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Un giro in gondola

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di Rosanna Conte

 

Nell’ultima settimana, il paesaggio del porto di Ponza si è arricchito della novità delle gondole.

A prima vista sembra strano vedere le quattro imbarcazioni lagunari attraversare la nostra baia, ma poi, come per tutte le novità ci si abitua.

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C’è chi ha scelto anche di fare un giro con i gondolieri forse per provare il brivido di essere a Venezia o solo per provare lo scivolamento sull’acqua proprio delle barche senza motore, oppure per sperimentare nuovi connubi di emozioni.
Io l’ho fatto per quest’ultimo motivo.

Non avrei potuto pensare di essere a Venezia solo perché stavo su una gondola – e nella baia di Frontone me ne sono ulteriormente convinta – né avrei potuto pensare di andare a recuperare alla percezione quello che è solo un ricordo – lo scivolamento sull’acqua della barca a remi -, sia perché sulla nostra isola, volendo, è ancora possibile provarlo, sia perché d’estate, e specialmente intorno alle 19.00, orario del giro in gondola, il porto diventa assordante per il rumore della miriade di barche a motore, di tutte le dimensioni, che rientrano.

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Ma che differenza ci può essere tra la gondola e la nostra barca a remi nell’attraversa il porto proprio intorno alla fatidica ora?

Per una barca, costruita per navigare nella laguna, affrontare il movimento delle onde, piuttosto confuso, del rientro dei natanti forse qualche difficoltà c’è, ma a questo provvede la perizia di conduzione del poppiere supportata dalla forza e abilità dei vogatori guidati dal ritmo del provino.

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Per me ponzese, abituata a vivere questa esperienza e, in genere, attenta a scansarla, affrontarla da una gondola ha creato un effetto straniante: guardavo incuriosita l’effetto che fa sui vogatori che cercavano di spiegarmi il perché del rallentamento e di prevenirmi sull’arrivo di qualche onda più alta.

Seduta, con la mia nipotina, nell’unico sedile del passeggero d’onore della Diesona, avevo di fronte il provino e gli altri due rematori. L’allenamento quotidiano al remo non è uno scherzo.

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Remare – e intendo saper usare il remo in alto mare e in tutte le condizioni meteo-marine – è un’abilità fondamentale per chi usa natanti e – come tante altre abilità in altri campi in cui la tecnica ormai la fa da padrona tra calcolatrice, correttore automatico, GPS e via dicendo – minaccia di scomparire.

E’ lodevole l’impegno di questi ragazzi che nella costanza nell’esercizio fisico trasfondono l’amore per la loro tradizione.

Superata la Ravia, la traversata è diventata meno mossa e lo sciabordìo del mare rotto dai remi ha potuto emergere nella sua dolcezza.

– Ma va lenta! – È stata la delusa esclamazione della mia nipotina.

Ma questo è il bello! Puoi osservare a tuo piacere tutte le barche che incontriamo, guardare il paesaggio nei minimi particolari e sentire il rumore del mare… La lentezza ti permette di godere più a lungo e più a fondo della bellezza e di non essere superficiale. Quando ci viene offerta, bisogna dire “grazie”.

Il provino mi ha spiegato i movimenti dei remi per frenare, andare a destra o a sinistra, illustrando le voci urlate dai rematori a Venezia in mancanza dei semafori.
Certo nel labirinto dei canali veneziani il rischio di scontrarsi è alto, per cui ci si è dati da secoli delle regole per prevenirlo.

Intanto siamo arrivati nella zona più interna di Frontone, dove il mare a quell’ora è piatto. Mi è stato spontaneo fare il paragone col mare della laguna, ma l’esclamazione del provino mi ha fatto capire che forse in questa esperienza di scambio culturale hanno acquisito molto di più i veneziani che noi ponzesi…
– Ma noi non abbiamo quest’acqua! Questa ti attira, ti chiede di tuffarti!…..

E l’ha detto con gli occhi che cedevano, innamorati, allo specchio d’acqua su cui la gondola si era per un attimo fermata.

Per noi ponzesi è normale quell’acqua: quello è il nostro mare, a cui siamo talmente abituati che diventiamo molto schizzinosi quando andiamo in altri posti dove il mare, pur essendo pulito, non ha i riflessi di smeraldo e la fresca limpidezza del nostro.

Lo spirito veneziano è riemerso nell’onore dell’alzata dei remi davanti ad un veliero che, pur non essendo veneziano, aveva inalberato lo stemma del leone di Venezia in onore dei gondolieri.

Senza dubbio le due associazioni – Settemari ed Arcanà – che si prefiggono di tutelare la secolare tradizione che attiene a tutto quanto c’è intorno alle gondole, dalla loro costruzione al loro uso, svolgono una meritoria azione culturale che per quanto possa essere presentata come far conoscere la tradizione veneziana nel mondo, in realtà punta a mantenerla viva nei veneziani.

