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Ponza e i turchi (1)

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di Alessandro Romano

 

Nei racconti isolani e nelle cronache antiche dell’arcipelago, emerge spesso la componente moresca, saracena o, comunque, musulmana quale minaccia per la sicurezza delle comunità residenti che, oltre alle mille difficoltà proprie del vivere nelle isole, avevano questa spada continuamente pendente sulla testa.

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Ma è stato sempre così? Quale era l’effettiva entità di questo pericolo? Da dove arrivavano le incursioni? Quali furono gli strumenti di difesa delle popolazioni?

Va premesso che la ricostruzione storica di tutto l’arco temporale nel quale si dipanarono le incursioni da parte delle popolazioni moresche è complessa ed, in alcuni punti, dispersiva, pertanto ci limiteremo a considerare la questione a partire dagli anni della colonizzazione borbonica.

Il primo elemento che di solito ingenera confusione è la storia riportata anche dal Tricoli sulla famosa incursione che “i mori della Siria” fecero nel 800 (IX secolo d.C.) quando devastarono e dispersero per sempre l’antica colonia greco-romana.

Si parla di confusione dato che le incursioni che avvennero in seguito, a partire dal 1600, erano di ben altra natura.
Infatti, in questo secolo l’azione araba era finita da molti anni ed un’altra potenza orientale nel frattempo si era affacciata fin dal 1453 nella storia del Mediterraneo: l’Impero Ottomano.

A questo punto necessita un’altra premessa e riguarda proprio gli ottomani. La maggior parte dei libri di storia e dei documenti, anche d’epoca, parlano di “pericolo turco”, ma non è esattamente così. La componente turca dell’Impero Ottomano era solo una delle sue 72 comunità identitarie. Comunità e nazioni (in senso lato) che costituivano un impero dalle molteplici confessioni religiose e dove quella turca era minoritaria.

Da queste premesse si deduce che l’espansione ottomana non era legata a motivi religiosi, o almeno non ne era la dominante ragione, e che già all’interno del vasto e potente impero vigeva una tolleranza razziale e religiosa addirittura superiore rispetto a quella delle comunità cristiane presenti nel Mediterraneo. Tra le tante fonti che confermano una tale considerazione, ve ne è una assolutamente interessante ed autorevole, in quel tempo riservata, che è il Senato di Venezia [(ASV, Sen. Disp. Mun. F. 3, 27.X.1645 (n.142)], che nel 1645 così certificava: ”(…) che la ragion obligava a favorir più li Turchi che li papisti, perché quelli permettevano la libertà della coscienza e questi no”.

Quando nel 1734 Carlo di Borbone conquistò quello che sarà poi il Regno delle Due Sicilie, nel Mediterraneo c’era una situazione alquanto variegata, dove la facevano da padrone le maggiori potenze del tempo: Spagna, Francia, Inghilterra e, naturalmente, Impero Ottomano.
Vi era inoltre un gran numero di altre forze minori che ruotavano intorno alla politica ed agli interessi della nazioni maggiori, presenti con roccaforti, porti, enclavi e reggenze; esse parteggiavano una volta per l’una e un’altra per l’altra a secondo degli interessi e delle convenienze economiche e commerciali del momento.

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Carlo III di Borbone (1716-1788), ritratto da Anton Raphael Mengs (1771)

Carlo di Borbone aveva conquistato uno Stato in rovina, reso indipendente in un contesto internazionale delicatissimo e in più per i tre quarti lambito da un mare insidioso “dove il turco la faceva da padrone”.
Ciò che, tra l’altro, avviliva non poco il giovane re era la flotta militare a sua disposizione: otto scorridore armate di vecchie colubrine dismesse dalla Spagna. In più, l’estesa e tormentata costa presentava solo 29 fortezze e dei presidi (male) armati posti in difesa di città non fortificate. Una situazione militare tragica, ottimale per i pirati ed estremamente pericolosa per le popolazioni rivierasche.

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Nave corsara

L’informatore militare D’Onofri così scriveva al re: “(..) i pirati e i turchi eransi fatti cotanto arditi che avvicinavansi a’ nostri lidi, e faceano delle sorprese a paesi e città, ed appena uscivano i bastimenti carichi di mercanzie erano subito predati, e spessissimo conducevano ancora schiavi ne’ loro barbari paesi quantità di cristiani”.

Combattenti ottomani. Di terra e di mare

Combattenti ottomani. Di terra e di mare e, (sotto), Ottomano moro d’Africa (Tunisia)

Ottomano - moro Africa (Tunisia)

Infine ciò che rendeva la situazione maggiormente frustrante, era la condizione di subalternità politico-militare che il giovane re era costretto a subire dalle potenze del tempo.
Era chiaro che in una tale precaria situazione, non si poteva sperare in nessuna ripresa economica e nessun progetto di sviluppo marinaro e costiero avrebbe potuto prendere forma.

È in questo clima di profonda incertezza che parte la prima colonizzazione delle Isole Ponziane dove – non per “capriccio reale” (come qualcuno scrisse e ancora scrive) – i primi interventi furono finalizzati solo alla presa di possesso, in tutela del diritto dinastico, sforzandosi di operare il miglioramento e la continua vigilanza delle fortificazioni e dei presidi militari già esistenti.
Tra i pochi fortini censiti sulle Isole Ponziane, quello più instabile e malandato appariva la torre del porto di Ponza (il ‘lanternino’) realizzato in epoca precedente dai Farnese che proprio i turchi avevano minato e gravemente danneggiato nell’estate del 1655. Una situazione isolana carente che rispecchiava quella dell’intero Stato.

