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i-26 f-ab 61 71 17 Una cintura di cistoseria a pelo d'acqua

Quelle ‘marenne’: il sapore dell’infanzia

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di Luisa Guarino
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Più evocatrici dei biscottini ‘madeleine’ di Marcel Proust, le melanzane nei ‘boccacci’ (barattoli) di cui parla Sandro Vitiello (leggi qui), mi richiamano alla mente una serie di gustose ‘marenne’ che appartengono all’infanzia e all’adolescenza ponzesi.
In primis appunto le melanzane sott’olio disposte dentro un ‘culetto’ di ‘palatella’ (filone di pane) – Silverio Lamonica lo chiama ‘u culurcio (leggi qui) – NdR -, magari un po’ abbondante così c’era anche un po’ di mollica, in cui l’olio condito trovava il suo ‘habitat naturale’. Sulle melanzane esistono scuole di pensiero diverse: chi le preferisce durette (‘rusecarelle’) chi meno, chi molto acetose chi meno.

Ma era buono anche pane e provolone, con la provoletta rigorosamente Galbani, ammorbidita dal caldo estivo: una sciccherìa! E cosa dire della palatella riempita di melanzane fritte, con o senza uovo, quelle che poi si usavano per la parmigiana e sono ottime anche senza pomodoro, purché ci sia l’immancabile foglietta di basilico.
Fin qui le “marenne” con il pane asciutto. Però c’erano anche quelle con il pane bagnato. Bagnato a freddo per il classico pane e pomodoro, con la variante della ‘fresella’ che però a casa mia non aveva grande seguito. Bagnato freddo era anche la base ideale per cucchiaiate di carne macinata fritta ben bene nell’olio, base del sugo. Prima di aggiungere cipolla, altri odori e naturalmente salsa di pomodoro, nonna Fortunata faceva rosolare il macinato, buonissimo, niente a che vedere con quello di oggi: e lì, nella cucina di casa, a Via Roma, era veramente una gara a chi finiva prima.

Mia nonna non era una grande mangiatrice: le piacevano poche cose, ma saporite e fatte bene. Preparare queste ‘marenne’ per me e mio fratello per lei era davvero il massimo. Ma non finisce qui: quando cucinava le lenticchie, i fagioli e il brodo, immergeva le fette o i culetti di pane nella pentola che bolliva, con il mestolo bucato, stando bene attenta che nessuna briciola cadesse. Poi metteva il pane nel piatto, lo condiva con olio e sale e il gioco era fatto. Confesso che ho conservato quest’abitudine, e non ci rinuncio mai, in particolare con le lenticchie, così saporite.

Ai neofiti e a chi non è di Ponza spieghiamo che la ‘marenna’ non ha niente a che fare con la ‘merenda’, quella che i bambini consumano di pomeriggio, per interrompere l’intervallo troppo lungo tra pranzo e cena.
La ‘marenna’ è intrigante e sfiziosa, politicamente scorretta (che bisogno c’è di mangiare tra colazione e pranzo?) ma proprio per questo irresistibile. Non so se l’uso si mantiene ancora: oggi tra bar e un’offerta sempre più ampia, ci sono tanti snack da smangiucchiare.
Appunto, ma noi parliamo di mangiare, gustare, assaporare. Ecco perché una ‘marenna’ è il meglio che ci sia: e non è uno slogan pubblicitario.

 

'A marenna

 

Nota
Sulla marenna ponzese si possono ormai scrivere tesi di laurea: leggi qui per l’etimologia e/o digita – marenna – nel riquadro “Cerca nel sito”, in Frontespizio (NdR).

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