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0013-013 2009-07-21_18-54-42 e-06 capone-silverio-01 fl-01 Il re delle triglie: Apogon imberbis

Ignazio Fresu espone a Prato

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di Rita Bosso

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Chi, ad agosto dell’anno scorso, ha visitato la mostra “Lo Stracquo: l’arte che viene dal mare”, non può non ricordare le fotografie di Ignazio Fresu: erano nel corridoio di ingresso ai Cameroni, sulla parete di sinistra; stirate e levigate il giorno dell’inaugurazione, si sono poi arrotolate lungo i bordi, corrugate, lasciando emergere il supporto di cartone; perfette, dunque, per illustrare l’intera produzione dell’Autore.

Bisogna fare un salto temporale di millenni per trovare le radici della poetica di Ignazio Fresu; bisogna ricollegarsi ai filosofi pre-socratici, ad Eraclito in particolare, per ritrovare un’idea di bellezza insita nella fragilità, nella deperibilità, nella precarietà, nel Divenire che è manifestazione del Logos. Le cose che non vediamo più non sono svanite nel nulla; sono solo scomparse dal nostro orizzonte degli eventi [dal catalogo de “Lo Stracquo”].

L’umidità che saturava l’aria dei Cameroni sarebbe passata inosservata in una serata d’agosto coi deumidificatori in funzione, le luci accese e i fiati di decine di visitatori; l’effetto sulle foto l’ha resa invece tangibile. Le foto hanno respirato l’aria di un museo che è tale solo nei nostri desideri, ne hanno sofferto perché l’umidità, lo sappiamo tutti, provoca dolori alle ossa e tanti altri malanni; foto vive, dunque, perché l’arte vive nell’interazione con chi la osserva, dialoga con chi è entrato solo per dare uno sguardo, lo provoca, lo induce a vedere: accoglie l’osservatore-fruitore e gli impone un ruolo attivo, non meramente osservativo; gli chiede di entrare pienamente nel processo creativo e di ri-creare [ancora dal catalogo della Mostra].

Fragilità, deperibilità, scomparsa dal nostro orizzonte degli eventi e anche la preziosità dell’esile striscia dorata tra la falesia e il mare: l’associazione con Chiaia di Luna provoca dolore.

Seguo con interesse, anche con una punta di campanilismo e di orgoglio l’attività degli artisti ‘stracquati’ a Ponza l’anno scorso che, oramai, sono in qualche modo i nostri artisti, giacché Ponza non è stata semplicemente sede di un’esposizione, non è stata soltanto luogo di produzione e allestimento; l’isola – la storia, le storie, la morfologia, le fragilità, i suoni, i colori, gli odori, tutto ciò che la rende unica e preziosa – è stata prima di tutto materiale nelle mani degli artisti: da lavorare, di cui esplorare le potenzialità, saggiare i limiti. Sono stata (idealmente) in tutti i luoghi in cui essi hanno esposto; il 30 maggio sarò (sempre col pensiero) a Prato, dove Ignazio Fresu espone la sua ultima opera.

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E’ una ‘Ultima Cena’ privata degli elementi iconografici tradizionali, perciò spiazzante: non c’è Cristo né altra presenza umana dunque niente sguardi, niente gesti allusivi, nessuna gerarchia nella disposizione dei commensali. Tutto è già avvenuto, il tradimento è stato consumato, restano gli avanzi; eppure, sebbene il fatto sia avvenuto solo pochi minuti fa, questa tavola è già passata alla storia; vi si è depositata la polvere di due millenni e l’ha fissata per l’eternità, l’ha pietrificata come un calco pompeiano. E’ quasi più ‘Via Crucis’ che ‘Ultima Cena’.

Questo leggo nell’ultima opera di Ignazio Fresu, ed è molto improbabile che la mia lettura sia corretta; di sicuro, è impossibile non fermarsi davanti a quest’opera e riflettere; è impossibile dire che carino e passare oltre.

Trascrivo dalla pagina di Ignazio Fresu:

E’ notte. Sorge una città notturna. In cima una cattedrale di vetro in trasparenza. Vuota. Ricolma di purezza. Quel grumo di case fatte di tufo e tempo trascorso scendono come drappi lungo il pendio della tavola. Erosioni. Crete di megalopoli industriali e archeologie. Una civiltà illuminata da una luna fredda. Sulla destra dei frutti delle case rurali, rupestri, eremi dentro delle gravine. Forse siamo in fondo al mare. In fondo alla notte. Nel deserto, nella desertificazione dei contenuti, delle forme. Questa secchezza di un bosco dopo il rogo. Brucia e rende il tempo immoto. Su quella tavola ci ha rappresentati tutti; ma ha sospeso ogni giudizio. Come se fossimo una natura morta. Ma con l’audacia di sempre ci fornisce una visione paesaggistica della natura e della vita dell’uomo creativa e lungimirante. E’ la trasparenza della brocca l’occasione di verità. Quella verità perseguita da Ignazio Fresu in ogni spazio di libertà creativa progetto o esecuzione. Cenacolo o distesa di stracci. Natura morta o città notturna, la generosità semantica di questo artista ci mette in relazione con i simboli dell’ultima cena sempre più universali e contemporanei.

 

 

 

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