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I capperi: i miei nemici (2)

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intervista a Valeria Casella

 

Incuriositi dall’affermazione riportata nell’articolo precedente: “Io, i capperi, li odio!, abbiamo cercato di approfondire il tema dal punto di vista del “nemico”.
Quello che segue è un colloquio in forma di intervista con l’interessata.

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In che circostanze sei venuta a conoscere- e poi a scontrarti con- il cappero?

Sono venuta a conoscenza del problema negli anni dell’Università, studiando architettura. Poi, anni dopo, mi sono scontrata personalmente con le problematiche legate alla presenza delle piante invasive – come il cappero, appunto – per i lavori che seguivo nei cantieri.

Chi studia per diventare architetto non impara solo ad arredare appartamenti, ma anche che la pianta di cappero è pericolosa per le murature antiche, così come deve sapere il motivo per cui nei cimiteri si piantano cipressi e non platani.
Il cipresso ha radici che si sviluppano in profondità nel terreno, seguendo lo stesso profilo della chioma; esse hanno uno sviluppo ‘a fittone’ e non si propagano in orizzontale in superficie ai piedi dell’albero intralciando le sepolture come i platani, o anche i pini, caratteristica che è anche la principale causa di dissesto delle strade di molte città.

Per l’esame di “Restauro dei monumenti” si analizzano tutte le forme di degrado possibili dei materiali lapidei e tra queste c’è la vegetazione infestante che comprende vegetazione superiore e le patine biologiche come muschi e licheni.
Tra le piante che attecchiscono tra la malta dei giunti delle muratura ci sono anche le piante di cappero.

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Giardino di Ninfa. Ruderi coperti da vegetazione

Perché qual è il tuo lavoro?

Sono architetto, lavoro nel campo del restauro dei monumenti e in particolare nei cantieri della Soprintendenza Archeologica di Roma. I luoghi che frequento ogni giorno per lavoro sono interessati dalle problematiche del degrado dovuto alla vegetazione che infesta i monumenti.

 

Che esempi puoi portare?

Per quanto riguarda in particolare i capperi, dalla mia esperienza nei cantieri di restauro delle murature posso dire che le piante di cappero sono ‘furbe’; si vanno a sistemare nei posti meno raggiungibili, in altro e con la migliore esposizione al sole. Non è facile arrivare a poterle toccare e con i piani di lavoro dei ponteggi non si riesce a coprire tutta la superficie perché spesso la muratura antica di un monumento non è regolare come la facciata di un edificio moderno.

Lavorare con le piattaforme elevatrici, i cestelli e quant’altro è spesso ancora più complicato e non si riesce a raggiungere fisicamente i punti dove le piante di cappero scelgono di crescere.

Una soluzione che prende sempre più piede è l’utilizzo della professionalità di rocciatori. Proprio ultimamente ho avuto a che fare con professionisti specializzati, erano ingegneri abilitati a lavori su corda in grado di valutare i punti in cui posizionare il golfare (l’anello di fissaggio) per agganciarsi e misurare con la strumentazione in dotazione la tenuta dell’ancoraggio.

Roma. Tempio di Minerva Medica

Il cosiddetto tempio di Minerva Medica è un edificio romano situato in via Giolitti, a Roma. L’imponente costruzione a cupola, ben visibile dai treni che entrano o escono dalla stazione Termini, risale presumibilmente all’inizio del IV secolo

Solo con la loro abilità si riescono a raggiungere i punti più nascosti, ma va da sé che l’operazione è costosa e alla fine una bonifica si riesce a fare non solo per i monumenti più importanti, ma solo per quelli che tra i più importanti hanno dei fondi disponibili e dei cantieri in atto.

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Quali sono le basi botaniche di queste proprietà distruttive del cappero?

Non sono una grande esperta di botanica, ma so che le piante di cappero con cui abbiamo a che fare nei siti archeologici sono quelle della specie Capparis spinosa della famiglia delle Capparidaceae.

Il nome dato alla specie è dovuto alla presenza, alla base del picciolo, di due stipole trasformate in spine, esistono anche varietà prive o quasi di spine o altre con foglie leggermente pubescenti, cioè pelose e meno carnose, ma a differenza della “nostra” Capparis spinosa queste altre crescono su terreni prevalentemente argillosi e non sulle murature in questione.

Capparis spinosa cresce tra le rocce o sui muri riparati dal vento, dove vivono spontaneamente anche l’alisso, il senecio dalle foglie argentate, la violacciocca, la bocca di leone, la valeriana rossa. La pianta di cappero però, è la più longeva di tutte e anche quella che raggiunge le dimensioni più notevoli ed è quindi quella che va tenuta sotto il controllo più stretto.

