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Scrivere il dialetto ponzese. Una risposta

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di Sandro Russo
Bruegel. Torre di Babele. 1563

 

Sono, dei redattori di questo sito, quello che fin dall’inizio si è più interessato al dialetto.

Si può dire che il sito è nato proprio intorno al dialetto come identità culturale… Cominciammo a parlarne già da prima che il sito nascesse, agli incontri in piazzetta a Le Forna con Mario Balzano e le sue riproposizioni critiche delle canzoni dialettali: (leggi qui).

Continuammo a dibattere del dialetto alle riunioni conviviali che facevamo a Lanuvio, dalle quali maturò l’idea di un sito web: Mario Balzano, Gennaro Di Fazio, Giuseppe Mazzella, Sandro Russo e Gino Usai padri fondatori.

Nato ufficialmente il sito (6 febbraio 2011), riportai quelle note in un primo articolo (leggi qui):

Successivamente, a sito in espansione/evoluzione e con il problema sempre attuale, condensai le conoscenze al momento in un articolo che in parte riprendeva il precedente; non fu contestato dalle persone più interessate al problema, quindi lo considerai fondamento e guida per il futuro: leggi qui.
Non dovrei declinare ascendenze o competenze particolari a parlare del dialetto ponzese, oltre al fatto che è la mia ‘lingua madre’ – nella varietà Ponza-porto, sub-species ‘via Nuova’ (nonno ponzese, Ciccill’ Zecca e nonna fornese, Natalina Romano ’i vasci’u Camp’) – che certo sarà diverso dal dialetto parlato ’ncopp’i Scuott’ o ’ncopp’i Cuònt’, per non parlare poi di quello d’i Forne. Tali sono le micro-variazioni locali del dialetto parlato (…e non abbiamo ancora detto del dialetto scritto!).

Credo di essermi sensibilizzato al dialetto fin da piccolo, quando, nelle mie migrazioni stagionali tra Ponza e Cassino, dovevo stare particolarmente attento a non lasciar trapelare tracce di ‘cassinese’, non appeno arrivavo a Ponza (e viceversa), pena il feroce sfottò degli amici.

Sono stato in mezzo al dialetto – ai dialetti di tutt’Italia – nei cinque anni passati alla Casa dello Studente di via De Lollis a Roma, dove imparai il calabrese e il siciliano, soprattutto.

Tornano le teorie del dialetto, nella mia vita, con l’avventura di Ponzaracconta, gli esami di dialettologia di Martina, con cui ho condiviso il libro di testo (“Introduzione alla dialettologia italiana” (leggi qui i tre articoli seguendo i link); e con un bel libro sul dialetto procidano – “Il vèfio” (leggi qui, i due articoli relativi) – regalatomi da Rosanna Conte (grazie!).

Come che sia, il dialetto è uno dei precipui interessi del sito, e non è un caso che le voci che ne trattano – poesie, testi, teorizzazioni – assommino a più di 230 articoli (!) [digitare – dialetto – nel riquadro “Cerca nel sito”]: senza dubbio il corpus maggiore di scritti in dialetto e sul dialetto ponzese esistente.

Se parlare il dialetto è un’esperienza viva, che si modifica anche, nel tempo, per contaminazioni di diverso tipo, altrettanto lo è ‘scrivere’ il dialetto.

Sul sito fin dall’inizio stiamo proponendo una modalità di scrittura coerente con i principi esposti nel diversi articoli soprariportati, in modo che si sia una base comune condivisa.
Il confronto è essenziale.

Sono d’accordo con Carmine Pagano (leggi qui) nel condannare la babele di modi che si vede su Facebook e nel sottolineare l’eredità del napoletano e dei grandi che in questa lingua hanno scritto (Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo, Eduardo, Totò). Dirò di più: ho avuto belle conferme della giustezza del nostro modo ‘fonetico’ di proporre il dialetto scritto nell’ultimo libro di Wanda Marasco (proposto da Rita: Il Genio dell’Abbandono).

