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Meteorologia, idrogeologia e rispetto del territorio

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di Alessandro Romano (Sandro) (*)

 

Per meglio inquadrare cosa dal punto di vista della meteorologia sta accadendo, occorre innanzitutto osservare che certe estreme condizioni di tempo perturbato comunque sono sempre avvenute, quello che adesso sono cambiate sono le cadenze temporali, la frequenza. Infatti, se qualche decennio fa tali disastri naturali avvenivano raramente e con intervalli pressappoco ventennali, adesso il gap tra un evento e l’altro si è di molto accorciato, quasi annullato.
Rimandando ad altro momento il ragionamento sulle motivazioni di una tale importante e repentina modificazione climatica che interessa tutto il pianeta e che non è solo ed esclusivamente da attribuire all’attività dell’uomo, ciò che oggi preoccupa non poco i metereologi e gli addetti alla gestione delle emergenze è l’avvilente approssimazione di alcune previsioni.

Va osservato in premessa che, a parte alcune isolate e deprecabili vicende, le cause di cattive previsioni non sono da ricercare in colpe o imperizie particolari degli addetti alle elaborazioni dei dati climatici, ma in un’impossibilità tecnica a fare meglio, un oggettivo limite tecnico verso eventi naturali di cui la variabile evolutiva è spesso altissima e quindi umanamente non utilizzabile.
Infatti prevedere il tempo non significa prevedere il futuro, un bollettino meteo non scaturisce da un’intuizione sovrumana di qualche portentoso meteoropatico: un avviso di criticità meteorologica è il laborioso frutto di un’attenta e complessa analisi scientifica di dati, forniti da una fitta rete di rilevatori satellitari e terrestri, da calcoli matematici e da una rigorosa e meticolosa statistica.
È proprio quest’ultimo elemento che, oggi, purtroppo difetta e che, incidendo notevolmente sul calcolo delle probabilità, compromette seriamente ogni previsione anche se a breve termine. Se una volta le grandinate avvenivano soprattutto tra gennaio e marzo ed adesso, ad agosto-settembre, precipitazioni ghiacciate di eccezionale violenza e quantità si abbattono su zone che statisticamente (fino a 70 anni fa) non erano mai state interessate, nemmeno in inverno, da tali dannosi eventi, come è possibile fare con un sufficiente anticipo di tempo una esatta e puntuale previsione basandosi solo sull’osservazione delle nuvole, della temperatura e della direzione del vento? Ecco perché in alcuni casi si riesce ad annunciare il pericolo in arrivo solo qualche ora prima, il che è come dire ad evento in atto.
I fatti di Genova ne sono il tragico esempio.

Senza nulla togliere alla sua altissima professionalità, il colonnello Bernacca non era più bravo degli attuali “uomini del tempo”, aveva poca tecnologia a disposizione è vero, ma viveva in un’era climatica diversa, tranquilla, molto più statica, scandita dagli eventi meteorologici periodici solo eccezionalmente sconvolti.

Certamente al cittadino queste difficoltà tecniche non è che interessino molto: egli sa solo che si è allagato senza essere stato avvisato o che è stato allertato senza che poi sia venuta giù una sola goccia d’acqua, come ironicamente fa notare Biagio Vitiello (vedi nei commenti all’art. di V. Ambrosino, citato in seguito).
Ma a questo punto, ironie a parte, devo necessariamente dare ragione al responsabile comunale che, ricevendo una comunicazione di allarme a “codice rosso”, mette in atto ogni precauzione per porre al sicuro la popolazione e, nel caso, i bambini delle scuole.
Certo, regola e buon senso vorrebbero che la precauzione fosse limitata ai soli stabili a rischio. Ma questo argomento fa parte di un altro discorso, quello della previsione, prevenzione e della gestione delle emergenze.

A Ponza, così come in molte zone della terraferma, le aree di massima criticità idraulica stanno a valle, dove confluiscono il 40% degli scarichi delle acque piovane. Il restante 60% o si disperde nel territorio interno, riempiendo qua e là qualche pozzo, infilandosi (abusivamente) nell’impianto fognario, oppure “cola” senza alcuna logica regimentazione lungo i costoni e le falesie, con immaginabili conseguenze idrogeologiche.

