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’U cauzone ’u muto

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di Francesco De Luca
Bagno vecchio e faraglioni Calzone muto. Copertina

 

I faraglioni che si ergono antistanti la caletta del Bagno Vecchio vengono chiamati del calzone del muto. Quali siano questi calzoni e a quale muto siano appartenuti lo dirò in questo racconto, chiaramente inventato.

“La sorte giocò con lui fin dalla nascita. La madre volle chiamarlo Stanislao, in ricordo di un lontano parente, e poi le piaceva quel suono così diverso.

Stanislao crebbe come i genitori desiderarono e nel rispetto dei cromosomi ereditari perché venne su alto e grosso, al modo degli antenati. Peccato che parlò tardi e, in seguito, gli rimase una difficoltà ad articolare i suoni. Era come se avesse la lingua legata, per cui incomprensibile gli usciva il linguaggio e il suo stesso nome lo profferiva Lalà. Lui era Lalà.

Faceva il mozzo sui gozzi che pescavano stagionalmente i rotondi, i merluzzi, le costardelle. Guadagnava la giornata e rimaneva protetto dalla vigile mamma che attutiva la sua esistenza, preservandola da responsabilità e da incombenze impegnative. E lui la trascorreva prendendosi il piacere delle piccole gioie della quotidianità, nelle minute soddisfazioni che traeva dal sentirsi beneaccetto nel gruppo. Dove occupava un posto preciso. Lalà era richiesto per la forza delle braccia che metteva a disposizione di chi gli era affezionato e gli dimostrava amabilità.

Per tutti era ’u muto, il muto, perché il suo parlare si avvoltolava nella lallazione senza riuscire a produrre significati.

Quando il levante all’imbrunire si alzava piano piano e poi nella notte gonfiava il mare sì che il mattino seguente era interdetto ai gozzi prendere il largo, allora Lalà si muniva del bidone della salamoia che la mamma gli aveva preparato, sistemava la canna di quattro metri, che teneva riposta nella cantina, e andava a pesca. Il suo posto preferito era la caletta del Bagno Vecchio.

All'interno del 'tortano'

Altri accorciavano il cammino portandosi alla Parata. Ma lui preferiva il Bagno vecchio perché, nonostante fosse più lontano, dal pizzo del falcone in poi qualcuno lo chiamava dai campi, incontrava gente e poi, giù, proprio nella cala, c’erano quelli che intagliavano la montagna per farne pietre da costruzione. Erano prigionieri coatti, e la mamma gli aveva raccomandato di non mostrar loro simpatia. Ma Lalà li trovava bravi cristiani. Avevano certe facce però! Erano confinati sull’isola, fra i peggiori, per crimini commessi. Dimoravano là: in quel grottone ai piedi della spiaggia era il bagno penale.

Le grotte dei 'coatti'

Lalà scendeva i gradini intagliati nella roccia a picco sulla spiaggia. Qui si toglieva le scarpe perché doveva raggiungere quello scoglio piatto, a tre metri dalla riva. In quel punto le acque non sono tanto agitate perché i cavalloni vengono affievoliti da uno sperone di montagna che, allungandosi nell’acqua, ripara la caletta. Spandeva la salamoia e gettava l’amo.

Pescava e dalle grotte-cave ogni tanto qualcuno lo chiamava. Un saluto, un invito a far colazione. E sì perché intanto s’era alzato il giorno e il languore nello stomaco.

Verso mezzogiorno, dopo che i pesci gli avevano mostrato di essere ormai indifferenti sia ai bocconcini dell’amo sia a quelli elargiti con la salamoia, Lalà se ne andava. La qual cosa metteva in atto un rituale preciso. I coatti infatti fingevano di prendergli il secchio dei pesci, lo facevano scomparire e lui con pazienza a mostrarsi in collera. Quando infine faceva l’atto di andarsene indispettito, usciva il secchio, accompagnato da risate.

La parete verso la scarrupata

Gli anni passavano e nella famiglia di Lalà avvennero cambiamenti importanti. Il fratello Tonuccio si sposò ma, con il ripristino della colonia dei coatti, questa volta oppositori del Fascismo, preferì lasciare l’isola e trasferirsi ad Arbatax. A Ponza si respirava aria da galera. Cercò di convincere la madre a seguirlo ma lei non riusciva a veder futuro per Lalà. Le era rimasto solo lui dopo la morte del marito. Lo ricordava una gialla foto sulla lapide, dove lei ogni lunedì sostituiva il lumino, lottando col vento del mare, signore di quel promontorio.

Lalà previde che l’indomani sarebbe andato a pesca. E infatti il levante di notte mugghiò a raffiche e poi al venir dell’alba attenuò la foga. Il tempo migliore per pescare. Lalà prese l’occorrente e si mise in cammino. Sul pianoro degli Scotti incontrò Veruccio, anche lui andava a iniziare la giornata nei campi, sulla Guardia, in compagnia del somaro. Lalà scese nella caletta del Bagno Vecchio a rioccupare il solito posto. Come i gabbiani, che hanno luoghi preferiti e stanno lì per ore, stagliati nell’orizzonte; il mare nei piedi s’arruffa, il vento alza le piume.

Scese i gradini che la roccia nasconde e in quella cala il suo mutismo si confaceva al tutto. A vederlo da lontano mentre s’animava nel tirar su le occhiate recalcitranti sembrava parlasse. Normalmente.

Ora di lui potrebbero dire soltanto i sassi della spiaggia. I paesani ne hanno perso il ricordo; nemmeno una foto con i capelli all’umberto trema fra i ceri delle tombe; la colonia dei gabbiani si è rinnovata più e più volte.

Ma, andando in barca verso il faro della Guardia, sulla roccia grigia di quella punta che poi si incava a formare la cala del Bagno Vecchio, una roccia più bianca prende forma. Sono i calzoni di quel muto. Sono le braghe di Lalà. Impresse nel tempo affinché anche i luoghi abbiano un’anima.

Calzone muto

Anzi essa è tanto grande da impreziosire tutto il circondario. Sapete perché? Perché anche il faraglione prospiciente la cala del Bagno Vecchio è chiamato il “Faraglione del calzone muto”.
E pensare che Lalà su quel faraglione non v’ha messo mai piede!”.

Bagno vecchio e Faraglioni

Francesco De Luca (da “Il muto del faraglione” – Edizione Ponza; 1999)

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