Non sono d’accordo con la “lezioncina” del commento di Franco Schiano: “Secondo me questa bellissima poesia andrebbe scritta così…”.
Dov’è questa gran differenza, Franco, tra la versione proposta dal sito:

Me ciat’ ’nfaccia
cu’ ’na resàt’ ’i vita
I’ aràp’ all’uocchie
e ripiglie a campa’
T’aggie criàt’ e cresciùt’
c’ammore,
poi aggie ditt’:

…e quella tua che gran parte delle nostre indicazione riprende e se ne differenzia solo per l’introduzione della ‘e’ muta? E di quali ‘canoni’ parli, per il ponzese scritto?

Me ciate ’nfaccia
cu’ ’na resàte ’i vita
I’ aràpe all’uocchie
e ripiglie a campa’
T’aggie criàte e cresciùte
c’ammore,
poi aggie ditt’…

Quanto al dialetto dei pezzi di Sang’ ’i Retunne, esso deriva dall’interazione stretta e fruttuosa tra l’‘ittico’ (come dice Rita) e il sottoscritto, nel quadro di una collaborazione di reciproca fiducia che in nessun modo riguarda i contenuti dei pezzi, ma solo la loro forma: non “polacco-cecoslovacco”, ma profondamente ponzese, secondo noi della Redazione e l’ittico suddetto.

E questo è quanto: chest’è!

Scoglio rosso. Rosso copia

 

Immagine in apertura articolo: Pieter Bruegel il Vecchio. “Grande Torre”. 1563 (Kunsthistorisches Museum di Vienna)

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8 commenti per Scrivere il dialetto ponzese. Una risposta

  • Carmine Pagano, mio grande amico d’infanzia, moderato per natura, ha utilizzato poche parole – (per questo ancora più nette: categoriche) – per circoscrivere un’ignoranza senza se e senza ma.
    Io che sono lontano dal dialetto scritto come sono lontano dal francese scritto non posso nascondere che mi ha veramente colpito la bocciatura di Carmine del dialetto scritto – tra l’altro anche “dall’Ittico Sang’ ’i Retunne” – su questo sito.
    Mi scuserete ma questa stroncatura da Accademico della Crusca – della sotto lingua napoletana, cioè il ponzese, vergata da Carmine Pagano e sottoscritta da Franco Schiano – non poteva passare inosservata ad un personaggio come me che vede la dialettica come il sale sopra il pane e pomodoro.

    Mi aspettavo la replica di Sandro Russo anzi era naturale e doverosa la risposta di Sandro che ha accettato il guanto di sfida e a colpi di parole tronche, accenti, disquisizioni fonetiche e bibliografia ha sostenuto le ragione e le convinzioni che: in Ponzaracconta ci sono i veri e corretti scribi della tradizione linguistica ponzese.
    Ma ora non vorrei essere deluso, per cui mi aspetto da Carmine, che non smonti dalla “cattedra” e sostenga in una replica forte la sua “sentenza” perché qui c’è in gioco un patrimonio linguistico che non solo non va sprecato ma che va tenuto sotto tutela dai veri luminari del sapere.

