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E andavamo tutti alla Caletta. (5). La serenata

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di Dante Taddia
Serenata

 

Perry Mason, così la chiamavano tutti i suoi amici, per la mania di difendere sempre a spada tratta ‘i piu’ deboli’, quella ragazza che avevo conosciuto qualche giorno prima durante la “camminata a mare” come l’aveva definita il mio amico Felice di Solopaca, aveva dovuto sostenere un grande scontro in famiglia a causa mia e come sempre il pubblico ministero e l’avvocato dell’accusa (madre e cugini riuniti) non avevano risparmiato frecciate e commenti nei miei confronti.

Nessuno mi conosceva e forse mi aveva mai visto, ma in ogni caso ho avuto subito in lei un grande avvocato difensore: “E’ facile parlare male di qualcuno che non si conosce, perché almeno si può dire ciò che si vuole”.

Era stata questa l’argomentazione addotta dalla difesa, la Perry Mason, poiché una cosa del genere, cioè che gli altri parlassero di me senza conoscermi, non la poteva proprio accettare.

Le parole tirano le parole, qualcuna di troppo da una parte e dall’altra, un po’ di tensione si accumula e la mia Perry Mason, non dimentichiamo che ha solo sedici anni ancora non compiuti per una manciata di giorni, quel pomeriggio non esce.

Per punizione. Sembra una grande parola oggi, ma allora si usava ancora. Resta a casa.

C’eravamo dati appuntamento per vederci nel pomeriggio ma non sarebbe potuta venire: una cosa inammissibile per lei non tenere fede alla parola data, e peggio ancora, non potermi avvisare, figurarsi poi disertare un appuntamento.

Ci saremmo visti quasi per caso… perché il passeggio, lo struscio, le vasche come si dice ora, ci avrebbero lo stesso portato ad incontrarci. Lei però era dovuta rimanere a casa… e a ragione… ma solo per gli altri. Io, un uomo al confronto della sedicenne, un “romanaccio” venuto a Ponza per fare conquiste, e poi in quell’ambiente di perdizione del night club, che allora era La Bussola,

“Te lo raccomando il tuo amico… più grande di te”. Mordaci i commenti di parenti e amici, nei miei confronti. Ho dovuto aspettare diversi lustri per farmi dire da mia suocera quali erano stati gli argomenti d’accusa e difesa durante quel dibattito fra Perry Mason… contro tutti. Con mia suocera, che mi ha voluto un bene grandissimo, come veramente se ne vuole ad un figlio e altrettanto è stata ricambiata da me, quante risate ci siamo fatti, dopo però, tanti ma tanti anni dopo, ricordando quel particolare giorno.

Comunque le amiche, per fortuna, le famose cumpagnelle ci sono e si prestano a farmi avere un biglietto da lei. Poche parole. Non può venire domani al mare.

Risento ancora quel leggero profumo di talco, doposole e crema Nivea nel piccolo pezzo di carta, profumo di lei, di buono e di pulito ma soprattutto noto uno sbaffo nel biglietto. Forse la mano sudata di chi me lo ha fatto recapitare o una lacrima della mittente? Mi fa piacere optare per la seconda ipotesi, dato il mio animo poetico.

Passa la sera e anche le prime ore della notte.

Verso le tre, quando ormai le braccia di Morfeo hanno accolto la maggior parte dei presenti nell’isola, quelli al di sotto dei 15 anni e al di sopra degli… anta, quando solo i nottambuli impenitenti decidono di rientrare finalmente a casa per ritemprarsi ed affrontare di lì a poche ore una giornata di mare piena di sole e di luce, quando coloro che si amano si cercano per trovarsi, si trovano per restare uniti, complice la magica luna, quando il desiderio di lei, di rivederla si e’ fatto ancora più… parte di tutto il mio animo, ecco che il romanticismo di un “giovin dabbene” quale ero e sono sempre stato, esplode in tutta la sua potenza, e d’accordo con gli amici musicisti del complesso passando sotto al suo balcone “n’ce portajie ‘a serenata”.

Serenata.1

Che immagine stupenda e anacronistica allo stesso tempo.

Le melodiose note di “Voce e’ notte, Frida e Ohi Mari’’”, cambiando però il nome secondo l’esigenza in quello della destinataria, Luisa, interrompono il silenzio notturno, senza disturbarlo, e sono solamente la sottolineatura di un animo in pena alla ricerca dell’oggetto delle sue pene. Chitarra e voce, solamente anzi “’na voce, ’na chitarra e ‘u poco ‘e luna”. Un sassolino gettato sulla persiana socchiusa, una figura appena accennata fra lo spazio delle persiane, il biancore di un pigiama a short, un bisbiglio: “Buonanotte amore mio. Ora posso dormire…”.

Ero al settimo cielo. Mi sembrava di avere compiuto un’impresa da cavaliere medievale che aveva incontrato “Madonna Ponziana” dei suoi sogni. “Ponzese se non ti dispiace, ponzese. Io sono ponzese e non ponziana, ricordalo sempre” mi dirà poi un giorno con molto fair play e dolcezza, ma nello stesso tempo altrettanto decisa.

Anche gli amici sono contenti, per me e per loro soprattutto, almeno così la pianto di ammosciarli col fatto di non averla potuto incontrarre il pomeriggio e che patatì e patatà ecc… ma soprattutto per aver avuto così l’occasione per avviare quella trasgressione di portare la serenata a notte fonda, senza disturbare nessuno, anzi, e che avrebbe dato inizio a un ripetersi di analoghe situazioni, serenate comprese, per le altre ragazze che avrebbero a loro volta incontrato.

Solo che per me quella serenata e quella ragazza era e rimarrà sempre l’unica.

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Pochi metri ancora da quella finestra e saremmo rientrati a casa. Ma… il diavolo tentatore, sotto il nome di Giovannino D’Atri, l’amico panettiere, ci viene incontro.

“Uaglio’ addò ve ne jate. Ije l’impegne l’agge mantenute e vuie v’o scurdate?”. L’impegno era una scafarea di maruzze, lumache, rosse, non solo di pomodoro ma soprattutto di generoso aromatico peperoncino, e che aspettava noi, tenuta al caldo nell’angolo del forno.

Maruzze al sugo

E siccome alla poesia si associa spesso anche la prosa, eccoci subito tuffati ad attingere anzi a intingere in quel celestiale sughetto “felle ‘i pane” appena sfornato, in un corale slurp, snif, lap, slap e schiocchi di lingua di gustosa approvazione. Abbiamo fatto quindi la serenata anche alle maruzze parafrasando ancora, secondo l’esigenza del momento, un caloroso: “Giuvanni’, Giuvanni’, ohi marùzze, quantu forte ‘nce sta ‘nt’i’mmaruzze, jamme a ddurmìii, cu na fella ‘i pane accussì”… e dato il buongiorno al primo sole che s’intravedeva verso l’orizzonte e che illuminava la scia d’u vapore appena partito per Formia, finalmente alle sei del mattino… “ci simme jute a cucca’”.

[E andavamo tutti alla Caletta. (5) – Continua]

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