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L’angiulill’, quella presenza a tavola

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di Luisa Guarino
Angeli

 

“Quando si mangia si combatte con la morte”: chissà da dove derivava a nonna Fortunata quella strana convinzione. È vero che ricordo diversi episodi durante l’infanzia ma anche in età adulta in cui a tavola le andava il boccone di traverso: cosa che lei giustificava dicendo che aveva “il ‘cannarone’ stretto”.
In particolare io e mio fratello ricordiamo spesso, sorridendo con tenerezza, la volta che per un pezzo di ciambellone fatto da mia madre con la fecola di patate perché fosse più soffice aveva rischiato di soffocare. Eravamo molto spaventati, ma allo stesso tempo ci trattenevamo a stento dal ridere, un po’ come succede quando si vede qualcuno che cade: infatti dalla bocca di nonna con i colpi di tosse uscivano vere e proprie ‘nuvolette’, tipo fumetto… ma di fecola di patate.

Fatto sta comunque che per via di questa convinzione di nonna, e di non so chi prima di lei, in famiglia era passato il concetto secondo il quale ogni volta che si era a tavola per consumare un pasto, ad ‘assistere’ i commensali aleggiasse la presenza di un angelo, anzi di un angiulill’. Cosicché, se una volta finito il pranzo o la cena ci si tratteneva a tavola a chiacchierare, si sollevava un lembo della tovaglia, per ‘liberare’ l’angioletto (chissà se sempre lo stesso o diverso di volta in volta?) da quell’impegno.

Non so se questa credenza a Ponza era diffusa anche in altre famiglie, peraltro nonna Fortunata non era particolarmente osservante, e mi piacerebbe saperlo dai lettori e dagli amici ponzesi, soprattutto quelli della mia generazione.

Cosa ne è stato di quell’angiulill’? – chiederete. Sinceramente quando mi metto a tavola non penso mai di avere accanto un essere soprannaturale, piccolo o grande che sia, però se ci tratteniamo a tavola a lungo quel lembo di tovaglia lo debbo sollevare: l’angioletto non può stare appresso a noi per ore e ore!
Ho inoltre l’abitudine di preparare la sera la tavola per la colazione dell’indomani: e anche in questo caso lascio un angolo della tovaglia ripiegato su se stesso. Obiezione: ma ora si usano (quando va bene) solo tovagliette all’americana! Cosa volete che vi dica? Angiulilli in libertà e tanta poesia in meno.

Mi viene in mente ora che a Ponza, almeno per quanto ne so io, viene chiamato angiulill’ anche un tipo di farfalla, marrone, piuttosto bruttina e con il corpo grosso, la cui presenza di solito si dice che “porta notizie”.

Macroglossum stellatarum su raperonzolo (Phyteuma)

Nota
La farfalla sfinge o sfinge colibrì (Macroglossum stellatarum) è un lepidottero appartenente alla famiglia Sphingidae, piuttosto ubiquitario (diffuso anche da noi). A Ponza è conosciuto come angiulill’.

Passa con estrema rapidità da un fiore all’altro senza mai posarsi: resta in volo librato su di essi per pochi secondi battendo velocemente le ali ad una frequenza di circa 200 volte al secondo, protendendo la lunga spirotromba verso i fiori per suggerne il nettare, analogamente ai colibrì (NdR).

Macroglossum stellatarum su cardo

Macroglossum stellatarum su geranio

L’angiulill’ in volo su raperonzolo, su cardo e su geranio.
Troppe tre foto? Ma è un animaletto che sta simpatico a tutti…e porta buone notizie!

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3 commenti per L’angiulill’, quella presenza a tavola

  • Mimma Califano

    Probabilmente, come dice Luisa, non in tutte le famiglie i detti e le abitudini erano simili, comunque anch’io ricordo il modo di dire “quando si mangia si combatte con la morte” e da grande l’ho interpretato come un monito per i bambini di mangiare piano ed in modo garbato.
    Per l’angelo, il detto che ricordo io, è più radicale: la tavola a fine pasto si sparecchia! Non basterebbe quindi solo un lembo di tovaglia sollevato, ma va proprio rassettato tutto, altrimenti “all’àngel’ è ‘mpedùt'” (impedito), non può andar via, deve continuare a restare lì per proteggere chi mangiando “combatte con la morte”.
    Anche qui l’ho interpretato come un modo per invogliare ad essere garbati e non lasciare tutto in disordine. Considerata l’epoca in cui le mamme a fine pasto ricordavano “l’àngel’ ‘mpedut” era un invito rivolto esclusivamente alle figlie
    femmine per indurle a diventare delle brave massaie.

  • Buongiorno,
    sì anche in casa nostra, zia Giuseppina (negli anni 40 e 50 impiegata al Comune di Ponza) e mi madre dicevano: mangiate senza parlare… a tavola si combatte con la morte… E poi, che so’ tutte ‘sti mulliche..? Quanne jate ‘mparavise San Pietre ve manna abbascie n’ata vota e pe’ turna’ ‘mparaviso avìta ricoglie tutte ‘i molliche c’avite jettato. Quanno furnite ‘i magna’ aizzate ‘u pizzo d’a tuvaglie sinnò l’angiulillo se scoccia…
    Lo dico ancora anche io alle mie figlie che hanno superato abbondantemente gli anta…

  • Adriano Madonna

    Anche io so di quel proverbio “Quando si mangia si combatte con la morte”. Lo rispolverava spesso un mio amico rotondetto e rubicondo, famosa buona forchetta, che recitava la massima così: “Quando si mangia si combatte con la morte, ed io, modestamente, ho sempre vinto tutte le battaglie”.
    Poi, quando capitava di strozzarsi con il boccone che andava di traverso, in quel di Napoli appresi che un suggerimento era quello di volgere il viso verso l’alto e per spronare a farlo si diceva. “A vecchia ‘ncielo! A vecchia ‘ncielo!” (la vecchia in cielo!).
    Non sapevo, però, della credenza dell’angiulill’. È una cosa prettamente ponzese oppure è risaputa anche in continente?
    Il particolare del lembo della tovaglia che si tiene sollevato per liberare l’angiulill è molto dolce e tenero, come tutte quelle cose di un tempo che ci riportano alla fanciullezza e che devono combattere aspramente con la vita che cambia per sopravvivere.

    Saluti cari a tutti

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