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Che ne facciamo della nostra Repubblica?

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di Rosanna Conte

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E’ vero!
Il disastro sociale, politico, economico e morale che sta sotto i nostri occhi è innegabile e l’articolo di Vincenzo ed i commenti al esso correlati (leggi qui) ci offrono lo spunto per comprenderne la complessità.

Si percepisce chiaramente che la democrazia parlamentare italiana è scomparsa, la Costituzione – sconquassata prima dai graduali svuotamenti dei suoi principi e delle sue regole e poi dalla manomissione aperta con le cosiddette “riforme” di questa legislatura – è ritenuta ‘ferro vecchio’, le istituzioni non sono adeguate ai tempi, la corruzione dei politici e la loro facilità a compiere reati scandalizza sempre meno persone e la gente non va più a votare.

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Questo disastro accentua sempre più il divario fra una realtà nazionale degradata e la retorica ufficiale nazionale che festeggia con parate militari i 69 anni della nascita della Repubblica italiana emersa dalle distruzioni di una guerra e costruita sull’impalcatura di una costituzione ormai misconosciuta..

Referendum 2 giugno '46

La Settimana Incom del 15/06/1946 – Vedi filmato Archivio Luce

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Vorrei, però, provare a spostare leggermente il tiro.

E’ vero che oggi le decisioni politiche sfuggono ai singoli stati, diventati esecutori della volontà di centri di potere collocati altrove e in continuo spostamento, ma piuttosto che parlare di inadeguatezza delle nostre istituzioni per gestire le trasformazioni in atto, io sottolineerei l’insipienza e la voracità della classe politica, da noi scelta negli ultimi decenni, che non ha pensato al futuro, ma solo al qui ed ora privilegiando i propri interessi e solleticando i peggiori istinti nei suoi elettori.

Se, invece di sconquassare la Costituzione con manipolazioni varie e la coscienza civile del paese con leggi vergogna, avesse fatto riforme serie (es. combattere la corruzione, alleggerire l’iter legislativo, creare un mercato del lavoro efficiente e non distruttivo della forza lavoro, sviluppare ambiti economici che potessero integrare od essere alternativi all’industria, come i beni culturali e il turismo, incentivare la ricerca…) probabilmente avremmo potuto gestire le conseguenze della globalizzazione e la società liquida che ne è derivata incidendo molto più di quanto oggi possiamo fare.

Ma tant’è, e considerato che questi politici ce li siamo scelti noi, siamo certamente conniventi e l’osservazione di Palmerino (v. Commento all’articolo di Vincenzo: link già riportato) sulla necessità di cambiare i nostri schemi mentali almeno per questo aspetto è condivisibile.

Del resto, vista la penetrazione di politici e amministratori di pessimo stampo (concussori, ladri, evasori ecc.) in tutti i livelli istituzionali e la loro appartenenza a quasi tutti i partiti, si può pensare che la maggioranza degli italiani sia come loro.

Sicuramente nelle pieghe di ogni comunità ci sono coloro che si sentono più tranquilli se governano persone che abbiano orizzonti mentali simili ai propri, ma si spera che quelli poco raccomandabili non siano la maggioranza e che ci siano anche cittadini che partecipino e controllino per consentire una normale vita democratica.

Il problema, però, è che accanto a quella minoranza si è formata un’alta quota di elettori che non si interessano di politica per i più svariati motivi, tra i quali, oltre al disincanto, alla delusione, alla caduta delle ideologie, ci sono senz’altro quelli determinati dall’avanzare della società liquida una società in cui non trova posto una progettualità a lungo termine, quella che si fa per delineare la propria vita e quella che è richiesta all’azione politica (1).

Il disinteresse legato a problemi esistenziali è di difficile recupero perché è un habitus mentale di fondo, specie nelle nuove generazioni e non riguarda solo gli italiani.

Tuttavia è l’Italia ad essere uno dei paesi europei più corrotti – è fra gli ultimi in classifica con Grecia e Bulgaria – mentre a livello mondiale è giù, al 69° posto della classifica di Corruption Perception Index 2014 di Transparency International (2); inoltre, è  anche  ad un passo dai paesi europei che sono  più rovinati dalla crisi.

Quindi sarebbe necessario il coinvolgimento attivo, partecipato e rinnovato delle nuove generazioni che possono contribuire a spezzare un sistema politico corrotto, incancrenito e saldamente arroccato nei centri legislativi e di potere del nostro stato.

