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Epicrisi 36. O dell’immagine

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di Enzo Di Giovanni
Immagine nell'onda

 

Epicrisi di fine estate: per i ponzesi che vivono e lavorano sull’isola è il momento del colpo di coda finale, in cui emerge la stanchezza accumulata in una estate calda come non mai e con essa il traguardo del fresco ottobrino, che non si sa se sperare o temere.
Lo descrive bene Franco De Luca nel suo pezzo Prove di stagione.

Insomma, siamo in confusione.

Ed io, tra un impegno e l’altro, tra una zafagna di calore e l’altra, cerco di mettere a fuoco il solito filo conduttore settimanale, ma stavolta faccio, appunto, fatica.
Vuoi vedere che pure questo è colpa della Laziomar?
E sì, perchè siamo talmente abituati a dissertare su (dis)servizi vari che ormai la Laziomar è una sorta di intercalare, come per un londinese parlare del tempo che fa. Ed invece, questa settimana, a parte gli inarrivabili transatlantici magistralmente descritti da Isidoro Feola (Il Conte Biancamano I e II), di cui è meglio non parlare per evitare confronti impietosi, c’è solo un pezzo (Laziomar: una brutta telenovela) che a prima vista fa quasi tenerezza nella sua solitudine: vuoi vedere che finalmente i problemi sono alle spalle?

Ed invece no: vi è solo un pezzo solo perchè li comprende tutti, con annesso corollario di lamentele da Facebook.

Forse ai responsabili della Compagnia andrebbe detto che “tutelare l’immagine della società” suona un po’ strano. Solo adesso, che da tutelare non resta molto, dopo anni ed anni di disagi patiti? E senza una sola risposta che tenga conto di tali disagi, come ci affanniamo da tempo a testimoniare, come nel bel pezzo di Enzo Di Fazio (Cittadini o sudditi?).

Quale miglior modo di difendere l’immagine di una azienda dell’essere capaci di venir incontro alle esigenze dei fruitori di un servizio?

mafalda

Ma non è l’unico problema d’immagine di cui ha sofferto Ponza questa settimana: a proposito di immagine, su cui ci possiamo dividere, i lavori a Sant’Antonio hanno evidenziato delle criticità che si sono manifestate al primo acquazzone. E su queste criticità non ci sono opinioni soggettive (Memo 36. Sant’Antonio, qualche mese dopo…)

Mettiamola così: ho trovato il senso dell’epicrisi a cui mi sto accingendo: la parola chiave è immagine.

L’immagine della Polisportiva, che da trent’anni (un record!) riesce, tra mille difficoltà, a tenere accesa la fiammella dello sport (Calcio Ponza. Primi appuntamenti della stagione 2015-16).

L’immagine sconcertante, e purtroppo vera, che rimarca Cristina Vanarelli nel suo Quel che resta di Ponza è invece di quelle che fanno riflettere. La perdita di identità, la perdita di territorio, la conseguente banalizzazione della stessa offerta turistica: quante volte abbiamo parlato di queste cose su queste pagine di Ponzaracconta?

Eppure, finché ne parleremo, soprattutto finché sempre nuove voci si uniranno al coro, potremo continuare a coltivare la speranza di un radicale cambio di rotta.

Veduta da Cala Cantina. Scoglio della Tartaruga. Sfondo Forte Papa

E a parlarne, questa settimana è anche Giuseppe Mazzella (Paesaggi fornesi. La discesa a Cala Cantina). Perchè il modo sicuro di perdere la fruizione di un territorio, e favorirne il degrado, è la perdita della sua memoria.

Noi cerchiamo, come sempre, nel nostro piccolo, di favorire invece l’opposto: ne è prova, ad esempio, il prezioso lavoro che Rosanna Conte sta portando avanti sulla Ponza durante il confino: non solo per una doverosa ricostruzione storica degli eventi, di cui Ponza è stata protagonista, ma anche per rintracciarne il più possibile elementi di vita quotidiana (Dalle lettere di Umberto Greatti, uno sguardo su Ponza. (2).

Confinati-a-Ponza

Da quel che resta di Ponza a quel che resta di Zannone il passo è breve: Zannone: ne discute il Consiglio del Parco.
Il degrado imperante infatti non sfugge nemmeno sulla nostra isola più intima, silenziosa. E, come spesso accade, con un triste effetto ping-pong tra amministrazioni che lascia più ombre che luci sul futuro immediato. E con un quesito inquietante sui mufloni su cui cercheremo di fare più possibile chiarezza.

Due mufloni.3

Ma torniamo all’immagine.

Una immagine è anche quella che traspare dall’aneddoto riportato da Domenico Musco (Le prove di forza: ‘a sacchett’ ‘i cemènt), o dal racconto, inventato o reale che sia poco importa, di Franco De Luca (‘U cauzone ‘u muto).

Ma l’immagine più autentica, ed autenticamente ponzese, è quella di Luigi ‘u nero (Luigi ’u nero, raccontato da Giuliano Massari).

E quella di tutti gli altri (Luigi, Giustino, Ernesto…) che possiamo scorgere nel bellissimo video realizzato da Geo Magazine, di cui riportiamo il link.
Bastano poche immagini, poche parole, forse nessuna: ciò che è autentico sa di esserlo e non ha bisogno certo di corollari.

Luigino

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Ernesto

Guardate quel video, quei volti, l’appartenenza totale al proprio mondo: scorgerete come in un rito di iniziazione il senso di Ponza e di chi realmente ha conquistato il raro dono di riuscire a viverla.

Tutto il resto passa, e passa invano.

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