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Si chiamano briozoi

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 di Adriano Madonna

Briozoi

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Il falso corallo, la rosa di mare, le corna d’alce… Siamo tra i briozoi, un philum biologico che comprende organismi marini e di acqua dolce. Dai briozoi, la briostatina, scoperta dalla moderna ricerca scientifica nella lotta contro la leucemia.

Il primo incontro con un briozoo di solito si ha quando, ancora acerbi in quanto a cultura di organismi marini, osservando un angolo di substrato roccioso in penombra, si osserva una formazione a foggia ramificata, tutta rossa, e si è convinti di aver trovato il corallo. In realtà, si tratta di falso corallo, una colonia di briozoi scientificamente nota come Myriapora truncata.

Myriapora truncata

Dei briozoi, in realtà, si parla poco tra i subacquei, nonostante di tratti di un philum biologico ben presente nelle nostre acque, tant’è che è accertato che già 600 milioni di anni esistevano i briozoi e tra acque dolci e acque marine, ce n’erano ben quindicimila specie. Oggi le specie dulciacquicole non sono più di una cinquantina, mentre molto più numerose sono quelle marine.

Il termine briozoo è composto da bryon (muschio) e zoion (animale), poiché molte specie di questo philum, per il loro aspetto vengono confuse con funghi, alghe e altre forme di foggia “muschiosa”. Altre specie ancora, invece, come la già citata Myriapora truncata, vengono facilmente scambiate per celenterati come il corallo rosso.

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Attualmente, i briozoi sono stati presi in considerazione dalla ricerca scientifica per la realizzazione di prodotti atti a combattere il cancro: alcune specie di questi organismi, infatti, contengono una particolare sostanza, la briostatina, con principi attivi in grado di contrastare alcune forme di leucemia.

Briozoi o ectoprocti
Gli addetti ai lavori sanno che i briozoi possono essere chiamati anche ectoprocti (ectoprocta), che, letteralmente, significa “ano all’esterno”. Questa definizione prende spunto da una caratteristica anatomica specifica, che scopriremo adesso che vedremo com’è fatto un briozoo. Innanzitutto, una colonia di briozoi, al pari di una colonia di celenterati sessili (gorgonie, coralli etc), è costituita da un insieme di individui, che, nel caso dei briozoi, prendono il nome di zoidi. Ogni zoide è costituito da un canale alimentare, detto polipoide, da cui si estende verso l’esterno il cosiddetto lofoforo, un organo dotato di ciglia con il compito di captare le sostanze alimentari presenti nell’acqua. Il tutto è contenuto in un astuccio chitinoso detto zoecio.
In sintesi, un briozoo è una colonia di zoidi, che nelle specie dulciacquicole sono tutti uguali, mentre nelle specie marine possono essere di diversi tipi: alcuni presentano i tentacoli adepti alla nutrizione e hanno il lofoforo a ferro di cavallo, altri presentano un lofoforo a forma di becco, con la funzione di allontanare altri organismi che scivolano sulla colonia oppure che intendono servirsene come un substrato sul quale fissarsi.

I briozoi (o ectoprocti) hanno la caratteristica dell’ano che si apre all’esterno della corona di tentacoli del lofoforo, al di sotto della bocca. Da ciò si desume che l’intestino dei briozoi abbia un andamento a “U”, altrimenti ano e bocca non potrebbero trovarsi dalla stessa parte.

Come si riproducono
Tutti i briozoi di acqua dolce e la maggior parte di quelli marini sono ermafroditi: la colonia è in grado di autofecondarsi e, quindi, di riprodursi con un sistema molto semplice: i gameti (spematozoi e uova), infatti, vengono liberati all’interno degli zoidi, esattamente in quella cavità detta celoma, dove avviene la fecondazione. È frequente che gli spermatozoi di uno zoide penetrino in un altro zoide attraverso i pori situati all’estremità dei tentacoli del lofoforo. È altresì accertato che tra colonie di briozoi vicine avvenga una fecondazione incrociata. In questo modo, aumentando la variabilità genetica tra colonie diverse, le specie hanno la possibilità di fortificarsi e di adattarsi meglio a eventuali mutazioni dell’ambiente.

Dall’uovo fecondato nasce una larva molto simile alla trocofora dei molluschi, che affronta un periodo di esistenza pelagica, la cui durata può andare da poche ore a molti mesi. Al termine della fase pelagica, la larva atterra sul fondo, aderisce e si fissa al substrato (roccia o altro) ed effettua la metamorfosi, trasformandosi in uno zoide, che “si moltiplica” per gemmazione e di qua ha origine la colonia di briozoi.

Gorgonie

Un fenomeno degno di essere citato si osserva nei briozoi di acqua dolce, che si riproducono generando una sorta di larve dormienti, gli statoblasti, in grado di resistere a condizioni ambientali estremamente avverse, come il gelo, l’essiccamento, il surriscaldamento. Solo quando le condizioni ambientali tornano alla normalità, gli statoblasti si riattivano, effettuando la metamorfosi e originando gli zoidi. Durante lo stadio dormiente possono essere trasportati lontano dal vento, dalle correnti, addirittura attraverso le feci degli uccelli oppure aderendo alla cute degli animali acquatici. Queste strategie, oltre ad assicurare la sopravvivenza delle specie, tendono anche a distribuirle su aree più estese e lontane.

