Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

0044-044 if isi-02 l-08 prove-con-giancarlo-nicotra Probabile Didemnum tunicato incrostante

’U Lavo a Santa Maria

Condividi questo articolo

di Martina Carannante

 

Correva l’anno 1978, mese di ottobre, nella zona di Santa Maria vi erano in atto i lavori per la costruzione della scuola elementare. Essa venne ubicata in via delle Pezze (‘pezze’ intese come giardini coltivabili) adiacente a quello che tutti i ponzesi conoscono come ’u Lavo. In esso convogliano tutte le acque per caduta dal Monte Pagliaro, ‘u Cavòn’ ’u lauro e Tre Venti.

I mesi autunnali, a Ponza, sono caratterizzati da forti piogge ritenute le più pericolose perché essendo le prime e presentandosi all’improvviso, sorprendono l’incuria umana creando numerosi danni e scompigli dopo la bella stagione.
Quando venne costruita la scuola venne fatta anche una strada che dal campo di Sigaretta (oggi deposito edile dell’omonima attività) portava alla struttura scolastica favorendo il passaggio dei macchinari edili. Sotto la strada, la parte finale del canale, invece di essere lasciata così com’era (di diametro, come oggi, di circa 3 m) venne ridotta con un tubo di diametro da 1,5 m, quindi riducendo di molto la portata del canale stesso che in ogni caso già era stato coperto in superficie. Per mantenere la suddetta copertura vennero inseriti dei puntelli.

Dopo una settimana di pioggia continua, la portata dell’acqua era come se uscisse da una manichetta, con pressione elevata tanto da sfociare sotto al ponte di Sigaretta, a getto diretto e senza toccare terra. I puntelli, così come la copertura e lo scarso sfogo d’acqua, inizialmente non crearono nessun disagio grave, ma con l’aumentare della portata d’acqua e l’accumulo di detriti vari, fecero in modo che il ‘lavo’ straripasse. Non ci furono moltissimi danni se non l’allagamento delle terre circostanti e dalla parte di Andrea Mazzella che abitava proprio ad un lato del ponte: gli si allagò la cantina e perse il vino che era ancora a fermentare nelle botti, e il cane, Leone, morì annegato.
La colpa di quel disastro fu data al cattivo modo di svolgere i lavori e a quei puntelli che dovevano essere rimossi.

Trascorse un intero anno: 1979, ultimi giorni di ottobre, a Ponza pioveva ormai da giorni, non fortissimo, ma in maniera ininterrotta. Durante la notte il flusso dell’acqua aumentò notevolmente;  le famiglie dei Conti e di via Pezza dormivano tranquillamente, ma all’improvviso si sentirono strani rumori. La famiglia di Giovannina ’i Bunaria venne svegliata dal frastuono e dai versi degli animali. Salvatore Scotti, marito di Giovanna, decise di alzarsi per andare a vedere cosa stava succedendo. Neanche il tempo di scendere gli ultimi gradini ed accendere la luce esterna che era già con i piedi nell’acqua.

Tutto intorno a lui era pieno d’acqua, gli elettrodomestici nello sgabuzzino galleggiavano a pelo d’acqua e gli animali, come conigli e polli, erano annegati. Non ci mise molto a capire che il lavo era straripato.
Si cercò di salvare il salvabile, ma la farina, i macchinari e la maggior parte degli animali andarono persi. Lo stesso Vapoforno rimase chiuso alcuni giorni non potendo produrre pane a causa della perdita della farina.