Su quali basi si può creare l’aggregazione?

Silverio Tomeo, in un commento allo stesso articolo, per Ponza, dice che l’appello al cambiamento, a non finire nel nulla, al riscatto, può essere recepito dai “migliori”.

Palmerino, più giovane, suggerisce che la rete veicola valori aggreganti come la difesa dell’ambiente e ci libera dal messaggio televisivo invadente e totalizzante che proiettandoci in un mondo virtuale addolcisce l’angoscia dell’incertezza della vita quotidiana.

C’è da dire che la rete è utile e favorisce l’autonomia se si sa usare, se si sa comprendere il ciarpame che circola e produce e se si riescono a istituire dei sistemi di difesa, altrimenti non serve o può essere addirittura deleteria. Non per niente è presa d’assalto da politici, amministratori, e personaggi vari che usufruiscono della libertà di parola ed immagine senza i vincoli, per quanto ridicoli, delle televisioni.

Insomma è pur sempre la persona e non il mezzo a determinare la sua autonomia, per cui bisogna considerare le luci che guidano gli individui in questa marcia senza bussola nella società globalizzata, cioè i loro valori.

Oggi è difficile rintracciare quelli utili alla sopravvivenza di una qualsiasi società; il valore della solidarietà è stato declassato a ‘buonismo’, quello del rispetto dell’altro è stato soppiantato dall’imposizione prevaricante individuale, quello della collaborazione e partecipazione dal decisionismo di chi crede di avere potere perché è stato eletto (ma anche se non lo è stato, es. Renzi), la magnanimità – parola del tutto sconosciuta oggi – dalla meschineria della sopraffazione, la tutela dell’ambiente dall’interesse economico e dallo sviluppo di un fantomatico progresso.

Questo, giusto per avere un’idea.

Ma se tutto è destinato a cambiare, forse è il caso di salvare quanto può servire a conservare almeno relazioni umane costruttive, come il rispetto dell’altro, la collaborazione, la solidarietà, altrimenti rischiamo che l’esplosione di individualismo che caratterizza i nostri giorni non sia più ricomponibile e non so se si potrà continuare parlare a buon diritto di società

Temo che, in tal caso, alla stragrande massa delle persone, verrà lasciata una parvenza di libertà a cui già da tempo ci hanno abituati il consumismo, la moda, il “così fan tutti” e che si denota anche nella mancanza di indignazione per quanto abbiamo vissuto negli ultimi decenni e stiamo vivendo oggi.

Siccome niente nasce dal nulla e avere una base di partenza aiuta, ricordiamo che abbiamo un ottimo punto di riferimento dove attingere ispirazione e, parafrasando il Foscolo dei Sepolcri, andiamo là dove ci parlano i grandi che ci hanno preceduto e che sono i veri grandi, nulla a che vedere non gli impostori e gli imbonitori delle ultime generazioni.

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Composizione dell’Assemblea Costituente che diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana, dal 25 giugno 1946 e il 31 gennaio 1948 (da Wikipedia)

E’ nella nostra Costituzione che troviamo scolpiti i valori che sono serviti per ricostruire il nostro paese dilaniato e distrutto dalla guerra e dal fascismo. Li hanno individuati e fissati in legge coloro che si erano battuti per la libertà e la democrazia pagando con il carcere e il confino, col dolore e le fatiche, con le angosce e i drammi vissuti nella loro lunga lotta.

Accanto ai principi di solidarietà e uguaglianza, si possono trovare tutti quelli che servono per costruire o ricostruire una società più a misura d’uomo, dalla tutela dell’ambiente e dei beni culturali (art 9) al ripudio della guerra (art.11), alla garanzia della libertà personale (art.13) fino alla necessità per chi svolge funzioni pubbliche di adempierle con dignità e onore (art. 54).

E’ vero, alcuni articoli sembrano o sono superati, come quello sul lavoro, ma il problema è individuare gli adeguamenti intelligenti per cambiarli in modo che siano comunque finalizzati al bene collettivo, cosa che, purtroppo, non riesce alla nostra classe politica.

Possono sembrare valori appartenenti a un altro mondo e senza presa sull’oggi?

Non direi visto che Tsipras e Pablo Iglesias hanno parlato alla loro gente, recuperando al discorso collettivo anche coloro che se ne erano allontanati, in nome dei valori di solidarietà, collaborazione, partecipazione, giustizia sociale ed hanno ricevuto una risposta positiva.

