Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

i-34 u-01 lamonica-03 ss16-1 81 burghiba-al-confino-alla-galite

Ho cercato…

Condividi questo articolo

di Eduardo Filippo

 

Da un iniziale messaggio alla redazione di Eduardo Filippo, è nato lo scambio di informazioni che ci ha fatto conoscere i collegamenti di Eduardo con Ponza e la sua attività di artista.
Ci ha scritto:
“…la mia famiglia per il lato materno è il penultimo gradino genealogico di Lucia Conte; potete informarvi da Genoveffa D’Atri chi era mia nonna. 
Mi piacerebbe mettere in rete alcune foto di ponzesi che partivano per le Americhe (di cui non conosco i nomi) con l’aiuto di mia madre Silveria Albano che era la rappresentante della Società Italia di Navigazione per le isole pontine e per la provincia di Cosenza… ed altro ancora.
Forse pochi a Ponza ricordano, ma mia madre insieme a mio zio Vincenzo Lettieri, fecero restaurare, dai nostri operai, la statua lignea di S. Silverio che è in chiesa: non ricordo bene se nel 1966 o 67 nei locali del ristorante di zia Luciella Mazzella a Santa Maria…”.

 Eduardo Filippo al lavoro

.

Ho cercato…

Ho cercato, sin da piccolo, poi sempre, di scoprire cosa si potesse “fare” con un pezzo di pietra o con un po’ di creta.
Manipolare la materia, cercarne l’odore, il sapore, i colori palesi e nascosti, la sensazione di caldo o di freddo che fa la differenza fra i “sassi“.
Scoprire le difficoltà di lavorazione e gli inganni strutturali, questo era il mio capire la materia.

Ho percosso col mazzuolo centinaia di pietre, appoggiandovi, ben aderente, l’orecchio per capire le differenze di suono, per indovinare fratture interne o difetti di consistenza.

Ho accarezzato, ad occhi chiusi, tutti i miei lavori per sentire, al passare della mano, asprezze o sensazioni tattili sgradite.

Ho preferito discutere, farmi alunno o professore con i miei fonditori per impreziosire una fusione o studiare una patina speciale per i miei bronzi.

Ho amato rubare, agli operai del mio padrino, Vincenzo Lettieri, il loro sapiente tocco nel modellare l’argilla che utilizzavano per creare sogni presepiali.

Ho guardato con invidia i suoi operai modellare con carta bigia e ferri roventi splendide statue sacre in cartapesta.

Ho inventato per Lui, gareggiando con Lui, scenografie di presepi inviati, poi, da S. Gregorio Armeno, in ogni angolo del mondo.
Sono stato per ore ed ore, incantato, emozionato a guardare le mani diafane di mia madre, da sempre abituate a trarre da bianche tastiere melodie immortali, attorcigliare filo di ferro, imbottirlo di stoppa, fissarvi poi le mani, i piedi, la testa d’argilla cotta e dopo ricoprirle di lussuose vesti da Lei tagliate, cucite e ricamate d’oro e trasformare il tutto in Madonne, zampognari, Benini, perfette imitazioni di pastori napoletani settecenteschi.

Ho immagazzinato nella mia mente, nei miei occhi, nelle mie mani le immagini sacre che nella penombra delle Chiese della mia Napoli mi regalavano la loro immagine dolente, estasiata, orante ma, sempre sorridente verso un di là a me ancora oggi ignoto.

Quanti Crocefissi ho imballato, incartato, restaurato, grandi, piccoli, con le braccia che si piegavano per staccarli dalla croce durante le funzioni della Settimana Santa o stesi sul lenzuolo dopo la Deposizione. Ancora oggi, dopo quasi quarant’anni dal mio ultimo impacchettare una statua in quel negozio di via S. Gregorio Armeno, quando entro in una Chiesa riconosco senza sforzo la fabbrica o l’autore di quelle statue in gesso, cartapesta, teloplastica, legno che hanno fatto importante la mia vita negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta.

Lo confesso: quando scopro, ancora oggi, in qualcuna di quelle statue che arricchiscono le chiese del Meridione una Madonna, un Santo, un Crocefisso uscito dal “nostro” negozio, ritorno lì, rivedo tutto, sento tutto quello che c’era, anche la voce di chi mi ha cresciuto e m’accorgo che ho ancora tanto da imparare… “n’aggia mangià ancora, muorz’e pane” per fare un Cristo come quello che dal nulla creavano per noi Armando Morrone, Gennaro Vollaro, Cesare Gallucci o il prof. Minucci. Devo ancora menare migliaia di colpi di mazzuolo per fare un angelo come quelli che scolpiva, quando avevo quindici anni, Tonino Lebro per Montecassino.

Loro sì sapevano rendere il dolore dell’Uomo e la grandezza di Dio.

Io sto ancora cercando il Suo volto, sto ancora cercando di scolpire una Madonna bella, dolce, soave come quelle che “vestiva” mia madre.

Sto ancora cercando lì nella pietra, nell’argilla, nel bronzo, nella cera che con le mie mani modello, quelle sensazioni di paura infantile che dalla penombra del Gesù Nuovo, di S. Filippo e Giacomo, dal tesoro di S. Gennaro, da S. Nicola alla Carità i Santi, le statue, gli stucchi m’incutevano ma che mi facevano dire, gridando dentro di me “l’aggia fa’ pur’io!”, sto cercando…

 

Nota della Redazione
Chi è interessato alla biografia e attività dell’Autore, può consultare il suo sito web: www.eduardofilipposculture.it

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.