Le valli che idraulicamente risultano maggiormente interessate sono la “Padura” e Santa Maria.
La prima è protetta dall’antico complesso di scolo degli “Scotti di Sopra – Canalone” e “lavo della Guardia”, le cui acque vengono imbrigliate e convogliate, attraverso il “Canalone della Dragonara” ed il tunnel di Chiaia di Luna, nell’omonima spiaggia.

Canale di Chiaia di Luna. Poco prima del tunnel

Canale di Chiaia di Luna. Poco prima del tunnel

Tunnel Chiaia di Luna prima dei lavori

Tunnel di Chiaia di Luna prima dei lavori

Canale di Chiaia di Luna. Foce
Canale di Chiaia di Luna. Foce

Nella piana di Santa Maria, che si estende da contrada “Pezze” e “Mar’i copp” fino all’omonima spiaggia, confluiscono le acque piovane provenienti da Tre venti, Monte Pagliaro, i Conti, Linguana, Giancos di Sopra e, nella parte terminale, da Santa Maria, che vengono raccolte nel torrente chiamato “Lavo”, “costretto” e strozzato, in alcuni punti, nell’alveo di normale deflusso con muri anche sopraelevati sulle sponde.

Appare, quindi chiaro che le due zone di massima concentrazione e criticità idraulica sono di formazione alluvionale e, cioè, sedimentata per l’effetto erosivo meteorico e dal dilavamento delle colline sovrastanti. Basti pensare che dove ora c’è la piana di Santa Maria, fino ad arrivare alla base di Monte Pagliaro, zona Conti (dove era la vecchia scuola di Santa Maria), circa trecento anni fa c’era il mare (da cui appunto la denominazione “Mar’i copp”).

Il sistema di scarico delle acque dalla Guardia presenta criticità più che altro relative alla pulizia dei condotti il cui deflusso (corrivazione) è di tanto in tanto rallentato e in alcuni casi ostruito e deviato dai crolli dei muri a secco o dai residui vegetali e legnosi ingombranti trascinati dall’acqua, come nel caso di Via Scotti di sopra, ottimamente descritta da Enzo Di Fazio (nel commento ad Allerta Meteo di Vincenzo Ambrosino).

Lavo della Guardia
‘Lavo’ della Guardia

Per il condotto di Santa Maria la situazione è ben diversa e sicuramente più seria e pericolosa. Come su accennato, il torrente che riceve l’acqua di gran parte dell’area centrale (più larga) dell’isola, è stato “costretto” e, in alcuni punti, strozzato in argini artificiali di epoca recente, cioè sono state costruite, rinforzate ed anche sopraelevate spallette arginali spesso in cemento armato che, di fatto, impediscono alle acque di invadere le campagne e di raggiungere il loro naturale livello di massima espansione durante le piene che, di solito, questi tipi di torrenti periodicamente comportano allagando e fertilizzando i terreni che i loro dilavamenti nei secoli hanno sedimentato.

L’individualistica ed incontrollata cementificazione delle sponde, arginando l’espansione delle piene, fa aumentare il livello delle acque e, quindi, la velocità di corrivazione verso valle con i danni, i disagi e le tragedie così bene ricordate da Martina (leggi qui).

Sembra paradossale, ma questo è uno dei casi in cui, almeno in alcune parti del torrente, non conviene asportare massi e ostacoli che in qualche modo rallentano il deflusso, diminuendo la velocità di impatto nelle curve e nei restringimenti, affievolendo la forza di escavazione delle acque.

