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Assenze… presenti

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di Gabriella Nardacci
Cimitero-di-Ponza.-Foto-di-Cristina-De-Paoli

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Il famoso componimento ’A livella del nostro grande Totò inizia così:

Ogn’anno, il due novembre
c’è l’usanza per i defunti, andare al Cimitero.
Ognuno l’addà fa chesta crianza
ognuno adda tenè chisto penziero.
Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno
di questa triste e mesta ricorrenza
anch’io ci vado…

Non penso di essere la sola persona alla quale, all’approssimarsi di questa data, il 2 novembre appunto, vengano in mente questi primi versi di Totò. Non tanto per ciò che il poeta volesse dire e che si snoda strada facendo nella lettura della poesia, quanto piuttosto per la necessità di rendere omaggio a tutti i nostri cari defunti in questa data.

Certamente oggi, a questa ricorrenza, non si dà più l’importanza che si dava una volta. Quando frequentavo le scuole elementari (molti anni fa…), il 2 novembre era all’interno dei quattro giorni di festività che la scuola concedeva. Si iniziava con la festa di Ognissanti per proseguire con la ricorrenza dei morti fino al 4 novembre, giorno dedicato al corteo che attraversava il paese (Maenza – NdR) fino alla tomba del Milite Ignoto sita nel giardinetto pubblico.

Il 2 novembre era un giorno particolare.
Mia madre preparava una busta con dentro tutto ciò che occorreva per pulire: straccetti, detersivo, secchiello, lumini grandi e piccoli e fiammiferi. Un fascio di crisantemi completava il tutto.
Si andava al Cimitero e si rimaneva lì per quasi mezza giornata. Mia madre puliva tutte le lapidi e poi accendeva i lumini e metteva i fiori. Queste sue operazioni erano accompagnate da preghiere che non finivano mai e che credo di aver imparato a memoria più in quelle occasioni che al catechismo.

S’incontravano persone diverse venute da fuori e si chiacchierava anche un po’ con loro. Un ultimo fiore e il lumino più grande, era riservato all’Ossario, posto all’uscita-entrata del Cimitero con l’ultimo “Eterno riposo” detto con le lacrime agli occhi e i sospiri di mia madre che a me suonavano più come una riflessione sulla caducità della vita che altro.

Qualche tempo dopo parlai di questa cerimonia a Tania, una ragazza moldava che mi aiutava nelle pulizie di casa e rimasi colpita dalle usanze del suo paese.

Il giorno della ricorrenza dei defunti, che cade nella prima domenica dopo Pasqua, è per loro un giorno lieto. Già dalla settimana prima della ricorrenza, cominciano a preparare tantissime cose da mangiare. In quel giorno, già dalla mattina, si recano al Cimitero e portano questi cibi.
Apparecchiano lunghi tavoli posti davanti alle tombe dei loro cari e offrono cibo a tutti quelli che vengono. Il sacerdote passa e benedice tutti. Si ride e si parla di chi non c’è più e si ricordano le loro vite. Il Cimitero diventa un luogo d’incontro, dove tutti avvertono la presenza del loro caro che racconta di se stesso con le parole degli altri. Quando poi si fa sera, tornano tutti a casa sereni e continuano la festa nelle piazze con canti e danze.

Questi mondi – dolenti e festosi insieme -, mi sono tornati in mente nella sequenza iniziale di Volver (Pedro Almodòvar, 2006), ambientata in un cimitero della Mancha, assolato e ventoso, dove le donne (solo donne) puliscono e lustrano, chiacchierano e ricordano. E questa atmosfera riecheggia per tutto il film: Volver, tornare: torna il passato, tornano i morti, per ricomporre il presente, riscrivere i vincoli familiari secondo la logica dell’amore

Volver. Sequenza iniziale al Cimitero
Queste “città silenziose”, all’interno o vicino alle città in cui viviamo, m’infondono forza e serenità. La “convivenza” con le anime è una grande terapia contro la paura della morte. Sono certa che loro ci ascoltano, altrimenti non potrei spiegarmi “perché è successo sempre qualcosa nel rialzarmi in piedi dopo aver curato una tomba e dopo aver parlato con i miei cari defunti: un sasso è rotolato via senza che io lo avessi toccato, un fiore si è staccato dallo stelo e non era secco, il lumino si è spento tre volte e non tirava vento… Segni evidenti di risposte…”
E non sono queste le risposte che vorremmo sentire quando chiediamo loro di darci segni della loro presenza?

Certamente il tema è ampio, ma voglio soffermarmi ancora su ciò che vediamo e che viviamo riguardo a ciò.

Non ero mai stata, a Roma, al Cimitero di Prima Porta. Mi è capitato di andare a far visita a certi cari defunti. L’autobus entra in questa “città silenziosa” e percorre la strada principale permettendo alle persone di scendere alla fermata più vicina alla tomba del proprio caro/a.