La “torre del porto” devastata dai turchi, non era l’attuale “Torre dei Borboni” (mai assaltata, a parte Pisacane) ma proprio il ‘Lanternino’ attuale che non era fatto come oggi lo vediamo: sulla stessa base circolare si ergeva per almeno quattro volte l’attuale altezza e in cima era posto l’albero a croce per le segnalazioni ‘a bandiera’. I turchi lo minarono alla base e lo distrussero. I Borbone lo liberarono dalle macerie e lo restaurarono come oggi lo vediamo. Tuttavia nel corso degli anni il Lanternino ha avuto sempre problemi statici quali conseguenze di quell’esplosione.

In questo quadro a tinte fosche, considerato che le fortezze e la flotta non potevano essere realizzate in tempi brevi e che non vi erano i fondi necessari alla loro realizzazione, vi era una sola soluzione: eliminare il pericolo stipulando un trattato di pace con gli ottomani.

Nave ottomana da corsa
Nave ottomana ‘da corsa’

Fu in quest’ottica che nel 1735 il re incaricò la “Giunta di Commercio napoletana” di provvedere alla stesura di un “progetto di riforma delle dogane, al miglioramento delle attrezzature portuali, all’istituzione di una giurisdizione consolare ed alla conclusione di trattati di commercio”.
Detta commissione, tra il dicembre del 1735 e l’aprile del 1736, tra l’altro, stilò la bozza di un trattato commerciale con i turchi ed i mori d’Africa, da loro dipendenti, a condizione che: “(…) si eguagliassero i dazi degl’infedeli a quelli pagati dagli altri, si vietasse la preda contro i nostri alleati per lo spazio di ottanta miglia da’ nostri lidi; e non ci mutassero in nemiche le nazioni amiche”.
Avuto l’assenso-incarico da Carlo di Borbone, nel luglio del 1736 fu stabilito dal conte Claudio Alessandro di Boneval un primo contatto con il sultano ottomano che apparve molto lusingato della proposta e disponibile ad ogni trattativa.

Gli interessi degli ottomani a stipulare trattati con l’Occidente europeo erano di due tipi: 1) politico-strategici e 2) commerciali.

1) L’impero Ottomano dopo la devastante sconfitta subita nella battaglia di Vienna, avvenuta il 12 del settembre del 1683, aveva iniziato la sua parabola discendente con un lento ed inesorabile arretramento sia terrestre che marittimo dall’Europa e dai Balcani. Stipulare trattati di amicizia con gli stati cristiani pacificava il fronte contribuendo a mantenere lo status quo nelle colonie e nei possedimenti (Reggenze). Però la linea comune tra le nazioni cristiane era quella di non stipulare accordi con il turco, alimentata tra l’altro dal papato alla continua ricerca di un’alleanza militare che consentisse una crociata per la conquista non più della Terra Santa, ma di Costantinopoli.
L’accordo di Carlo di Borbone in parte sconvolse una tale linea e fu perciò accolto con enorme piacere dal sultano.

2) Dal punto di vista commerciale la convenienza era reciproca. L’Impero Ottomano proprio in quel periodo era in preda a pesanti carestie, mentre Napoli era alla ricerca di canali di commercio nuovi e, soprattutto non occupati già dalle potenze, fondamentali, per il rilancio della sua economia nascente.
Uno dei tantissimi segnali dell’interscambio economico-culturale in atto sta proprio nell’arte del ’700 napoletano, dove i tratti orientali e turchi emergono in molte occasioni. Nei presepi, per esempio, i mori portano vesti e copricapo ottomani; ma anche i vestiti e le fogge dei pescatori napoletani, spesso hanno caratteristiche ottomane. È proprio grazie ai turchi che a Napoli giunsero dalla Siria i primi bachi da seta che consentirono l’impianto delle coltivazioni di Maddaloni e di San Leucio [per tutti i riferimenti nel sito, digitare – San Leucio – nel riquadro “Cerca nel Sito”, in Frontespizio].

Istanbul-Moschea-Blu

 

Premesse tutte le difficoltà su accennate, quale giustificazione, il re di Napoli chiese al re di Spagna, suo padre, Filippo V, il permesso di poter procedere direttamente, attraverso la real diplomazia napoletana, a stipulare un trattato con gli ottomani.
Il re di Spagna espresse al re di Napoli tutte le sue perplessità in merito all’ipotetico accordo, soprattutto considerato che la controparte era il nemico principale della cristianità.
Nella conclusione della sua risposta, rispettosa ma determinata, Carlo rimarcò: “ (…) vi è tanta differenza tra la situazione e le forze della Spagna, e la situazione e le forze delle due Sicilie, che non si possono queste ragionevolmente astringere a conformarsi in questo punto alla Spagna (non c’è paragone di forze), oltre di ciò si riferiscono varj esempi di diversi Re di Spagna i quali hanno più volte fatta la pace co’ Mori”.
Le trattative con gli ottomani iniziarono subito dopo e si dilungarono (per effetto del boicottaggio diplomatico delle potenze e del papato) tra alti e bassi per ben tre anni e, finalmente, il 7 aprile del 1740 l’accordo di pace e commercio tra gli ottomani (“i Turchi”) ed il Regno di Napoli fu firmato.

 

Immagine di copertina
Istànbul. La Moschea Blu, conosciuta anche con il nome Sultanahmet Canili (1597-1616)

[Ponza e i turchi. (1) – Continua]

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