  • franco schiano

    Mi ha sorpreso stamattina leggere che Sandro Russo si è scomodato a scrivere addirittura un articolo di risposta a un mio frettoloso commento a un pezzo di Carmine Pagano sul modo di scrivere il dialetto ponzese. Dal tono e dal contenuto dello scritto di Sandro si capisce chiaramente che non gli è piaciuto la mia critica sull’eccesso di parole tronche e l’abitudine di mettere insieme tre o quattro consonanti e la quasi assenza delle vocali finali.
    Eppure ho espresso lo stesso concetto espresso da Carmine, con la sola differenza che mentre lui paragona la concentrazione di consonati a un codice fiscale io l’ho paragonata a quello che avviene nella lingua polacca o in quella cecoslovacca, dove è facile trovare parole con tre o quattro consonanti in fila.
    Sandro dice di essere d’accordo con Carmine, ma non con me!! Non ci posso credere: il paragone col codice fiscale si, quello con la lingua polacca no!
    Se questo è il problema chiedo scusa e ritiro il paragone. Sottoscrivo quello di Carmine! Ovviamente confermo il concetto.
    Ma la vera questione è un’altra. A Sandro ha dato fastidio il mio secondo commento in risposta a quella “provocazione” di Vincenzo nel quale ho criticato senza giri di parole (chiedo venia) il modo di scrivere il dialetto di Sang’ ‘i Rutunne, i cui testi vengono “tradotti” senza alterarne i contenuti – come afferma lo stesso Sandro – nell’ortografia ponzese che piace al redattore principe di Ponza Racconta.
    Bene, lo ribadisco che non mi piace quel modo di scrivere il ponzese! Come dice Carmine“…tutto un fiorire di parole che sembrano dei codici fiscali per l’assenza di vocali, mettendo insieme tre o quattro consonanti, un vero tripudio di apostrofi ed accenti messi più o meno a caso”. Soprattutto non mi piacciono le parole senza la vocale finale, perché diventano una trappola per chi legge. Un indovinello.
    Un esempio : Me ciat’ ’nfaccia in effetti si pronuncia : Me ciate ‘nfaccia con la e appena accennata. Scrivendo la e finale non si fa altro che evitare a chi legge di buttarsi a indovinare.
    Non è una lezioncina la mia, non ne ho l’autorità! Ho solo citato (in malo modo) quello che hanno detto i grandi maestri della lingua napoletana, di cui il nostro dialetto è una derivazione. Ho solo ribadito i canoni dettati in ben 37 opere pubblicate dal Maestro Ernesto Prudente, nato a vissuto a Ponza, non a Cassino.

  • Martina Carannante

    Oggi noto con molto piacere che si è aperto, in Ponza Racconta, un ottimo spunto di dibattito culturale. Solitamente nelle agorà si discute di politica e ci si azzuffa per le proprie idee o il proprio partito; nella nostra piazza telematica dibattiamo di Lingua, bisogna ammetterlo: il tema è particolare!
    Non sono una esperta di lingua, non voglio impartire alcuna lezione, solo sottolineare ciò che tutti voi avete dimenticato: il dialetto è oralità.
    Potremmo discutere per ore e ore, recuperare tutti i libri possibili, ma parlando di dialetto si parla di tradizione orale non di scritto. Non è l’italiano, in cui ci sono delle regole rigide da seguire, i verbi da coniugare e le doppie da rispettare; è dialetto è la parola stessa.
    Il dialetto da chi era parlato? Chi lo utilizzava? Le persone non colte, coloro che non sapevano scrivere, ma solo parlare; esso non sarebbe mai stato scritto perché era impossibile.
    Come lo si imparava? Così come si impara a parlare: si andava ad imitazione, ad orecchio e si sa che non ascoltando bene o non pronunciando bene, la parola cambia. Magari per pigrizia o per velocità del parlato la parola non veniva conclusa, ma chi stabiliva se era elisione o troncamento, se inserire o meno l’apostrofo? Nessuno, perché a nessuno importava, il necessario era capirsi.
    La prima cosa che al corso di Dialettologia mi hanno insegnato è stata: “Un dialetto è in vita fin quando c’è almeno un gruppo di persone che lo parla” – non che ‘lo scrive’ . Ovviamente c’è la volontà di scriverlo, molto probabilmente anche per paura di perderlo; ne sono testimoni: Franco De Luca, Ernesto, Carmine Pagano, Sang’ ’i retunne e altri, ma nessuno di essi scrive il dialetto giusto; non si può stabilire chi lo scrive bene e chi male, al massimo si può definire chi di essi si avvicina di più al parlato con lo scritto.
    Cari miei, abbiamo trovato proprio uno strano argomento su cui dibattere, perché proprio come la politica: neanche a questo c’è soluzione!