Cimitero di Prima Porta. Luoghi della memoria

Ci sono tombe bellissime e molto antiche e c’è un brulicare di persone che silenziosamente si apprestano a curare i piccoli “giardini” antistanti alle lapidi. Nessuno parla con nessuno e tutti sono chiusi nel loro dolore.
Non è come nei piccoli centri, dove s’incontrano conoscenti e parenti e dove riconosci in ogni fotografia una persona cara che ti ricorda un tratto della tua vita.

Mia madre sa già che il suo loculo è accanto a quello di mio padre. Si preoccupa sempre che l’ha scelto troppo in alto e che dobbiamo prendere la scala per andare a metterle i fiori. Le faccio sempre notare che da quella postazione si vede quella lingua di mare con Ponza in lontananza, per sdrammatizzare la scena, ma lei accenna a un sorriso e tentenna la testa.

Mi viene in mente un film che a me è piaciuto molto. Si tratta di “Still life” di Uberto Pasolini (2013).
E’ la storia di un funzionario di un distretto che ha il compito di occuparsi di quelle persone vissute e morte in solitudine, accompagnandole al Cimitero. Prepara ogni cosa con dovizia di particolari per dare a queste persone funerali dignitosi, così che il valore della vita trascorsa possa acquistare significato almeno alla morte.

C’è una scena in questo film che mi ha colpito particolarmente e riguarda la scelta che lui stesso ha fatto del posto dove essere sepolto. E’ una postazione su un piccolo poggio da dove ha una prospettiva a largo raggio di tutto il Cimitero. Purtroppo non sarà lui che ne potrà usufruire ma l’ultima persona di cui lui curerà il funerale prima del suo licenziamento… Il finale poi è meraviglioso…

Still life. Locandina
E anche un altro film (Yojiro Takita, 2008) – Oscar per il miglior film in lingua straniera nel 2009 -: il giapponese Departuresdelicata storia di sentimenti e uno sguardo sul modo di considerare la morte e i riti relativi presso altre culture. Ne è un segno anche la scelta delle immagini; infatti in considerazione della diversa sensibilità nei confronti del tema trattato sono state proposte delle locandine diverse del film, nei diversi paesi…

Departures. Tris

***

Un pensiero va a chi ha scelto il mare.
Penso a Gabriel Garcia Marquez che ha voluto la sua tomba a Cartagena De Indias, in Colombia vicino al mare.
A  quella di Pablo Neruda a Isla Negra.

La tomba di Pablo Neruda a Isla Negra

Penso alle ceneri di De André sparse nel mar Ligure, a quelle di Kennedy nell’oceano Atlantico, a quelle dalla Callas nell’Egeo, a quelle di Robert Mitchum nel Pacifico e a tanti altri ancora presenti anche nella storia più antica:

“Tra i Greci e i Romani, i morti ordinari passavano sull’entrata delle città lungo le pubbliche vie: naturalmente perché le tombe sono i veri monumenti del viaggiatore: si sotterravano i morti sovente in riva al mare…

Presso Alessandria vedevasi il piccolo monticello di sabbia alzato dalla pietà di un liberto o di un vecchio soldato… Sulle coste d’Italia il mausoleo di Scipione indicava il luogo dove questo grand’uomo morì in esilio; e la tomba di Cicerone accennava il sito in cui il padre della patria fu iniquamente trucidato.

La Grecia, invece, poneva in riva a’ medesimi flutti le più ridenti memorie. I discepoli di Platone e Pitagora, veleggiando alla volta dell’Egitto, passavano davanti all’isola d’Io a vista della tomba di Omero. Era naturale che il cantore di Achille riposasse sotto la protezione di Teti; potevasi supporre che l’ombra del poeta si piacesse ancora di raccontare le avventure d’Ilio alle Nereidi disputando nelle dolci notti d’Ionia il pregio delle armonie delle Sirene…” (Da François René de Chateaubriand; ibidem).

Non posso non pensare a tutti i morti in mare che son rimasti senza nome… Alle vane, estenuanti attese di madri mogli e figli senza che il mare abbia loro restituito i corpi… Ai corpi straziati  di ragazzi e di bambini portati a riva, bocconi sulla sabbia, dal mare… Ai pescherecci rovesciati… e a tutte quelle persone che non hanno avuto la possibilità di portare un fiore o un lumino sulle tombe dei loro cari.

“La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti innominati; senza nome e senza volto” – ha detto Papa Francesco. Sì, è così.

Voglio immaginare, per tutte queste povere anime, il fondo del mare, dove gorgonie, alghe e coralli siano i fiori, e pesci colorati i visitatori.
Anche loro, come tutte le anime, finché vivono nel ricordo, saranno Assenze presenti.

Ghirlanda sul relitto del Santa Lucia. 24 luglio 2011 nel 68° anniversario.2

Ghirlanda sul relitto del Santa Lucia deposta il 24 luglio 2011 nel 68° anniversario dell’affondamento

 

 

 

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