Certo, non sappiamo se nella lotta contro il potere globalizzato riusciranno a farcela, ma si può tentare di formare ed ampliare un nucleo aggregante con chi non vuole accettare che la propria vita sia schiacciata dalla concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di pochi.

Allora, non dimentichiamo la nostra Costituzione che può dirci ancora qualcosa.

La vogliamo ricordare con questo filmato dell’Istituto Luce che riprende l’insediamento dell’Assemblea e la nomina di Saragat a suo presidente (3).

 

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1) E’ dagli anni ’80 che la società ha iniziato a liquefarsi e l’individualismo ha soppiantato la ricerca del benessere collettivo, il fugace apparire ha cominciato a prevalere sul sempre più instabile essere e il disimpegno l’ha avuta vinta sull’impegno.
La scomparsa del futuro ha costretto le persone ad alleggerire il proprio bagaglio di conoscenze e attività a vantaggio di una maggiore pluralità di piccole competenze da spendere se e quando si presentasse una opportunità momentanea di lavoro o di relazione, pronte sempre al cambiamento perché, non essendoci più certezze, ogni situazione è di breve respiro.
In questo contesto è stato naturale deresponsabilizzarsi dalla partecipazione politica percepita come luogo momentaneo di interessi individuali e non collettivi e non più, come una volta, luogo della gestione dell’esistente e della progettualità.

2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/03/transparency-2014-italia-prima-in-europa-per-corruzione-sorpassate-bulgaria-grecia/1246545/

3) L’Assemblea nominò al suo interno una Commissione di 75 membri, incaricati di stendere materialmente il progetto generale della Costituzione, suddivisa tre sottocommissioni: diritti e doveri dei cittadini, presieduta da Umberto Tupini (DC); organizzazione costituzionale dello Stato, presieduta da Umberto Terracini (PCI); rapporti economici e sociali, presieduta da Gustavo Ghidini (PSI).
Un Comitato più ristretto, formato da diciotto deputati, si occupò di redigere la costituzione, coordinando ed armonizzando i lavori delle tre commissioni.
Questo progetto di Costituzione
 fu portato in aula il 4 marzo del  1947: l’Assemblea, dopo un’ulteriore discussione, l’approvò definitivamente il 22 dicembre dello stesso anno ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948.

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4 commenti per Che ne facciamo della nostra Repubblica?

  • Il presidente Mattarella commentando la grande astensione al voto regionale di domenica ha dato la colpa alla litigiosità dei partiti.

    Io assolutamente non credo sia così.
    Le persone decidono, non votando, di non accettare l’inutile messinscena della politica di questi partiti. Questi partiti non rappresentano i loro bisogni.

    E’ finita una storia, la società massificata è finita, è finita la guerra da un pezzo e quei partiti che hanno mediato quel passaggio dalla ricostruzione al pieno sviluppo industriale sono finiti. Siamo passati dalla piena occupazione, dall’operaio massa all’operaio diffuso per arrivare fra breve alla piena disoccupazione e all’operaio gassoso.

    Il termine ‘gassoso’ l’ha usato Cacciari proprio ieri descrivendo il partito di Renzi. Lui galleggia su una nuvola che rappresenterebbe un progetto pensato solo dalla sua testa e sotto, a sorreggere la nuvola, ci sono i suoi uomini a interpretare il messaggio del capo, ma con i piedi attaccati alla realtà a collegare ‘il mondo di sopra al mondo di sotto’ c’è la politica reale che si dimostra corrotta.

    Capisco il messaggio di Rosanna: “non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca”, ma nessuno è in grado di decidere cosa salvare… non è mai stato così: i fondatori prendevano ordini chi dagli Stati Uniti e chi dall’Unione Sovietica e per farli sedere ad un tavolo di trattative hanno dovuto massacrare intere generazione di uomini donne e bambini.

    Il capitalismo ha in sé il germe del rapido cambiamento, le società vengono plasmate e le istituzioni si devono adeguare, devono essere funzionali a questi repentini cambiamenti. Siamo in un momento di nuovo assestamento, le istituzioni faticano ad impossessarsi dei nuovi meccanismi di nuova rappresentanza e quindi di governare i bisogni di tutte le minoranze nelle nostre società; ecco perché il pacato Monti oppure l’istituzionale Letta non andavano bene: troppo lenti per far finta di governare.