  • Luisa Guarino

    Libertà di dialetto, dialetto in libertà

    Sto seguendo il dibattito nato intorno alla questione del dialetto ponzese, e nell’impossibilità per mortivi tecnici di inserire un commento agli scritti, mi trovo costretta a scrivere a mia volta.
    Premetto che pur conoscendo e capendo quasi tutte le parole, non so parlare né tanto meno scrivere in dialetto, e faccio anche parecchia fatica a leggerlo, specialmente con tutte quelle parole tronche utilizzate ad esempio da Sang’ ’i retunn, che io avrei scritto “sanghe ’e retunne”. Va da sé a questo punto che sono del tutto d’accordo con Carmine e Franco, e di conseguenza con Ernesto, anzi cominciando da lui.

    In diversi momenti delle riunioni, fatte soprattutto prima della nascita di Ponza Racconta, la questione è stata dibattuta a lungo e ho avuto modo di sentire di tutto: come ad esempio che “l’accento cade sulle consonanti”. In realtà si trattava e si tratta di parole tronche, private di quella ‘e’ eufonica che serve per non impiccarsi e non trasformare le parole in ‘codici fiscali’ come dice Carmine: ma forse il riferimento alle lingue dell’est di Franco ha portato Sandro a una critica così perentoria. A proposito, lo sapevo capo redattore, non “redattore principe”, ma forse Franco è stato fuorviato dalle sue simpatie monarchiche (scherzo neh, Franco).

    Concordo con Martina: anche in questo caso, come in politica, il contrasto è bello… perché ognuno resta con le sue idee: e quando si parla in dialetto nessuno nota una tronca, una ‘e’ che non si pronuncia e così via. Ma sul sito, nelle poesie e nella rubrica settimanale, ognuno scriva come vuole. E nessuno corregga nessuno: cerchiamo di non essere pedanti. Insomma, libertà di dialetto!

  • Francesco De Luca

    Dico anch’io qualcosa sul dialetto ma consentitemi di allontanarmi dalla poesia di Teresa. E’ così struggente che a citarla, anche soltanto come esempio, potrei inquinarla.
    Utilizzo perciò come esempio di dialetto scritto l’espressione: “u vì lloco”.
    L’espressione è comprensibilissima nella forma orale. Nel metterla per iscritto si incontrano difficoltà. La scrittura infatti segue regole fisse (grammatica, sintassi) che vanno seguite. Così come condiziona la scrittura l’espressione orale, ascoltata dal vivo. E pure ad essa cerco di essere aderente. Allo stesso modo condiziona la traduzione in italiano (eccolo, o, per essere più precisi, potrei dire: lo vedi, eccolo).
    C’è poi la derivazione storica del dialetto ponzese dal troncone della lingua napoletana. La complicazione consegue il fatto che il napoletano (lingua) cambia di continuo come il dialetto ponzese.
    Io che scrivo anche in dialetto mi sento portato a facilitare la lettura e la comprensione del lettore perciò non tronco nessuna finale. Talvolta utilizzo la e muta, alla francese (simme iute – siamo andati – simme venute – siamo venuti), e talvolta utilizzo come finale la vocale più vicina alla comprensione (patana – patata; capa – testa; ’a porta aperta – la porta aperta).
    Non credo di dare lezione a nessuno, e sono convinto che non si possa codificare in regole ciò che è mutevole per natura, come il dialetto.
    Concordo con Martina (il dialetto va parlato anzitutto, e poi scritto), e con Luisa inneggio alla libertà. Mi ritengo uno scolaro discolo.

  • Se qualcuno a Zio Ernesto avesse detto: “Ernè non ci chiudere nella gabbia di “ponziano o pontino”, lascia perdere, siamo nati campani ma Benito ci ha voluti Littori, per cui i nostri padri parlavano vesuviano i nostri figli parleranno una lingua che possiamo chiamare della “zanzara anofele” conseguenza della bonifica dell’Agro pontino.”
    Voi immaginate la reazione del Professore Ernesto a questa profanazione? Lo avrebbe fulminato con i suoi occhi azzurri ma poi subito dopo li avrebbe chiusi per difenderli da contaminazioni di ignorante, stretto la mascella, si sarebbe voltato di scatto e con passo svelto avrebbe lasciato l’incauto uomo delle libertà di parole a vanvera a rimasticare la sua incauta bestemmia.

