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Come eravamo. “Mens sana in corpore sano”

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di Silverio Guarino
Il Discobolo di Mirone

 

All’Istituto “Dante Alighieri” di Latina, sia al Ginnasio che al Liceo, la popolazione maschile rispetto a quella femminile era in netta minoranza; il rapporto era di 1:3, il più delle volte. La sezione C, alla quale io appartenevo, non faceva eccezione a questa regola: noi maschietti eravamo solo sette. In numero sufficiente però, per formare una squadra di pallavolo (sei, più uno che era di riserva). Durante l’ora di ginnastica ci allenavamo con passione perché ogni anno si svolgeva il torneo interno di pallavolo dell’Istituto Liceo-Ginnasio “Dante Alighieri” di Latina.

Eravamo pochi, ma buoni. Prova ne sia che riuscivamo a battere più di una classe, anche se composta da studenti di età superiore alla nostra, pur non arrivando mai alle fasi finali del torneo. E questo ci faceva “rodere” dentro.

Il nostro amatissimo professore di Educazione Fisica, Dino Corsetti di Cori, minuscolo ma teutonico e titanico nella sua autovettura “Prinz 1000”, notò subito questa aria di frustrazione che regnava tra noi, per la impossibilità ad imporci nel torneo di pallavolo dell’istituto.

Ci selezionò allora, in base alle nostre capacità ed al fisico che la natura ci aveva graziosamente regalato, per quel nobile sport che era ed è l’atletica leggera (l’unico a costo “zero” e di facile realizzazione); io ed il mio amico del cuore Gianni F. ci dedicammo al lancio del disco; Franco, ai 1500 metri e alle gare di corsa campestre; Gianni V. ai 100 metri piani; Pietro agli 80 metri ad ostacoli. Solo Peppe e Vittorio non si lasciarono sedurre, anche perché erano gli unici che già fumavano.

E così fece anche con gli altri alunni delle altre classi.

Oltre alle due ore di Educazione Fisica settimanali, andavamo ad allenarci al Campo CONI di Via Botticelli di Latina, di sabato pomeriggio.

Il mio lancio del disco era basato più sulla velocità di esecuzione che sulla potenza fisica. I tre giri veloci eseguiti prima di lanciare l’attrezzo dalla pedana, senza mettere il piede fuori per non rendere il lancio “nullo”, mi davano grande gioia ed un senso di felicità e di liberazione. Soprattutto quando vedevo il disco schizzare via come un proiettile, senza “sfarfallare” andando magari a posarsi verso i 30 metri ed oltre.

I risultati non tardarono ad arrivare e, oltre alle gare interne di Istituto, cominciarono ad arrivare anche medaglie provinciali (allievi, juniores e seniores); vincemmo il Trofeo “Loffredo” provinciale per Istituti, alla faccia della fama delle “signorine” del Liceo Classico (come venivano apostrofati gli studenti di sesso maschile).
Se non vincevamo medaglie, eravamo quasi sempre nella finale dei primi, a conquistare punti per la classifica a squadre.

Nel lancio del disco, qualcuno mi notò e mi propose di far parte di una società sportiva dal nome “Fiamma” (a Latina ce n’era un’altra dal nome “Libertas”, sponsorizzati dal Movimento Sociale Italiano MSI e dalla Democrazia Cristiana, rispettivamente): accettai.

E fu così che, mentre ero in vacanza in estate a Ponza, mi arrivò un telegramma di convocazione per una gara di lancio del disco che si sarebbe svolta all’Acqua Acetosa a Roma. Emozione!

In un caldo pomeriggio estivo, col suo “maggiolino” bianco, il “patron” della “Fiamma” (rag. Luigi Giura), portò me ed altri tre atleti al prestigioso campo di gara.

La gara andò benissimo per me, in quanto, pur arrivando quarto (senza medaglia, ma giunto nella finale dei primi sei, come al solito), ero riuscito a superare la mia migliore misura ottenuta in gara, con 36,70 metri!

Quando vidi la misura che avevo ottenuto al mio ultimo lancio, cominciai a saltare di gioia, abbracciando i miei compagni di squadra e il “patron”: tutti pensarono che avessi ottenuto la misura vincente, mentre invece io avevo vinto con me stesso, poiché avevo ottenuto la mia migliore prestazione in gara (in allenamento ero arrivato quasi a sfiorare i 40 metri). Questo può dare e trasmettere l’atletica leggera! “Altius, fortius, celtius” (più in alto, più forte, più veloce).

Ad altre gare ho partecipato in ambito provinciale e regionale, anche al Campo CONI “Bruno Zauli” di Formia, prima che diventasse famoso per i suoi Mennea, Simeoni e Bubka. E lì, quando gareggi, ti sembra di stare alle Olimpiadi.

Profumo di erba tagliata di fresco, mattinate e pomeriggi nel campo di gara, giudici in divisa bianca, un altoparlante che grida: “In pedana Guarino. Si prepari…”.

 

Giunto all’Università, a Roma, ho provato a continuare con il CUS. Ma il divertimento era finito, le olimpiadi erano lontane e l’amore per la medicina aveva messo in disparte il discobolo che era in me. E la “mens sana” abitava ormai “in corpore sano”.

Negli anni successivi, con malcelato orgoglio, quando mi accingevo ad acquistare una giacca, mi veniva fatto notare che quest’ultima non “vestiva bene” perché i muscoli pettorali di destra erano prevalenti su quelli di sinistra.

Colpa (e merito) di uno sport “asimmetrico” come il lancio del disco.

 

Immagine di copertina. Il Discobolo è una scultura realizzata intorno al 455 a.C. da Mirone. La statua originale era in bronzo, oggi è nota solo da copie marmoree dell’epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente la versione Lancellotti h. 124 cm. esposta al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, Roma (Discobolo Lancellotti) – (NdR).

 

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