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I molluschi bivalvi

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di Adriano Madonna
Cozze

 

Vongole, cozze, telline, cannolicchi, materia prima delle più deliziose leccornie marinare, sono tutti molluschi della classe dei bivalvi. Conosciamoli da vicino.

 

Insieme con i gasteropodi, la classe dei bivalvi (Bivalvia) costituisce il 95 per cento di tutte le specie di molluschi viventi.

Il nome bivalvi è ben eloquente: indica, infatti, una conchiglia costituita da due valve. Questa presenta le forme più varie in funzione delle varie specie e in base alle caratteristiche del mollusco che “la abita”: esistono, infatti, molluschi bivalvi sessili, come l’ostrica e i mitili, che vivono ancorati alla roccia senza possibilità di effettuare spostamenti, e molluschi bivalvi fossori, dotati di un piede in grado di scavare vere e proprie gallerie nel sedimento, come il cannolicchio.

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Tridacna crocea

La conchiglia
La conchiglia dei bivalvi, così come quella dei gasteropodi, in genere è costituita da tre strati: procedendo dall’esterno verso l’interno, troviamo il periostraco, lo strato prismatico e l’ipostraco o strato madreperlaceo. Il periostraco, che ha la funzione di proteggere il sottostante strato prismatico, a cui si deve in particolare la resistenza della conchiglia alle compressioni e agli urti, è formato essenzialmente da conchiolina, una proteina molto dura. Lo strato prismatico, costituente la parte centrale dello spessore della conchiglia, è dato da una serie di prismi di carbonato di calcio perpendicolari al periostraco e all’ipostraco. Quest’ultimo, infine, l’ipostraco o strato madreperlaceo, è a stretto contatto con il mantello del mollusco ed è costituito da strati alternati di carbonato di calcio e da particolari proteine (glicoproteine), dette proteoglicani, che hanno la caratteristica di costituire una matrice organica molto resistente alla trazione.

E’ importante sottolineare che la costruzione della conchiglia da parte di un mollusco richiede un ingente impiego di energia, poiché l’organismo deve acquisire materia prima sotto forma di ioni dall’ambiente, sistemarli nel sito di deposizione e poi creare un ambiente in cui il carbonato di calcio e gli altri sali possano precipitare nella giusta maniera e con la giusta velocità per arrivare a realizzare la conchiglia.

Questo processo di calcificazione biologica non è ancora perfettamente chiaro ed è oggetto di studio e di vaste ricerche.

L’accrescimento in diametro della conchiglia avviene mano a mano che alla sua periferia esterna si aggiungono carbonato di calcio e la matrice organica prodotta dai proteoglicani. L’accrescimento in spessore, invece, è dato dalla produzione di sostanza da parte delle cellule epidermiche del mantello del mollusco, che va ad accumularsi sullo strato madreperlaceo.

Nei bivalvi, le due valve si articolano attorno a una cerniera posta dorsalmente e fiancheggiata dalla parte più vecchia di ciascuna valva, detta umbone (la cerniera, dunque, si trova tra i due umboni). Proprio dagli umboni si irraggiano le strie di accrescimento della conchiglia, che, a seconda della specie di bivalve, possono essere più o meno visibili: ad esempio, nei mitili, nelle telline e nei cannolicchi sono debolmente disegnate, nelle vongole sono più evidenti e nei tartufi di mare e nelle ostriche sono evidentissime, addirittura in fortissimo rilievo.

Dentro la conchiglia
Occupiamoci, adesso, del padrone di casa, ovvero del mollusco, che con il suo ampio mantello tappezza l’interno delle valve.

In una cavità del mantello sono situate una o due branchie sospese ai lati della massa viscerale dell’animale. Le branchie, che, fortemente vascolarizzate, espletano la funzione degli scambi gassosi, sono anche organi atti all’alimentazione, che avviene per filtrazione della quantità d’acqua che circola nella cavità del mantello dopo essere penetrata attraverso un sifone inalante. Al termine del suo percorso, dopo che le particelle solide siano state captate dalle ciglia delle branchie, l’acqua fuoriesce all’esterno attraverso un secondo sifone, detto sifone esalante.

Ricerca dei cannolicchi sul fondo

La ricerca dei cannolicchi (solen marginatus) sul fondo

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I due forellini che il pescatore di cannolicchi scorge sulla superficie del sedimento e che gli indicano la presenza del prelibato mollusco, sono proprio i fori apicali dei sifoni inalante ed esalante, che potrete vedere in maniera evidentissima se osserverete delle vongole veraci (Tapes decussatus) immerse nella vasca d’acqua al mercato del pesce.

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Vongole verace (Tapes decussatus)

Bivalvi & bivalvi
Molti bivalvi, detti fossori, come le vongole, i cannolicchi e i fasolari, vivono sotto il sedimento e sono dotati di un piede atto allo scavo; altri, come i mitili (comunemente cozze), sono sessili e si attaccano al substrato mediante un ciuffo setoloso, detto bisso, e altri ancora vivono in un buco che scavano nel substrato roccioso. Di questi ultimi, i cosiddetti datteri di mare (Lithophaga lithophaga), appartenenti al gruppo dei litodomi (termine che letteralmente significa “vivente nella pietra”), è severamente vietata la raccolta e la commercializzazione, poiché, per prenderli, si deve rompere la roccia con un picchetto (i pescatori clandestini più organizzati utilizzano addirittura il martello pneumatico), provocando un grave danno ecologico.

datteri di mare (Lithophaga lithophaga)

Datteri di mare (Lithophaga lithophaga)