  • Carmine

    Non sono d’accordo, non posso essere d’accordo con chi afferma che il dialetto è una cosa da ignoranti, parlata da incolti e pertanto senza regole ed impossibile da scrivere. E allora Goldoni? Scarpetta? Govi? il Belli? Cosa sono?
    Non posso essere d’accordo con chi afferma la libertà di scrivere ognuno come gli pare, le regole sono necessarie altrimenti diventa una anarchica babele.
    Voglio riportare alcune note tratte dal lavoro di Gabriella Gavagnin dell’Università di Barcellona in relazione al dialetto napoletano: “Tanto una lingua quanto un dialetto sono l’espressione fonetica di un pensiero. Un dialetto diventa una lingua nella lingua; mi si conceda quest’espressione, quando s’attiene all’uso, quando ha specchiati esempi, e quando ragionevolmente sa comportarsi. Avendo in non cale l’uso, non consultando i buoni autori, ed operando a capriccio, la lingua diventa gergo, ed il dialetto un geroglifico”
    “Quando una lingua o un dialetto ha una ricca collezione di classici prosatori e poeti, ciò forma un patrimonio intangibile. E guai a chi lo tocca! Noi dobbiamo e vogliamo attenerci all’esempio di quei nostri rispettabile maestri”
    Altra citazione, dall’Accademia della lingua barese di Alfredo Giovine, pone in proposito il problema dalla “importanza della vocale “e” in posizione tonica e atona” sostenendo quanto segue. “Tutte le altre “e” non accentate che fanno parte di un vocabolo hanno suono indistinto, semimute, come la e muta francese e NON PUO’ESSERE NON TRASCRITTA PERCHE’ SONORIZZA LA CONSONANTE CUI E’ CONNESSA” Capito? E’ tutto un discorso di sonorità e direi di dolcezza di un vocabolo che trasmette musicalità al testo scritto. Spero di aver soddisfatto il mio caro amico Vincenzo.

  • Rita Bosso

    Un dubbio mi assale: e se ciò che attribuiamo a De Filippo, alla Marasco o ad altri scrittori napoletani fosse dovuto all’intervento di editing? Il dubbio nasce dalla mia modestissima esperienza: prendetela per quel che vale.
    Ho partecipato a un paio di edizioni di un premio letterario indetto da un gruppo editoriale importante con sede a Milano; le opere vincitrici sono state pubblicate in ebook dopo essere state sottoposte ad editing da parte di professionisti. I miei due testi sono ambientati a Napoli ma i termini dialettali sono centellinati, non più di una dozzina; sono stati presi in carico da due editor diversi, evidentemente non appartenenti alla stessa scuola di pensiero, milanesissimi: uno, della scuola polacco-codice fiscale, ha abbondato in apostrofi ed elisioni; l’altro ha inserito le vocali mute. Entrambi hanno proposto le correzioni e rimesso la decisione definitiva a me; io ho accettato tutte le correzioni, vuoi perché tendo a fidarmi delle esperienze professionali maturate nei vari settori, vuoi perché non ho dato molto peso alla scrittura della singola parola, ritenendo invece che la napoletanità di cui i due testi sono intrisi dovesse emergere in altro modo, ad esempio dall’intercalare, dalla costruzione del periodo.
    Viceversa, mi capita talvolta di leggere testi che sembrano pensati in italiano e tradotti in dialetto: perché il dialetto è di moda, perché c’è Camilleri… invece il dialetto è dosatissimo in Eduardo, usato dalla Marasco nell’ambito di un’operazione sulla lingua complessa e raffinata, quasi assente in Andrej Longo, del tutto assente nei romanzi di Elena Ferrante.

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