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Avventura a Ponza

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segnalato dalla Redazione

 

Proponiamo un racconto breve scoperto sul web – http://www.writersdream.org – che ha tutta l’aria di un reportage di vita vissuta. Lo proponiamo ai lettori di Ponzaracconta.

Prua di barca. Rew

Capita che uno rischi la propria vita senza accorgersene, per trascuratezza. Solo dopo si rende contro di cosa ha fatto, e avverte un brivido, ma spesso unito a un bizzarro e inquietante senso di soddisfazione. Non capita anche a voi?
Forse non mi sto spiegando. Faccio un esempio.

Credo fossero i primi anni ottanta. A Ponza avevo conosciuto due ragazzi. O meglio: una ragazza, siciliana, correttamente chiamata Carmela, e suo marito, di cui non ricordo il nome.
Non importa, tanto qualche tempo dopo l’avrei ritrovato a Roma che faceva il cuoco in un locale in cui anch’io lavoravo. Prima faceva il gioielliere, mi sembra. Soprattutto, aveva un insana passione per le barche e per il bricolage. Due cose che, unite insieme, sono pericolosissime.
Era arrivato a Ponza con la sua ultima creazione: un catamarano fatto da due bare. Forse come bare erano un po’ sovradimensionate, ma la forma era quella. Fortunatamente non erano nere.
Due travature tenevano uniti gli scafi – chiamiamoli così per decenza – su quella anteriore era fissato l’albero, su quella posteriore un motorino, credo da mezzo cavallo, a miscela. Faceva “po ppo ppo po ppo” esitante e poi si avviava con un ronzio da ventilatore. C’era anche una rete tra le due traverse, su cui ci si poteva sdraiare a prendere il sole, quasi fosse un’amaca. Non molto comodamente però.
Una delle bare fungeva da cambusa, l’altra ospitava il gabinetto. Ci si calava in una botola e ci si sedeva con la testa che sporgeva ampiamente sopra il bordo. Così si poteva conversare espletando le funzioni corporali.

Dovevano essere arrivati a Ponza in un momento di calma piatta, perché il Mar Tirreno è infido ma pigro. I venti da est incontrano l’Appennino e, per effetto adiabatico, si scaldano e si seccano, regalando magnifiche giornate.
Anni prima era arrivata a Ponza persino una house boat proveniente da Amsterdam, seguendo il sistema di canali che attraversa la Francia dalla Loira in giù. Una volta in porto aveva tirato un sospiro di sollievo e si era sfasciata nelle sue componenti. Gli olandesi e le olandesine avevano preso il traghetto fino ad Anzio per poi tornare via terra al paese loro. Non prima però di aver lasciato folte colonie di piattole nelle mutande di un certo numero di ponzesi.

Ovvio che senza un mare più che calmo quella casa barca non avrebbe mai lasciato la Provenza. Però poi il caldo risucchia umidità dal mare, il clima si fa afoso e il cielo perde il suo azzurro. A questo punto basta che il vento cambi perché il Tirreno si svegli; di pessimo umore.

Era quello che stava succedendo. Eravamo al bar del porto quando qualcuno arrivò per dirci che dovevamo assolutamente spostare la barca dalla spiaggia in cui l’avevamo lasciata. Pareva piuttosto agitato. Disse che stava per arrivare un fortunale.
Ponza ha la forma di una virgola rovesciata, cioè con la parte più sottile e curva verso l’alto. In una cartina tradizionale europea, per un cinese sarebbe diverso. Il porto affaccia a sud est, la spiaggia di Chiaia di Luna, distante meno di un chilometro grazie a un tunnel scavato nella roccia, guarda a nord ovest. Per di più è delimitata da un’alta falesia di tufo contro cui, durante le mareggiate, arrivano a infrangersi le onde. Il catamarano sarebbe stato rapidamente triturato, se l’avessimo lasciato dov’era. Non si poteva far altro che metterlo in mare e fare il giro dell’isola, perché nel tunnel non sarebbe passato.
– Andiamo – disse il mio amico. E poi: – vieni anche tu?
– Certamente. – Risposi.