Se il danno di questa famiglia fu per lo più materiale, ci fu chi quel giorno perse la vita.
Andrea Mazzella l’anno precedente era stato beffato dal lavo che gli aveva portato via il lavoro e il suo fedele amico, questa volta voleva, almeno, salvare la vendemmia. Vedendo l’aumentare della portata d’acqua decise di scendere in cantina a tappare le “damigiane” in modo tale che seppur si fosse allagata quella zona della casa, il mosto, ormai vino, non sarebbe andato perso. Andrea scese in cantina senza rendersi conto del pericolo, neanche il tempo di tappare il bottiglione che il muro di contenimento della casa si squarciò alla pressione dell’acqua e travolse l’uomo. Andrea morì annegato.
Questa volta la colpa venne data ad un frigorifero. Dove oggi c’è il deposito di Sigaretta prima c’era un enorme spazio in cui i bambini potevano giocare; all’entrata di esso c’era Benito che vendeva i gelati. Il frigorifero dei gelati, che era a tenuta stagna, dall’acqua era stato spostato davanti al ponte così da creare un’ostruzione che aveva favorito la rottura degli argini.

Silverio sottolinea come precedentemente a questi due avvenimenti, a Ponza, c’erano stati degli incendi che avevano distrutto alberi e radici che ancoravano il terreno.

Un’altra vittima della fatalità e del Lavo fu ’a Reginella, una vecchietta che per arrivare prima a casa, vista la forte pioggia, decise ingenuamente di attraversare il canale. In realtà questa era una pratica abbastanza comune visto che per risparmiare tempo o, in estate, per camminare al fresco si passava all’interno del Lavo. Nei periodo invernali, l’abitudine non veniva del tutto persa e anche quando il livello dell’acqua non era troppo alto venivano poste delle pietra sulle quali si saltava per attraversarlo. La Reginella non si rese conto del pericolo che stava affrontando, e sfidando la natura, ebbe la peggio.
Una grande massa d’acqua la travolse e la portò dritta la mare; il corpo esanime venne trovato in quella che ora viene chiamata la Marinella dei Morti tra la spiaggia di Giancos e Santa Maria.

Prima il Lavo correva realmente e continuamente; giusto in estate era parzialmente asciutto; lo stesso suo letto era molto più profondo rispetto ad adesso. L’acqua trova sempre il suo corso, se da una parte trova una deviazione si scava una nuova strada.

Dell’attraversamento del Lavo mi ricordo quando da bambina con i miei amici, per non fare tutta la processione di San Giuseppe, una volta arrivati fuori la cappella dell’Addolorata, tagliavamo per il Lavo, che a marzo spesso era ancora fangoso, per arrivare per primi alle bancarelle.

Narrare questa storia, per me, non è un modo di dare una responsabilità a chicchessia, ma solo portare alla luce un ricordo, o meglio alcuni ricordi, che tra qualche tempo potrebbero essere perduti.
Potremmo stare qui o in altre sedi a parlare per ore del dissesto idro-geologico, della pericolosità o meno di quel corso d’acqua e di tantissime altre cose: non è questo l’intento del mio pezzo. Solo ricordare che queste cose a Ponza accadono; sono accadute!

Ringrazio le fonti di questo racconto Giovanna e Silverio che mi hanno fornito anche i documenti fotografici.

Lavo.1

Lavo.2

Si rimette a posto come si può

Lavo.3

Lavo.4

Lavo.5I sacchi di farina bagnati

DamigianeLe damigiane

Animali mortiGli animali morti

Il laboratorioI danni al vapoforno

Lo sbocco e i palettiLo sbocco e i paletti

Dopo il disastroDopo il disastro si contano i danni. I due uomini sono Salvatore Scotti e il sindaco Lamonica

Situazione attuale
Situazione attuale. La casa bianca che si vede sul lato destro è la casa di Andrea Mazzella che perse la vita nel 1979.
A sinistra il deposito edile di ‘Sigaretta’

