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0029-029 u-20 fl-02 lamonica-03 la-chiesa-di-san-silverio Spugne incrostanti bianche

In estate, la pesca con le cianciole

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di Francesco De Luca
Peschereccio. Foto da Panoramio

 

Sulla banchina Di Fazio si muovevano gruppi di uomini. Andavano radunandosi per salire a bordo delle cianciole che ancora praticano la pesca alle alici. Le ultime due di una flotta numerosa negli anni ’80, quando si attuò un metodo di pesca innovativo e redditizio.

Una volta individuata con l’eco-scandaglio la massa delle alici in profondità, due potenti luci vengono accese sulla superficie del mare. Le alici ne sono attratte e risalgono, dando in tal modo possibilità alla rete, già calata, di cingerle e catturarle.

Oggi la praticano i fratelli Bonarino, e Gennaro Portazzero.

La causa dell’assottigliamento della flotta peschereccia risiede nel fatto che nel Mediterraneo questo tipo di pesca ha ridotto le alici e la loro facoltà riproduttiva. Il fenomeno si inserisce nella riduzione delle risorse naturali a causa della moltiplicazione indefinita dei bisogni umani. Tutta la pesca mostra evidente il divario fra la richiesta di consumo e la limitata possibilità di risposta della natura. Chi ha visto il debordante pescato che si estraeva negli anni ottanta (si parlava di 400   cassette), oggi si avvilisce davanti alle 10 – 20 cassette tirate su in una notte di pesca.

Si esce a tarda sera, priva di luna, per essere sul posto a notte fonda e tendere l’inganno alle alici.
Alla partenza l’aspettativa è tangibile: sul ponte delle cianciole, sul molo intorno a loro. Quale notte li attenderà? La pesca ha, sì, una dinamica conosciuta, ripetitiva, ma vi sono accanto fattori imponderabili, che rimangono a margine, e per questo generano dubbi.

Uno è lo stato del mare. L’esecuzione di quella pesca esige la bonaccia perché occorre calare in acqua due “gozzetti” (sono loro che attirano con la luce le alici dal fondo ); se ne devono seguire gli spostamenti e… quando la massa al di sotto è abbastanza compatta occorre gettare la rete, in modo circolare affinché il pescato sia il più abbondante possibile.

L’operazione, di per sé lunga e laboriosa, può essere vanificata se la massa viene dispersa da qualche pesce predatore oppure se il mare comincia ad ingrossarsi, rendendo tutte le manovre più difficili.

C’è, è vero, la bravura dei pescatori a contrastare i fattori negativi. I luciaiuoli , infatti, debbono allettare la massa dei pesci, compattarla, farla emergere e impedire che l’insieme si disperda. Il capitano deve valutare se il cambiamento del vento permetterà il recupero fruttuoso della rete gettata o sarebbe meglio sorvolare su tutto e scappare in porto perché la furia del mare è prossima.

Cianciola per la pesca alle alici

In questa pesca non si avvera quel legame poetico e fascinoso dell’uomo col mare. No, in essa c’è un terzo elemento fastidioso ed è il dover trarre dal mare il guadagno.
L’uomo non combatte soltanto col mare ma anche col pesce che in esso si nasconde, ma si potrebbe dire anche che l’uomo non combatte soltanto col pesce ma anche col mare che lo protegge.
Combatte, sì, combatte; il pescatore è in competizione con la preda che si occulta sul fondo, che possiede strategie di sopravvivenza tali da rendere vana l’astuzia dell’uomo.

Nella pesca due istinti si fronteggiano. Meglio è dire che ad un istinto si contrappone una intelligenza, anzi una umanità.

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Francesco De Luca (da Frammenti di Umanità – Isolaitudine Edizione – Ponza 2014)

Cianciole nel porto di Gaeta (foto di Diego Caruso)

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