Usciti dalla galleria capimmo che le cose non sarebbero state molto semplici. Il fortunale, invisibile dal porto, ci guardava torvo. Come facesse senz’avere occhi non lo so, ma lo faceva. Ancora non aveva colpito l’isola, ma già il vento si andava intensificando. Spingemmo in acqua la barca, montammo l’albero con la vela e ci muovemmo.
Decidemmo per la strada più lunga perché avremmo avuto il vento alle spalle ma, appena raggiungemmo il mare aperto. Oltre il riparo dei promontori che delimitavano la baia, le onde si fecero caotiche. Punta Incenso, l’estremità settentrionale dell’isola, ci parve subito distante come il capo di Buona Speranza da Rabat. Non ce l’avremmo mai fatta, così tornammo indietro. Avremmo cercato di fissare la barca il meglio possibile.

Come ci affacciammo nuovamente a Chiaia una piccola folla cominciò ad agitarsi, saltando e sventolando le braccia come pale di mulino. Urlavano, anche. Il vento copriva qualsiasi altro suono ma vedevamo le bocche spalancate. Pareva che riportare la barca sulla spiaggia fosse un errore di cui ci saremmo pentiti per il resto della nostra vita. Presumibilmente breve.
Avremmo potuto dire addio alle due bare, tra l’altro insufficienti visto che eravamo in tre, sbarcare e lasciare che la barca si sfasciasse. Decidemmo di proseguire. Io avevo letto “Capitani coraggiosi” e forse anche loro lo avevano fatto.
Puntammo sull’altra estremità dell’isola, più vicina ma terrificante a vedersi: il faraglione della Guardia. Con il faro.
Appena al largo la prima folata di vento strappò l’albero spezzandolo alla base. Eravamo alla deriva, accendemmo il motorino. Ricordate? Mezzo cavallo in tre. Partì volenteroso ma sapevamo che si sarebbe potuto fermare in un momento qualsiasi. Po ppo ppo po po… vrrrr. Cominciava la nostra battaglia contro il faraglione della Guardia. Si era fatto buio.

Faro della Guardia. Isola_di_Ponza. Effetto notte

Il mostro era invisibile fino a quando non lo colpiva la luce roteante del faro. Allora si intuiva una massa enorme a picco sul mare, che subito dopo scompariva.

Il problema era che il vento ci spingeva verso di lui che, a ogni giro del faro, appariva un po’ più vicino. Così puntammo la prua verso il largo, cercando di allontanarci il più possibile dalla costa. Il motore sarebbe servito solo a questo, poi si sperava che la corrente ci portasse oltre il monte.
Non parlavamo, sia perché era quasi impossibile udirsi sia perché ciascuno era concentrato sulla spaventosa visione della montagna, che si faceva sempre più vicina. Sembrava cercasse di risucchiarci, eppure piano piano l’angolo stava cambiando e, improvvisamente, fu chiaro che scivolava alle nostre spalle. Credo ci fossero volute un paio d’ore, ma è difficile calcolare il tempo in certi momenti.

Luce rossa

Invertimmo la rotta e, poco dopo, la massa maligna del faraglione si fece benevola, proteggendoci dal vento. Ci ricordammo che c’era un gruppo di scogli chiamato “le Formiche”, ma capimmo che era molto più a largo. Passammo sotto il cimitero e poi accanto ai murenai romani ed entrammo in porto.

Ci accolsero con gioia, pareva ci avessero dati ormai per dispersi.
Sul momento non mi resi conto di questo. Era ovvio che ce l’avrei fatta, ce l’avevo sempre fatta, fino a quel giorno. E in guai più o meno grossi ci sguazzo fin da ragazzino. La comare secca è mia zia.
Fu solo molto temo dopo che mi resi conto che, effettivamente, me l’ero vista brutta.
E ho messo questa storia tra i ricordi importanti.

 

By Nanni: http://nannimalpicanote.ilcannocchiale.it

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