I fossori, che vivono completamente sepolti nel sedimento tenendo esposti all’acqua solo i sifoni, riuscendo, così, a nutrirsi e nello stesso tempo a nascondersi ai predatori, sono dotati di piedi particolarissimi, appunto adatti allo scavo e alla penetrazione nel substrato molle. Nel meccanismo fossorio di questi bivalvi intervengono tre serie di muscoli: gli adduttori, i protrattori pedali e i detrattori pedali. A grandi linee, il meccanismo funziona così: il legamento elastico della cerniera si oppone all’azione di chiusura degli adduttori e tiene la conchiglia leggermente aperta; i protrattori pedali estendono il piede verso il basso spingendolo nel sedimento. A questo punto, l’apice del piede si gonfia, assumendo una forma più o meno sferica, e aderisce alle pareti del canale che ha precedentemente scavato, funzionando come un’ancora, che consente, grazie ai retrattori pedali, di tirare l’animale verso il basso. Questo riesce così a spingersi ancora più profondamente nella sabbia o nel fango.

E’ attendibile che i litodomi siano una evoluzione dei molluschi fossori, con la differenza che la superficie anteriore della conchiglia di questi molluschi perforatori è dentellata. L’ancoraggio alle pareti del tunnel, comunque, avviene in maniera analoga a quella dei fossori, ma lo scavo è dato da un movimento della superficie dentellata, che scava la roccia, negli anni, con la sua azione abrasiva.

L’ancoraggio al substrato dei bivalvi sessili, come i mitili, si serve del cosiddetto bisso, un ciuffo di fili simili alla stoppa, ma ben resistenti, che ha origine dalla solidificazione di una sostanza liquida secreta da speciali ghiandole presenti nel piede del mitilo.
Un tempo, il bisso veniva tessuto e questa antica espressione di artigianato si trovava in particolare a Taranto, dove era possibile acquistare dei manufatti di bisso, tra cui addirittura dei guanti realizzati con questo resistente filato.

Pinna nobilis
Pinna_nobilis e bisso
Bisso-pulito-e-pettinato

Tessuto di bisso
La più comune fonte del bisso (“l’oro del mare”), il bivalve Pinna nobilis (in ponzese ‘lanaperla’)

E infine ci sono bivalvi che cementano la valva inferiore alla roccia.
Un esempio tipico è l’ostrica, un mollusco che ha la particolarità di non possedere un piede. La larva dell’ostrica, detta in inglese spat, fissa la valva destra al substrato mediante la secrezione di ghiandole presenti nel mantello, poi questo produce una sostanza a base di carbonato di calcio e altri sali, che salda la valva alla roccia.

Ostrica concava

Ostrica concava

Come si nutrono
Le branchie dei bivalvi, come abbiamo accennato, assolvono sia la funzione respiratoria grazie alla loro forte vascolarizzazione che consente gli scambi gassosi, sia la funzione alimentare per filtrazione.

Si deve precisare che oltre alle ciglia delle branchie, che fungono da filtro, i bivalvi, come altri organismi, si servono, in combinazione, del muco, con cui costruiscono vere e proprie “trappole per il cibo”: il plancton in sospensione, una volta captato dalle ciglia, si impasta con il muco e forma delle macroparticelle che vengono convogliate verso l’apparato gastrico dell’organismo.

Alcuni ricercatori hanno praticato dei fori nella conchiglia di alcune ostriche e li hanno coperti con lastrine di vetro, ottenendo una sorta di finestrelle per osservare ciò che accade all’interno della conchiglia di questi molluschi.
Si è così scoperto che l’ostrica, al pari di altri bivalvi, campiona le particelle di plancton da ingerire, scegliendo solo le più piccole. Inoltre, secerne a intermittenza solo la quantità di muco necessaria per intrappolare queste particelle alimentari.
L’alimentazione per filtrazione è una delle più antiche della storia della vita, tant’è che i primi pesci, gli agnati, che erano privi di una vera e propria bocca dotata di mascelle, avevano solo un foro di ingresso dell’acqua e si nutrivano per filtrazione.

In ogni caso, la filtrazione è giunta sino ai nostri giorni, tant’è che moltissimi phyla animali annoverano specie che si nutrono in questo modo.
Né si deve credere che la filtrazione sia tipica unicamente di piccoli organismi: anche molti giganti del mare, infatti, usano questo sistema.
Si pensi alla balenottera azzurra (Balaenoptera musculus) con i suoi 30 metri di lunghezza e oltre 100 tonnellate di peso, che si nutre di krill filtrando l’acqua attraverso i fanoni, quella sorta di spazzolone che porta in bocca. Del resto, anche il krill, costituito da minuscoli crostacei, si nutre per filtrazione, assumendo organismi ancora più piccoli. Quando si dice che gli estremi si toccano!

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Balenottera azzurra (Balaenoptera musculus)


Bibliografia

Mitchell, Mutchmor, Dolphin, Zoologia, Zanichelli; Barnes, Invertebrate Zoology, Philadelphia, Cbs College Publishing;
C. Motta, Lezioni di anatomia comparata, Università di Napoli Federico II;
C. Agnisola, Lezioni di fisiologia degli organismi marini, Università di Napoli Federico II;
O. Mangoni, Lezioni di biologia marina, Università di Napoli Federico II;
G. Ciarcia e G. Guerriero, Lezioni di zoologia, Università di Napoli Federico II;
F. Ward, The Pearl, National Geographic n. 168, 1985; P.R. Boyle, Mollusco and Man, The Institute of Biology’s Studies in Biology n. 134, London, Edward Arnold, 1981.

 

Dott. Adriano Madonna, Biologo Marino, EClab Laboratorio di Endocrinologia Comparata, Dipartimento di Biologia, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

 

 

 

 

 

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