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Epicrisi della domenica (23). Con San Silverio ed il vento in poppa



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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio
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Nella settimana appena trascorsa, tra gli scritti che il sito ha ospitato, come prevedibile ce ne sono alcuni che parlano di San Silverio.
Al di là della circostanza che sabato prossimo si celebra la sua festa, la figura di questo Santo è presente nella vita di tutti i ponzesi e lo è anche in quelli che vivono lontano da Ponza.

San Silverio rappresenta il legame forte con l’isola, è un compagno di viaggio ed è un amico cui puoi rivolgerti anche se non sei credente.
Dipenderà dal fatto che siamo cresciuti imbevuti del mito di questo Santo o dal fatto che le madri ci consegnavano nel momento dei distacchi e delle partenze una sua immaginetta da portare sempre con noi.

Così capita che, rovistando tra foto, lettere e cartoline o facendo ordine tra le cose, ne compaia una all’improvviso, a volte bella nitida e ricca di colori, altre volte stropicciata o mancante di qualche pezzo, come quella nascosta di cui parla Martina.

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Scrivendone mi viene in mente un episodio che mi raccontava mio padre, legato al periodo di servizio svolto nei fari della Sicilia negli anni della guerra.
Lui non è stato al fronte e non ha vissuto particolari situazioni di pericolo ma, in quanto dipendente della Marina Militare, era un para-militare e, come tale, aveva degli obblighi da rispettare.
Il faro andava presidiato e non poteva essere abbandonato; mi raccontava così che durante i bombardamenti, quando gli altri raggiungevano i rifugi, lui si raggomitolava in un angolo della torre del faro stringendo tra le mani un’immaginetta di san Silverio che recuperava dal portafoglio dove piegata in quattro, di norma, era custodita.
E capitava a volte, quando le granate sembravano cadergli addosso, di stringerla addirittura tra i denti quasi a voler far sentire al Santo meglio il suo grido d’aiuto.
L’ha conservata per tutta la vita quell’immaginetta che mostra ancora oggi evidenti i segni dei morsi ricevuti.

Il ricordo del Santo rivive anche nella suggestiva cerimonia dell’ entratura della festa raccontata da Luisa.
 Ricorda Luisa come all’indomani di questo evento il Santo va ad occupare la nicchia dell’altare centrale della chiesa della SS. Trinità.

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Chiesa della SS. Trinità e parrocchia dei Santi Silverio e Domitilla: oggi nel pensiero dei più rappresentano la stessa cosa ma così non è, e Franco De Luca ci spiega come si origina questa “divaricazione” e come sia dipesa in parte anche dai complicati meccanismi con cui venivano gestiti i rapporti tra chiesa e potere regio.
In ogni caso la distinzione ha una data e risale al 1775, quando il re Ferdinando di Borbone dispose la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale avvalendosi delle competenze del Maggiore del genio Antonio Winspeare e dell’architetto Francesco Carpi.

E Franco ci porta per mano, quasi come in processione, a scoprire le altre piccole cappelle sparse per l’isola, come quella rurale dedicata alla Vergine delle tre Corone dalle parti di Le Forna, la cappella votiva di Sant’Antonio abate all’imboccatura della strada Panoramica, per finire alla cappella d’a Madunnella situata sulla collina della Madonna, legata al culto della Madonna della Salvazione nei confronti della quale la devozione da parte dei pescatori è pari a quella che si ha nei confronti di San Silverio.

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Scopriamo in questo viaggio virtuale date, fatti, aneddoti, personaggi a volte poco noti ma importanti perché, in qualche modo, hanno contribuito a fare la storia di questo complicato scoglio.

Quanta ricchezza – mi viene da dire – racchiusa in questo lembo di terra!
E quanta ricchezza umana esprimono certe iniziative di oggi come la nascita della cooperativa Vento in Poppa e l’affiliazione della Polisportiva Dil. Ponza alla F.I.C.K. per lo sviluppo dello sport della canoa a Ponza.
 Nell’una e nell’altra ci sono l’impegno, il senso della cooperazione, la condivisione della fatica, la creatività e soprattutto l’attaccamento alla propria terra e al proprio mare; la matrice di entrambe è nel recupero della tradizione ed il collante è la socialità.

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Queste cose possono fare la differenza del vivere sull’isola e rappresentano la chiave di svolta per l’inizio di un percorso virtuoso.
Ci piacerebbe, come avvenuto per Arbatax, diventare borgo marinaro, non per fregiarcene ma perché il “borgo” dà il senso dell’essere insieme e dell’attaccamento alla propria storia che, anche se fatta di migrazioni e di distanze, può diventare elemento di richiamo e di avvicinamento.


Elementi di richiamo sono le bellezze naturali di Ponza: in particolare, quelle con le quali si è determinata una frattura che fatica a rinsaldarsi. Mi riferisco alla spiaggia di Chiaia di Luna che, nonostante sia considerata tra le più belle del pianeta, stenta a proiettarsi in un futuro fatto di fruibilità;

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mi riferisco al faro della Guardia al quale burocrazia, leggi, immobilismo ed assenza di decisioni hanno creato intorno una corazza impenetrabile che, se non rimossa, ne determinerà nel volgere di qualche anno la fine.
Qui c’è un impegno con noi stessi, oltre che nei confronti della comunità isolana, di fare sì che la situazione possa essere rimossa. Possibilmente senza ricorrere alle azioni di ‘disobbedienza civile’ che teorizza Thoreau (e racconta Sandro).

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E, prendendo spunto dal “Canto dei confinati proposto da Rosanna, vorremmo anche recuperare, catalogare, custodire in un Museo i tanti documenti legati alla storia dei confinati e alla loro permanenza sull’isola, i carteggi, la corrispondenza intercorsa con i familiari. Perché anche questo vuol dire legare l’isola al mondo ed essere magari in grado di aiutare chi, come Damjan Petrovic, cerca di ricostruire la vita di partigiano montenegrino di suo nonno, passato per Ponza in anni bui.

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Intanto Adriano Madonna porta “a galla” con i suoi preziosi scritti, una parte del mondo marino di cui, pur se tanto vicino alle nostre conoscenze, poco sappiamo; e ci dice cose sulla vita e sul modo di riprodursi dei polipi, delle stelle marine, dei ricci di mare che ci lasciano con la bocca aperta e ci fanno amare ancora di più quel mondo di acque che ci avvolge.

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Parlando di mare è facile aggrapparsi alle “profondità” che vengono fuori dagli scritti proposti da Sandro nel presentare il nuovo libro di Bjorn Larsson “Raccontare il mare”.
 Mi piace riportare questo passaggio:
 “Il mare è uno specchio perché riflette fedelmente la nostra immagine. In mare non vale la pena di fingere o salvare le apparenze. Finzione e millanteria sono presto punite. Conrad parla dei suoi anni in mare come “di quel genere di esperienza che insegna a poco a poco all’uomo a vedere e a sentire”.

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L’osservazione di Larsson mi spinge a formulare un’idea: forse facciamo ancora in tempo a farci raccontare dagli uomini di mare della nostra isola – da quelli che ancora rimangono – il loro vissuto fatto di rotte tracciate e seguite, di angosce, di sogni e di paure. Per custodirne gli insegnamenti, per non pentirci di non averlo fatto.

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