I capperi svolgono un’azione distruttiva principalmente attraverso la pressione che esercitano a causa dell’accrescimento del loro apparato radicale che può spingersi molto in profondità nelle fratture della muratura o crearne di nuove producendo sconnessioni con conseguenti danni meccanici oltre a facilitare l’ingresso dell’acqua che favorisce l’innescarsi di ulteriori fenomeni di degrado. Quindi le piante di cappero sono pericolose anche perché oltre a ricoprire la muratura creando danni meccanici e disgregando la malta tra i giunti della muratura, creano l’ambiente adatto per far impiantare altre piante infestanti: dalle briofite, le più elementari come licheni, muschi ed epatiche), alle tracheofite (piante più evolute dotate di un sistema vascolare) e di altri macro- o micro-organismi infestanti.

Licheni dei muri
Licheni dei muri

E come lo contrastate, tu e i tuoi colleghi di lavoro? Con che risultati?

Prima di qualsiasi intervento sulla vegetazione infestante in generale è opportuno prevedere i danni che le operazioni meccaniche di asportazione delle radici e dei semi potrebbero recare alla struttura muraria, è necessario analizzare le cause dello sviluppo di questi organismi e quindi fattori come la luce, l’umidità, la temperatura e i prodotti di cui si nutrono.

Si deve conoscere la natura del substrato su cui si va ad agire, lo stato di conservazione e il tipo di interazione che si è stabilita tra vegetazione e substrato per progettare un intervento ad hoc che sia efficace e che soprattutto non crei ulteriori danni al manufatto.
E’ prassi eseguire un campione in cantiere per testare prima l’efficacia per scegliere il prodotto biocida e valutare il metodo con cui applicarlo per controllare effetti indesiderati come la formazione di sali solubili, macchie o alterazioni cromatiche.
Nella scelta del tipo di biocida va tenuto conto infatti di alcuni fattori tra cui il basso grado di tossicità, il fatto di essere incolore o trasparente, di non provocare reazioni chimiche con la muratura e non lasciare residui stabili.

Il Gliphosate ad esempio non presenta residui una volta terminato il trattamento ed è l’unica molecola che oltre alla pianta di cappero è in grado di devitalizzare alla radice infestanti come il rovo e la gramigna. Si tratta di un prodotto con tossicità umana relativamente bassa che, assorbito per via foliare sulla pianta in trattamento, viene quindi trasportato alle radici dove agisce bloccando le auxine (o ormoni di accrescimento) vegetali. Tipicamente dopo il trattamenti non sembrano esserci effetti per qualche giorno, m poi la pianta comincia a seccare a partenza dall’apice vegetativo. Un altro vantaggio del prodotto è che non lascia residui tossici.
Tra i biocidi indicati per estirpare organismi macro-vegetali ci sono anche i composti neutri della triazina, a bassa solubilità in acqua, e i derivati dell’urea che avendo bassa mobilità nel terreno riducono i rischi dell’inquinamento nelle aree limitrofe.

A prescindere dalla tipologia di biocida selezionato dalla Direzione Lavori, il prodotto si può applicare a spruzzo, a pennello, ad iniezione o a impacco. L’applicazione a pennello ha il vantaggio di consentire una penetrazione più profonda dei biocidi all’interno del substrato ma è preferibile per colonizzazioni biologiche e non è applicabile nel caso di piante di cappero.

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Generalmente in cantiere utilizziamo dei nebulizzatori comuni per giardinaggio per coprire in tempi brevi aree più ampie con un prodotto diluito in percentuale in relazione all’area da trattare.

L’uso dei biocidi deve essere fatto con la massima cautela da parte degli operatori che devono indossare gli opportuni DPI (dispositivi di protezione individuale) si tratta di tute, guanti e maschere protettive con filtro per evitare inalazioni pericolose e danni all’apparato respiratorio.

Per le piante di cappero più grandi e con le radici più profonde e tenaci si effettuano fori con micro-trapano a mano e si inietta biocida in soluzione satura. Il disseccamento della pianta avviene generalmente 3 o 4 settimane dopo il trattamento. Si tratta di piante legnose di una certa dimensione talmente inserite con le radici nella muratura da non poter essere facilmente estirpate meccanicamente, per queste si pratica il taglio a filo della muratura, nella zona del colletto radicale e si trattano chimicamente. I fori descritti sono funzionali alla penetrazione del prodotto con il vantaggio di evitare la dispersione di questo al di fuori dell’area trattata.