Santa Maria cementificazione argini
Santa Maria cementificazione degli argini

Santa Maria Costringimento
Santa Maria: Costringimento

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Santa Maria. Documentazione iconografica di altri aspetti del canale

Santa Maria Strozzamento 2

Santa Maria Strozzamento

Santa Maria uno strozzamento

Santa Maria: diverse tipologia di strozzamento

Santa Maria. La foce

Santa Maria: la foce

Scuola Santa Maria

La scuola di Santa Maria

Come affrontare tali rischi?
In natura la maggior difesa non è l’attacco, ma il rispetto dei limiti fondamentali imposti dalle condizioni ambientali e dal clima.
Se viene costruita una scuola su un conclamato terreno alluvionale, bisogna necessariamente avere la consapevolezza che prima o poi quel sito sarà raggiunto da chi di fatto lo ha realizzato e cioè dall’acqua.
Non sempre fare muri di contenimento e deviazioni può servire allo scopo, anzi delle volte è stato proprio il crollo degli sbarramenti sotto l’urto delle piene a causare vittime.

Se in Protezione Civile “sicurezza assoluta” è un concetto astratto, in questi casi nulla si è fatto o si sta facendo per diminuire le probabilità di accadimento di un disastro prevedibile.

Se si tombina un canale di scolo di acque meteoriche posto a protezione dell’abitato, così come è stato classificato il “canalone” che va da Via Scotti di Sopra a Via Dragonara, trascurando l’agibilità per la periodica e necessaria pulizia e sottovalutando i livelli di portata massima, gli allagamenti oltre ad essere prevedibili sono anche annunciati: manca solo la data.

Il teorema che oggi più che mai occorre applicare a Ponza è che “non bisogna adattare l’isola all’uomo, ma l’uomo all’isola”, mitigandone non accrescendone le criticità idrogeologiche.

Il territorio isolano negli ultimi trecento anni ha subito due grossi traumi: al di là di proprietà e di interessi più o meno privati, occorrerebbe intervenire con criteri scientifici e statistici per arginare le erosioni ed i vasti e gravi smottamenti in atto derivanti proprio da tali sconvolgimenti.

Il primo trauma è stata la radicale deforestazione operata durante la settecentesca colonizzazione borbonica, resasi necessaria per consentire la realizzazione dei coltivi. Il secondo è stato il progressivo abbandono dei manufatti collinari, le famose “catene”, e l’intasamento degli attigui scoli meteorici.

Il segnale più evidente di questa gravissima situazione lo si nota nel mare intorbidito dopo un forte acquazzone e non solo a Santa Maria, ma anche a Chiaia di Luna, Cala Feola, Cala dell’Acqua, Cala Fonte, Frontone e, soprattutto, a Monte Schiavone versante di levante.
Il terriccio, dilavato dai coltivi abbandonati ed in parte crollati, si espande nel mare con aloni che si allargano dalla costa isolana per centinaia e centinaia di metri.
Terra che va via e che non tornerà mai più: se non si ferma questo, noi ponzesi faremo la stessa fine”- così diceva sgomento un vecchio isolano, ’u Magone (Mago) d’a ’Uardia.

Occorre intervenire energicamente ed al più presto, prima che si raggiunga un livello irreversibile di grave instabilità idrogeologica e l’isola diventi effettivamente precaria e pericolosa per tutti i suoi abitanti.

 

(*) Funzionario di Protezione Civile

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2 commenti per Meteorologia, idrogeologia e rispetto del territorio

  • Vincenzo Ambrosino

    Per Alessandro Romano: riflettiamo insieme
    Caro Sandro, riflettevo questa mattina proprio sui nostri discorsi legati alle allerta meteo e alla necessità per i governanti di rispettare la natura e le sue leggi.
    Ti ricorderai dell’animato dibattito che c’è stato a seguito della traduzione, presentazione e pubblicazione svolta da Giuseppe Massari delle “Mémoire sur les Iles Ponces di Déodat de Dolomieu, 1788” (leggi qui).

    Bene la maggior parte di noi profani, non geologi, dicevamo che era impossibile che a Palmarola potesse esserci circa trecento anni fa un canale che divideva l’isola in due parti, perché i fenomeni di costruzione era finiti circa due milioni di anni prima e da allora in avanti erano solo i fenomeni di demolizione, cioè esogeni che dovevano essere presi in considerazione. Il mare demolisce e distrugge, spacca e anche se volessimo considerare i processi alluvionali questi non potrebbero arginare e sopravanzare quelli di demolizione.