I “nostri” briozoi
I “nostri” briozoi sono quelli che normalmente osserviamo mentre siamo in immersione. Come per altri organismi sessili, anche per i briozoi spesso il sito di esistenza è rappresentato dai “boschi” di gorgonie, in particolare di gorgonie rosse, che offrono possibilità di ancoraggio a numerose specie epibionti.

Gorgoniarossa

Tra molte di queste ultime, ecco i briozoi più comuni: la rosa di mare e le corna d’alce.

rosa di mare

corna d'alce
Cogliamo l’occasione per ricordare che una “foresta” di gorgonie non si trova mai in un posto qualunque del fondo marino, bensì sempre in un punto strategico, dove vi sia una corrente costante che apporti nutrienti ai polipi della colonia. Non a caso, infatti, le gorgonie presentano il piano delle ramificazioni in opposizione alla corrente, proprio perché tutti i polipi siano esposti al flusso d’acqua e di cibo. Questo vale anche per i “nostri” briozoi, che si nutrono proprio come i polipi delle gorgonie, quindi, ecco il perché della loro esistenza insieme con queste ultime, in qualità di epibionti (epibionte = vivente sopra).

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La rosa di mare
Il nome comune è rosa o trina di mare, ma i biologi la conoscono come Sertella beaniana o Retepora cellulosa. Trina di mare rende benissimo l’aspetto di questo briozoo che… sembra fatto con l’uncinetto: osserviamo, infatti, una trina delicata, una microforatura di “maglie” tutte uguali su superfici laminari che si avvolgono in volute a volte rosa pallido, altre volte rosso minio acceso e, in altri casi, addirittura verde (quando la rosa di mare è morta). Le lamine che costituiscono lo scheletro della colonia sono di natura calcarea e delicatissime, tant’è che si spezzano con grande facilità: quanti sub si sono visti sbriciolare la rosa di mare tra le mani nell’ingorda smania di portarsi a casa questa meraviglia del mare, ignari anche del fatto che quel cromatismo così bello sarebbe degradato in uno scialbo colore biancastro una volta che la rosa di mare avrebbe lasciato la dimensione acquatica per quella aerea.

rosa di mare

Da pochi metri di profondità fino a -500 metri circa, le rose di mare ci sono sempre. A volte sono grandi e meravigliose e il fotografo non può esimersi dal riprenderle.

A Gaeta, il paese dove sono nato e vissuto per buona parte della mia giovinezza e dove sono tornato dopo essere andato in pensione, ho trovato un posto dove ci sono le rose di mare più belle che abbia mai visto, non tanto per la grandezza quanto per il colore: un rosa pallido che non si può descrivere, perché è davvero particolare.
Ma anche le rose di mare dello Scoglio della Botte, quel dente di roccia scura che emerge prepotente sul mare tra Ponza e Ventotene, sono numerose e belle. Sono andato a vederle, l’ultima volta, nel mese di luglio, con il Nettuno, la formidabile barca del Ponza Diving, mente ero impegnato a seguire l’espansione del granchietto Percnon gibbesi, di cui ho parlato anche nelle “pagine” di Ponzaracconta (leggi qui).

Le corna d’alce
Tra gli epibionti delle gorgonie, molto spesso ci sono anche le corna d’alce (Pentapora fascialis). Il perché del nome comune lo intuite se osservate con attenzione una colonia di questi briozoi, il cui scheletro esterno è appiattito e, nella forma, ricorda proprio le appendici più esterne delle corna dell’alce. In ogni caso, Pentapora fascialis si confonde facilmente con l’altra specie congenere Pentapora foliacea, nonostante quest’ultima si trovi lungo le coste dell’Algeria e in Atlantico orientale, ma sappiamo bene che negli ultimi tempi regole strette sulla distribuzione di organismi acquatici e terrestri non se ne possono più fare, poiché il fenomeno della tropicalizzazione sta generando un po’ di confusione tra quelli che erano considerati canoni classici e ineluttabili.

pentapora fascialis (corna d'alce)

pentapora foliacea (corna d'alce)

Pentapora fascialis, che si trova da pochi metri fino a un paio di centinaia di metri di profondità, è di un colore arancio forte e può formare colonie anche grandi. Tipicamente, si ancora alle gorgonie rosse.

Il “briozoo della roccia”
Il falso corallo (Myriapora truncata) si trova sempre in ambiente roccioso, purché sia in forte penombra. Ci sono posti dove, nei primi metri, il substrato è letteralmente invaso e ammantato da queste arborescenze basse e rosse. In ogni caso, chi, all’inizio della sua avventura subacquea, non ha sgranato tanto d’occhi dietro il vetro della maschera, nella convinzione di essersi imbattuto nel preziosissimo corallo rosso, alzi la mano!

Myriapora truncata (falso corallo)

Osservando un cespo di falso corallo, notiamo che ogni ramificazione è di tipo dicotomo, cioè si divide progressivamente in due e le estremità presentano una sezione leggermente più grande del resto del ramo. Si osservano anche dei pori e sono abbastanza evidenti: sono le aperture all’esterno degli zoeci.

La colorazione di Myriapora truncata va dall’arancio (forte o leggero) fino al rosso intenso. Come gli altri briozoi, questi colori svaniscono se si ha il cattivo gusto di staccare un cespo di falso corallo e portarlo a casa.

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Sembra che uova mature di Myriapora truncata siano presenti tutto l’anno, ma le larve si vedono in primavera.

 

Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, EC Lab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Dipartimento di Biologia, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

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Bibliografia

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