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Non c’è nessuna modalità di convivenza pacifica tra i curatori di monumenti e il cappero?

Occorre valutare di volta in volta il tipo di infestazione biologica e il grado effettivo di pericolosità per la sua conservazione, alcune tipologie di piante non rappresentano un pericolo, ma solo un valore aggiunto da un punto di vista estetico e il loro mantenimento a questo punto è auspicabile, ma parliamo di essenze come l’alisso, la valeriana rossa, le bocche di leone, il trachelium, con radici poco profonde che non possono penetrare e creare tensioni; entro certi limiti anche l’edera, che di salito radica in terra e poi si arrampica verso l’alto. Non è certo il caso della pianta di cappero; né di veri alberi come l’ailanto o il fico. Le radici del fico si insinuano facendosi strada tra le bozze di pietra calcarea, scardinando muri, aprendo lesioni nelle cupole… Sono un flagello per i monumenti.

Mura romane a Viale Castrense
Mura romane a viale Castrense (Roma), colonizzate da una vegetazione spontanea: cuscini rigogliosi di capperi, ‘bocche di leone’ e l’onnipresente parietaria.

Centranthus ruber. Valeriana rossa

Centranthus ruber. Valeriana rossa. Fam. Valerianaceae

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Trachelium caeruleum. Fam. Campanulaceae

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Ailanthus altissima, infestante aliena (proviene dalla Cina); Fam. Simaroubaceae; si diffonde oltre per per seme, per i polloni che si sviluppano dalle radici

Un approccio non interventista si deve adottare laddove le radici invece sono talmente cresciute da aver inglobato la struttura. Una loro rimozione sarebbe oltre che difficoltosa assolutamente controproducente per il manufatto che si troverebbe improvvisamente privo di un sostegno.
Sono emblematici i casi dei templi di Ankor wat in Cambogia (sito patrimonio dell’umanità) dove puntualmente si riunisce la commissione tecnica dell’Unesco e puntualmente si decide di non intervenire.

Quelli sono posti magici dove la natura è tutt’uno con l’architettura e la storia

Cambodian  life

Angkor-wat


Prospettive per il futuro?

Penso che la soluzione perfetta per l’eliminazione dei capperi non sia stata ancora inventata.

L’unico modo per garantire la conservazione è una manutenzione ordinaria molto attenta e dei cicli continui di applicazione di biocida, cosa impossibile visto il costo delle impalcature e spesso anche la difficoltà di permessi di Occupazione suolo pubblico, di passaggi pedonali protetti e accordi con i Vigili Urbani per le variazioni di viabilità urbana.

Secondo me si dovrebbe mettere a punto un sistema tipo pistole giocattolo che sparano palloncini pieni di biocida concentrato, questi nell’impatto con la muratura, si dovrebbero rompere per rilasciare il contenuto sulle foglie. Per il secondo ciclo di applicazione si ripeterebbe il tiro al bersaglio e solo dopo si potrebbe pensare di raggiungere le foglie ormai essiccate da spazzolare e rimuovere magari con un attrezzo telescopico tipo quello per pulire i vetri.

In questo modo con una spesa minima si potrebbe fare una manutenzione continua.
Dovrei pensare di brevettarlo.

 

Valeria, ma in questo raptus distruttivo nei confronti delle piante, ne hai trovato qualcuna che ti piace, che cerchi di proteggere?

Sì, ce n’è qualcuna, ma devono essere piccole e non dannose per le mura che per il mio lavoro devo salvaguardare… Ci sono delle piccole felci tipiche delle nelle zone umide e in ombra, il capelvenere, c’è l’ombelico di Venere, e poi quella che preferisco, una piantina discreta e poco appariscente la Cymbalaria muralis che solo chi la va a cercare riesce a vedere.

Capelvenere. Adiantum capillus-veneris

Adiantum capillus-veneris: il capelvenere è una felce della famiglia delle Adiantaceae

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 Umbilicus rupestris anche noto come ombelico di Venere. Fam. Crassulaceae

Cymbalaria muralis

Cymbalaria muralis, Fam. Plantaginaceae

[I capperi: i miei nemici. (2) – Fine]

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1 commento per I capperi: i miei nemici (2)

  • Tano Pirrone

    Il cappero si nutre d’arte, la consuma lentissimamente, aiuta il tempo e accompagna con decoro e bellezza capolavori quasi sempre dimenticati dagli uomini. Non li distrugge con le bombe o con i picconi.
    Si troverà come sempre un rimedio e i sopravvissuti si godranno i romantici capperi e i ruderi solenni.
    W il cappero. W l’ingegno. W l’amore per le cose belle e buone

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