compensare le sofferenze quotidiane ed attraverso un senso di appartenenza trovare le motivazioni per un riscatto sociale.

E questo binomio di sentimenti contrastanti, di amore e lontananza, erano espressi in maniera magistrale nella lettera. Non solo espressione di forme e suoni, anche la grammatica era asservita allo scopo. Non sono errori infatti quelle frasi infinite scritte in un italiano grossolano, piuttosto il modo migliore di esprimere tali sentimenti. A correggere, a tagliare le ripetizioni, a rispettare spazi e punteggiature, la lettera stessa perderebbe di senso. E non trasmetterebbe, ancora oggi, la sua potenza intima ed evocativa.

…”caro fratello io e mio marito abbiamo moltissimo piacere che tu vieni qua america e noi qua ti aspettiamo con tanta gioia e tanto piacere che tu non telo puoi mai credere tanto dalla contentezza che noi teniamo che ti aspettiamo qua nella nostra casa e ti abbiamo già procurato la tua stanza con il lettino e un comodino e il gramofono con uno stipetto con i dischi dentro e il televisione e due sedie…”

Quanto sembra lontano questo mondo!

Eppure ci è straordinariamente vicino, al punto che ancora oggi, nel trascrivere brani di queste corrispondenze di miei familiari, mi è venuto spontaneo ometterne i nomi, pur essendo persone che purtroppo non ci sono più da tempo.

Non so quanti, in quante famiglie, a Ponza ancora conservano questi poveri pezzi di carta ingialliti.
Io li ho sempre visti come un dono prezioso, un’eredità, un certificato di residenza che nessuno potrà mai toglierci.

 .

.

Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde, 
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo. Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde 
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo. 

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata, l’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino, 
l’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata….

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino…

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera…                              

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita, l’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile,
l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita, 
e dire boss per capo e ton per tonnellata, “raif” per fucile.

Quand’ io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio, sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo 
e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio 
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo, 
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo, finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo…

Da: “Amerigo” di Francesco Guccini (1978) – (estratto)

Il sogno americano

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3 commenti per ’A lettera d’a ’Merica

  • Carmine

    Per restare nel merito dello studio del dialetto, intanto mi complimento con l’autore di questo bell’articolo, però vorrei fare un appunto alla Redazione, oppure a chi cura l’editing.
    Si può mai tradurre “dall’America” in “d’a’ Merica” ? Riuscite a cambiare il nome addirittura del continente Americano. Non era più corretto scrivere “ d’America” ?

  • franco schiano

    “…la salvaguardia di un patrimonio linguistico è tanto più necessaria laddove non ci sono particolari documenti scritti…”
    “… la nostra è essenzialmente una lingua parlata; per generazioni, preghiere, canzoni, proverbi e detti popolari venivano trasmessi oralmente.”

    Per i prossimi scritti in Ponzese suggerisco di usare direttamente una traccia vocale (per esempio Mp3).

  • Enzo Di Giovanni

    Cari Carmine (grazie per i complimenti!) e Franco, lo studio del nostro dialetto è opera meritoria ed è positivo che raccolga tanto interesse.
    Nel caso specifico ritengo che ‘Merica vada scritto proprio così. Spesso nei dialetti le parole che iniziano per vocale subiscono una aferesi, cioè la perdita della vocale iniziale di una parola: così l’asparago diventa u’sparag; l’aragosta diventa a’ravost; l’aceto diventa a’cita, ed, appunto l’America diventa a’Merica. Il che è perfettamente logico, non si potrebbe certamente dire a-aravost oppure a-America. E’ esattamente ciò che avviene in italiano con l’elisione, cioè la perdita dell’ultima vocale:la-alba diventa l’alba; la-America diventa l’America e così via.
    Non applicare questa regola nella lingua scritta sarebbe un errore grammaticale: elisione e aferesi sono appunto regole create per rendere più scorrevole il discorso.

    Ciò premesso, gradirei che si commentasse in merito allo scritto: nello specifico credo che il fenomeno della migrazione (di cui la lettera a mio modesto avviso è un aspetto significativo), meriti arricchimenti in tema, e non essere ridotto ad avvilente terreno di scontro linguistico, del tutto, appunto, fuori tema.

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