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Parlando di melanzane sott’olio…

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di Sandro Vitiello

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Ci vuole parecchia fantasia ad “obbligare” il resto della famiglia a sbucciare, tagliare, mettere sotto sale e poi dopo un giorno strizzare, mettere sotto aceto e poi ancora strizzare e mettere sotto olio, origano e peperoncino dieci casse di melanzane.
Ma che te ne farai mai di tutte queste melanzane?

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Ma ti sembra il caso, con il caldo che fa, di stare lì a farti prendere in giro per le tue origini terrone, che non ti abbandonano neanche dopo quaranta anni di vita passati altrove, sopra al Po?
Che vi devo dire: ognuno è quello che è.
Puoi far finta di sembrare acculturato e integrato ma poi arrivano alcuni momenti e quella “brutta bestia” che è il tuo imprinting salta fuori e non ce n’è per nessuno.
Melanzane a luglio, uva sotto spirito a settembre, zeppole a Natale e la chiudo qui altrimenti sembra di stare in una commedia di De Filippo.

Ma, al di là del folklore, da dove nasce questo bisogno di riaffermare attraverso alcuni gesti l’appartenenza ad un mondo, la conservazione di alcune abitudini, il proporre queste – le abitudini – come essenza dei luoghi di nascita ai quali ci si sente legati, a prescindere.
Non ne so dare una spiegazione completa ma provo a raccontare partendo da quelli che sono i miei ricordi.

Le donne di Ponza, quelle dei tempi di mia madre, donne nate all’inizio del secolo passato che hanno giocato un ruolo da protagoniste fino agli anni ottanta, erano donne che passavano gran parte delle loro giornate lavorando duramente.
Oltre alla casa e ai figli e al marito, gran parte di queste donne provvedeva anche a curare la vigna, zappare la terra e raccogliere i frutti.
Passavano il resto del tempo a conservare per la stagione invernale tutto quello che poteva essere conservato.
Dalla frutta essiccata o lavorata, dal pesce conservato agli uccelli messi sotto sale a tutto il resto, le donne passavano gran parte delle loro giornate impegnate in queste faccende.
Spesso lo facevano in compagnia di amiche o di vicine di casa e mentre lavoravano ragionavano e spettegolavano sulle persone e sulle cose della vita.
Il nostro piccolo mondo era soprattutto questo.
C’erano le feste ed era un piacere esibire qualcosa di speciale messo via apposta per essere tirato fuori dalla dispensa nelle giornate da ricordare.
C’erano gli amici da andare a trovare ed era importante portare loro qualcosa di personale, fatto con le proprie mani.
Era come donare una parte di sé.
Era come dire “ti ho pensato quando ancora non sapevo che ti avrei rivisto”.

Questi gesti, queste attenzioni sono, a mio parere, segno di civiltà, di sensibilità, di attenzione.
Sono anche segno di cultura.
In tutti i miei viaggi da e per Ponza non ho mai viaggiato “leggero”.
Uno che mi conosce mi ha definito “purtariello”.
Ci ho riflettuto un po’ e devo dire che ci ha azzeccato.

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Ma che te ne fai di tutte quelle melanzane?
Scommetto che a Natale non ci arrivano: ho parecchi amici a cui ho raccontato la bellezza di Ponza anche con un barattolo di melanzane sott’olio.

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