E credo che il folto gruppo che è venuto a Ponza, al di là del piacere di conoscere posti nuovi, di farsi il bagno in un’acqua stupenda e di farsi una sana vacanza, abbia potuto rafforzare quei vincoli amicali e culturali che fanno bene alla crescita delle nuove generazioni, affinché non perdano le radici della loro appartenenza.

Dispiace non ritrovare situazioni simili a Ponza, dove il tessuto culturale locale ha accelerato la sua dissoluzione; del resto lo spopolamento non favorisce il mantenimento di tradizioni che afferiscono a tutti i campi, da quello del mondo del lavoro a quello delle feste religiose e dei rapporti sociali, e che, purtroppo, si affievoliscono anno dopo anno.

A voler restare nel campo delle gondole, basti pensare che si dimentica persino che la nostra tradizione di carpenteria affonda le sue radici nelle scuole di Torre del Greco o Castellammare.

E i nostri maestri d’ascia sono sempre stati bravissimi, ma se uno scafo veniva fuori con qualche difetto, in piazza lo si prendeva in giro dicendo che era andato a scuola a Venezia perché, come sappiamo, la gondola ha la chiglia curvata verso destra per controbilanciare la spinta dell’unico rematore previsto, che tenderebbe a portarla a sinistra.

E quante volte sono state fatte queste battute al bar di Ernesto!

Certo qualcuno avrà creduto a un legame con la regina dell’Adriatico, ma i nostri maestri d’ascia erano orgogliosi di corrispondere alle tecniche dei cantieri torresi.

Dei carpentieri presenti sull’isola, sappiamo che Silverio Parisi è andato ad imparare l’arte a Torre del Greco e con ottimi risultati, ma anche gli altri, come Porzio e Serto, seguendo la tradizione isolana mantengono alto il livello dei loro cantieri.

Forse per il motivo di cui sopra o forse per la spinta innovativa propria dei giovani, sappiamo che c’è stato qualcuno che ultimamente è andato ad imparare l’arte a Venezia.

Ci riserviamo di approfondire, ma se c’è qualcuno che vuole correggere o aggiungere può farlo attraverso i commenti.

 

Note

Il poppiere è il capo gondola, rema da poppa e mantiene la direzione;  nel nostro caso, era aiutato da un aiuto poppiere.
Il provino è a prua decide la cadenza la cadenza dei remi  a cui si devono attenere gli altri rematori.
La diesona è una gondola di rappresentanza: trasporta una sola persona molto importante e prevede 10 rematori.

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2 commenti per Un giro in gondola

  • isidorofeola

    Cara Rosanna, remare, remare, remare… io e tutti quelli della mia generazione lo sappiamo fare, e anche molto bene. Ma anche tanti ragazzi e ragazze lo sanno fare altrettanto bene (ricordiamoci dei passati fasti del “dragon boat” femminile che ha partecipato a competizioni mondiali fino all’estremo Oriente). Ma lo sai che in porto non si può andare a remi altrimenti ti fanno il verbale?? (lo stesso dicasi se vai in canoa, a vela, oppure, peggio ancora, se dai la cima di traino a qualche malcapitato che è rimasto in panne); forse i gondolieri avevano un permesso speciale… o forse no .
    Per quanto riguarda i mastri d’ascia ponzesi ricordiamo anche Alderico Mazzella e poi la tradizione continua con Silverio Vitiello che ha un cantiere in località Campo inglese.
    Nelle mie frequentazioni venete per motivi di lavoro (anni ’80, guardia medica distretto Conselve-Due Carrare, a pochi km da Venezia), mi sono recato molto spesso a Venezia per diletto ed ho visto la costruzione delle gondole in varie fasi di lavorazione in visite successive (allo “squero di San Trovaso”). Poi al museo storico navale un artista restauratore di origini ponzesi (Aldo Caselli, figlio di Stella Aprea) mi ha spiegato i trucchi per una buona conservazione delle barche d’epoca ivi custodite. Infine, al museo storico della navigazione fluviale di Battaglia Terme si ripercorre tutta l’evoluzione dei sistemi di trasporto fluviali e lagunari di persone e cose. In quest’ultimo museo, un collega, romano doc, che mi accompagnava nella circostanza ebbe ad osservare che… “tra tutte ‘ste barche viste, a me piace tanto la Topa..!”.

    p.s. : il caro Fabrizio con la consueta ironia e con il doppio senso che la parola indica voleva riferirsi alla “Topa” che è una imbarcazione tipica lagunare e fluviale a fondo piatto.(Esiste poi anche il Topo, più grande e la…Topetta..)

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