Condividi questo articolo

3 commenti per ’U Lavo a Santa Maria

  • Questo cosiddetto ricordo di Martina è una testimonianza di come i fenomeni naturali possano diventare disastrosi e causare morte.
    Sarebbe difficile accusare qualcuno in particolare di quel disastro perché le responsabilità sono di tante persone, responsabilità che si accumulano nel tempo.
    Responsabile è:
    – chi da il permesso a costruire dove non si può;
    – chi costruendo non rispetta le prescrizioni delle autorizzazioni o concessioni;
    – chi non controlla che tutto venga eseguito secondo la normativa;
    – chi a monte sradica vegetazione protetta;
    – chi crea discariche lungo i corsi d’acqua o comunque discariche;
    – chi abbandona la sua proprietà agricola per cui non mantiene in piedi le parracine e le pietre e la terra finisce nel corso di deflusso dell’acqua.
    Tante sono le responsabilità, in troppi sono i responsabili ma questo deve fare riflettere su che cosa si può e si deve fare.
    Ma io, visto che sono in fase di approfondimento della prassi di governo del territorio che si è sempre applicata e continua ad applicarsi a Ponza, dico che non ci muoviamo o forse non abbiamo voglia di muoverci nella giusta direzione.

    Il governo del territorio implica un cambiamento culturale: se qualcuno a Ponza dice che si sta tagliando la macchia mediterranea oppure dice che i muri a secco non possono diventare a faccia vista, che l’interesse privato non deve assolutamente danneggiare l’interesse pubblico e quello dell’ambiente naturale e che questo interesse privato può essere accolto solo se migliora l’interesse generale… bene quando si dicono queste cose o si viene ignorati o tacciati come provocatori, verdi, ambientalisti.
    A Ponza ci sono centinaia di leggi che proteggono il territorio, centinaia di competenze, centinaia di responsabili di queste competenze; infatti, quando si dà un’autorizzazione si scrive per esempio: “il presente provvedimento non pregiudica gli eventuali diritti di terzi e fa salve tutte le norme di tutela del territorio interessate dall’intervento in oggetto di superiore approvazione”. Ma intanto il privato ha ottenuto l’autorizzazione che gli dà il via a realizzare il suo interesse e alla fine il reale danno all’ambiente lo potremo misurare solo a catastrofe avvenuta.

  • Silverio Lamonica

    All’epoca non ero sindaco ma vicesindaco con delega alla pubblica istruzione. Il Sindaco era il compianto Mario Vitiello, persona a tutti nota per la sua rettitudine ed onestà.
    L’edificio sorse in quella zona in base alle previsioni del P.R.G., redatto dall’Arch. Lemme, approvato qualche anno prima dal Consiglio Comunale e dalla Regione Lazio. La stessa trafila fu seguita per quell’edificio scolastico progettato dall’Arch. Tramonti che ne diresse anche i lavori. Don Mario e tutti noi sconsigliammo allora il progettista a tombinare il torrente, volemmo che si confrontasse anche con la gente del posto, purtroppo non ci fu verso: in base ai calcoli effettuati dalla sua equipe non doveva accadere nulla. Purtroppo la disgrazia avvenne e, riconosciuto il tragico errore, il torrente fu ‘stombinato’.
    Dopo che ci fu il ripristino dello “statu quo ante” non ebbero più a ripetersi altri allagamenti, tanto più che tenemmo alta la guardia affinché l’alveo del torrente fosse sempre pulito.
    Noi amministratori e tecnici subimmo anche un processo, ma fummo assolti.
    Però, mi si creda o no, dentro di me provo sempre una profonda angoscia.

  • Ringrazio Silverio per questa sua sincera e drammatica testimonianza: è sempre molto difficile raccontare di fatti così tragicamente coinvolgenti. Quella tragedia era evitabile? Il P.R.G era stato rispettato, gli architetti però si assumevano la responsabilità sulla funzionalità del progetto per cui niente contarono la prudenza e il buon senso di amministratori che chiedevano di ascoltare l’esperienza dei cittadini: di fronte alla presunzione della teoria e della assunzione di responsabilità non ci sono ostacoli. Se non sbaglio quell’architetto in seguito si impiccò.

    L’esperienza dei cittadini che venga ascoltata!
    Che i cittadini comincino a raccontare le loro esperienze ad alta voce, sulle anomalie di madre natura; se vedono un corso d’acqua che devia, se vedono crollare un masso, se assistono al taglio della macchia, se vedono crollare una parracina, se una vecchia strada la trovano ostruita, se vedono qua e là discariche abusive e abbandonate.
    Il silenzio è sempre colpevole!

Devi essere collegato per poter inserire un commento.