    Fatta questa premessa andiamo alla mia riflessione mattutina e parliamo delle pianure alluvionali ponzesi, quelle da te ricordate: Chiaia di Luna e Santa Maria. Quella di Chiaia di Luna sia i Romani, sia i nostri coloni l’hanno trovata già strutturata e quindi l’hanno lavorata, invece un discorso a parte va fatto per quella di Santa Maria.
    Lì i libri parlano di un “fiordo” (insenatura) che penetrava fin sotto i Conti, tu hai scritto che nella piana di Santa Maria, che si estende da contrada “Pezze” fino alla spiaggia “circa trecento anni fa c’era il mare (da cui appunto la denominazione Mar”i copp)”. Quindi quella zona si chiama mar”i copp proprio perché lì c’era il mare; non a caso i Romani vi hanno costruito il porto – tanto ricordato e rivendicato come unico porto possibile – dall’amico Ernesto Prudente nei suoi interventi pubblici.

    Mi chiedo e ti chiedo, senza farla troppo lunga: se i fenomeni endogeni sono finiti due milioni di anni fa e se da allora sono cominciati quelli esogeni, tremila anni fa la natura con le sue regole – non ancora manipolate dall’uomo – aveva di fatto strutturato l’isola e in quella zona infatti i romani hanno trovato un “fiordo”; come è stato possibile che successivamente si siano innescati dei meccanismi di dissesto idrogeologici così intensi, mai verificatesi in centinaia di migliaia di anni prima, che hanno potuto creare la pianura alluvionale di Santa Maria vincendo in quel posto la forza del mare che sulle isole sappiamo essere preponderante su qualsiasi altra forza?

    Se questa mia domanda ha un senso logico le uniche risposte che io riesco a dare sono due: o lì non c’era una vera e profonda insenatura, oppure i Romani con la costruzione del porto e con il disboscamento successivo per la riparazioni delle loro navi hanno completamente dissestato le colline e cosi la pioggia ha potuto trascinare a valle una quantità enorme di materiale e progressivamente arginare la forza delle correnti marine per colmare e riempire il “fiordo”.

  • Sandro Romano

    Caro Vincenzo,
    in parte ti sei risposto da solo. Infatti a “dissestare” l’isola non furono i romani che, tra l’altro, non ne avevano la necessità, ma i nostri avi che, al tempo dei Borbone, colonizzarono Ponza disboscandola totalmente.
    Fino a quel momento l’isola era stata “protetta” da una fittissima vegetazione che non aveva consentito per migliaia e miglia di anni l’erosione meteorica ed il conseguente dilavamento del terreno a mare.
    Tuttavia va osservato che al Monte Pagliaro, in particolare nella zona del “Cavone del lauro”, qualcosa deve essere accaduto già prima o poco prima della manomissione borbonica. Lo si deduce dal fatto che i primi coloni già parlavano di “fondali bassi e sabbiosi”, l’attuale Mar’i copp’. In effetti non è logico pensare che in un così breve arco di tempo sia stato possibile colmare la baia con la terra dilavata dalla montagna sovrastante che, seppur disboscata, era stata imbrigliata con un funzionale sistema di regimazione delle acque.
    Purtroppo, oltre a qualche approssimata descrizione, non abbiamo una rappresentazione chiara e precisa dello stato dei luoghi prima del 1734 e non possiamo fare altro che delle ipotesi.
    Va comunque sicuramente considerato che dall’ultimo insediamento abitativo greco-romano, risalente all’814 (nel IX secolo Ponza fu devastata dai “mori della Siria”), quando il “fiordo” era ancora perfettamente navigabile, fino alla colonizzazione borbonica (che lo trovò seminterrato) sono trascorsi quasi mille anni: un lungo periodo di tempo in cui l’isola è rimasta pressoché abbandonata e solo sporadicamente ed in parte popolata. In quei mille anni è potuto succedere di tutto: incendi, dilavamenti, crolli, alluvioni, dissesti, terremoti.

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