  • Silverio Tomeo

    Giusto per amore di geneologia culturale. E’ in “Modernità liquida” del 2000 che Zygmunt Bauman, nella prefazione, parte dal “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels dove si parlava, più di un secolo e mezzo fa, di come la modernità capitalistica portasse a “fondere i corpi solidi”. Quindi arriva a considerare la cosa compiuta nella post-modernità, teorizza che tutto è ormai “liquido”: il legame sociale, l’amore, il lavoro, l’individuo, la comunità, ecc. Massimo Cacciari ironizza per dire che siamo ancora oltre, siamo alla “società gassosa”, al partito gassoso nel caso del “Partito della Nazione” di Renzi. Siamo in una sorta di post-Repubblica? Questa mi sembra la domanda pertinente. Stiamo scivolando in una post-democrazia? Comunque stiano le cose vedo anche contro-tendenze positive qui dove mi accade di vivere ed operare: associazionismo, crescita culturale dal basso, piccoli Comuni dove alleanze civiche progressiste inaspettatamente vincono e danno speranze. La dialettica democratica, la dialettica del reale e dei conflitti, ha sempre e tuttora lo spazio di manifestarsi ed agire, questo credo e su questo cerchiamo di fare la nostra anche solo piccolissima parte, come nella favola africana del colibrì.
    «Nel corso di un incendio nella foresta, tutti gli animali fuggivano tranne un colibrì che volava in senso contrario con una goccia d’acqua nel becco.
    “Cosa credi di fare, tu?” gli chiese il leone.
    “Cerco di spegnere l’incendio!” rispose il piccolo volatile.
    “Con una goccia d’acqua?” ribatté il leone con un sogghigno d’irrisione.
    Il colibrì, proseguendo il volo, rispose:
    “Io faccio la mia parte!”».

  • Caro Silverio ma tutti si sentono piccoli Colibrì in questa valle di lacrime di “coccodrilli”.

    Renzi si sente un colibrì e tutti gli altri sono gufi che sperano nel peggio e talpe che tramano di notte.

    Tsipras non è un piccolo colobrì per i pensionati e i disoccupati greci, lotta con il suo esile becco contro l’aquila tedesca.

    E anche il rauco, perentorio Salvini non è un piccolo colibrì travestito da leone che vuole salvare gli italiani dalle infestazione delle cavallette africane?

    E il neo presidente della Campania De Luca non si sente un piccolo colibrì pronto a dare dignità al popolo campano offeso, deriso e infamato non dalla camorra ma dalle malelingue?

    E anche noi, nei nostri piccoli condomini ci sentiamo dei piccoli colibrì quando parliamo di democrazia e rimproveriamo i nostri figli che stanno sempre chinati sui loro cellulari.

    “Io faccio la mia parte – disse il mio colibrì – ma non mi faccio assolutamente illusione, non spegnerò l’incendio che altri con lanciafiamme e potenti bombe incendiarie hanno appiccato, con la mia goccia voglio dimostrare la mia scelta di campo: quella di amare la vita e non la morte, quella di amare la pace e non la guerra, quello di amare l’essere e non l’avere….”

  • Rosanna Conte

    Caro Vincenzo, non puoi deformare così la favola del colibrì che ha uno sviluppo ed un esito ben diversi.
    L’esempio del colibrì ha coinvolto prima i cuccioli di tutti gli altri animali e poi gli adulti riuscendo a spegnere l’incendio. Al termine, stanchi, sporchi e felici possono affermare che “insieme si può”. Non è la testimonianza individuale isolata, ma è la capacità del “contagio” a fare massa, cioè, invece di restare chiusi nei nostri ragionamenti ed interessi, creiamo rete aprendoci agli altri, gettando ponti di azioni, sentimenti e ragioni perché assumano nel confronto la forma adeguata a fronteggiare il cambiamento.
    Questo lo dobbiamo fare tutti, specie se siamo convinti che il potere economico-finanziario ci considera meno di come la Natura considera l’uomo nell’Operetta morale di Leopardi.
    E’ importante, comunque, non escludere mai una scelta responsabilmente indirizzata dei politici nazionali e degli amministratori – per quanto difficile sia – perché la loro azione può accelerare e favorire o meno le aggregazioni che pur avvengono nella nostra liquida società.

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